La band americana del North Carolina è tornata con un nuovo look. Il dodicesimo album in studio della Chatham County Line, Strange Fascination presenta percussioni aggiunte di recente ed effetti moderni che portano ad un suono rinnovato. Dal sognante "Oh Me Oh My", alla coraggiosa accettazione di "Leave this World", il gruppo dimostra la forte consapevolezza di sé con una buona dose di umorismo. Un album meravigliosamente realizzato, Strange Fascination evidenzia l'eccezionale talento musicale della band, nonché la loro continua innovazione.
Oggi, come annunciato giovedì scorso, puntata speciale di Free fall – Jazz in caduta libera, la trasmissione che Danilo Di Termini progetta, idea e presenta (me la canto e me la suono in pratica) sul canale Facebook di Radio DiscoClub 65 (la trovate anche sul sito di Disco Club e su Spotify in playlist che raggruppano le puntate della settimana). In questa puntata ascolteremo: Nina Simone, Charles Mingus, John Coltrane, Louis Armstrong, Stevie Wonder, Ben Harper, Will.i.am e Common.
Puntata speciale perché cade il 4 aprile, anniversario dell'assassinio di Martin Luther King e quindi a lui dedicata. Avremo modo di parlarne, quindi cominciamo subito con la musica e non potevamo che partire da un disco realizzato quasi per intero con l'esibizione che Nina Simone tenne al Westbury Music Fair, il 7 Aprile 1968, cioè tre giorni dopo il tragico evento. Il disco si chiama 'Nuff Said! e contiene questa canzone dedicata esplicitamente al reverendo King, scritta dalla Simone e dal suo bassista Gene Taylor ed eseguita per la prima volta in quel concerto.
Nina Simone Why (The King of Love Is Dead)
Martin Luther King era fermamente convinto che il jazz fosse la forma d'arte perfetta per l'affermazione dei diritti degli afroamericani. Solamente l'atto di esibirsi, di vedere uomini e donne neri esibirsi sul palcoscenico pretendendo di essere visti come artisti era esso stesso "un atto politico ribelle". In un saggio del 1962 sulla nascita del bop, Amiri Baraka (l'autore di Il Popolo del Blues uscito all'epoca con il nome di LeRoi Jones) scrisse che "i musicisti che lo suonavano erano espliciti su chi pensavano di essere... sul palco c'era libertà. Senza dubbio, si trattava di un'immagine potente: artisti neri che attiravano l'attenzione di una sala piena di ascoltatori attivi". Uno dei primi jazzisti ad avere consapevolezza di questa possibilità fu Charles Mingus che nel 1959 compone Fables of Faubus, canzone scritta in segno di protesta contro Orval E. Faubus, il governatore dell'Arkansas che due anni prima aveva inviato la Guardia Nazionale per impedire l'integrazione nella Little Rock Central High School di nove adolescenti afroamericani. La canzone fu inserita per la prima volta nell'album Mingus Ah Um. La Columbia rifiutò di includere il testo della canzone che fu quindi registrata in una versione strumentale. Il 20 ottobre 1960 nel disco Charles Mingus Presents Charles Mingus inciso per la Candid (etichetta discografica il cui A&R era Nat Hentoff, critico jazz e attivista per i diritti civili) viene finalmente pubblicata la versione con i testi anche se per problemi contrattuali con la Columbia, la versione viene intitolata "Original Faubus Fables". Con Charles Mingus (basso, voce), ci sono Dannie Richmond (batteria, voce), Eric Dolphy (sassofono contralto) e Ted Curson (tromba).
Sempre dal 1959 arriva questo video di Billie Holiday che canta Strange fruit. In realtà la canzone era nel repertorio di Lady day dal 1939 quando la eseguì per la prima volta nel nightclub Café Society di New York. Il brano era stato scritto da Abel Meeropol, un insegnante ebreo-russo del Bronx, membro del Partito Comunista degli Stati Uniti d'America come reazione alla foto del linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith a Marion. (La bella storia della canzone la trovate in questo librino consigliatissimo di David Margolick: Billie Holiday eseguirà... Strange fruit. La storia e il mito di una canzone all'origine del Movimento per i diritti civili). La Holiday con la sua interpretazione ne fece un manifesto del del movimento per i diritti civili: ricordiamo che lo "strano frutto" di cui si parla nella canzone è il corpo di un nero che penzola da un albero.
Gli alberi del sud danno uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero dondola nella brezza del sud, strano frutto appeso agli alberi di pioppo.
Purtroppo la storia americana è costellata di terribili episodi come quello del 15 settembre 1963 a Birmingham, in Alabama, quando una bomba in una chiesa uccide 4 bambine (3 di 14 anni e una di 11). John Coltrane, colpito dall'accaduto, scrive Alabam che appare per la prima volta nel Live at Birdland registrato dal vivo l'8 ottobre quell'anno; il video che vediamo è tratto dalla puntata del 7 dicembre 1963 di Jazz Casual, una trasmissione curata dal critico jazz Ralph Gleason per la National Educational Television. Con Coltrane al sax tenore il suo quartetto storico con McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al contrabbasso e Elvin Jones alla batteria.
Anche Mississippi Goddam di Nina Simone viene scritta in risposta all'attentato della chiesa di Birmingham, sia all'omicidio del leader dei diritti civili Medgar Evers. È una violentissima accusa: Alabama's got me so upset, Tennessee's made me lose my rest, and everybody knows about Mississippi goddam.
Mississippi Goddam fu messa al bando in diversi stati del sud, apparentemente a causa della parola "goddam" nel titolo. I pacchi di singoli promozionali inviati alle stazioni radio di tutto il paese ritornavano alla casa discografica con il disco spaccato in due.
Keep on sayin' 'go slow'...to do things gradually would bring more tragedy. Why don't you see it? Why don't you feel it? I don't know, I don't know. You don't have to live next to me, just give me my equality!
Questa versione è registrata dal vivo al festival di Antibes del 1965.
Restiamo nel 1965 con uno dei personaggi più discussi proprio in merito al suo presunto mancato impegno nei confronti della causa afroamericana e per i suoi comportamenti considerati all'epoca troppo giullareschi. Sto parlando Louis Armstrong che peraltro nel 1956, quando gli era stato chiesto di partecipare a un programma lanciato dal presidente Eisenhower - the Jazz Ambassador – per dimostrare che gli Stati Uniti non erano una nazione razzista – aveva declinato l'invito in maniera non discutibile: " Per il modo in cui trattano la mia gente nel Sud, il governo può andare all'inferno ". In un'intervista del 2006, il già citato Amiri Baraka ha ricordato ciò che lui e altri detrattori pensavano di Armstrong: "Abbiamo confuso ciò che abbiamo percepito come il comportamento sociale in quel contesto di linciaggio. E abbiamo pensato che Louis si stesse sottomettendo a quello. [...] Quando Louis fu in grado di parlare, parlò."
Dicevamo del 1965: Louis Armstrong è in tour con i suoi All Stars e si trova a Berlino; da qui arriva questa straordinaria esibizione di una canzone scritta da Fats Waller nel 1929 e da subito entrata nel suo repertorio. La canzone viene esplicitamente citata da Ralph Ellison nel prologo di Uomo invisibile (National Book Award nel 1953, uno dei libri fondanti della letteratura americana) quando scrive: Mi piacerebbe sentire cinque dischi di Louis Armstrong che suona e canta What Did I Do to Be so Black and Blue tutti insieme.
Il testo recita:
My only sin is in my skin What did I do To be so black And blue?
ll mio unico peccato è nella mia pelle Che cosa ho fatto per essere così Nero e Triste?
La sera del 4 aprile 1968, un giovanissimo e già famoso Stevie Wonder seppe dalla radio che Martin Luther King Jr. era appena stato assassinato a Memphis. Cinque giorni dopo, Stevie Wonder andò ad Atlanta per i funerali. Insieme a lui c'erano Harry Belafonte, Aretha Franklin, Mahalia Jackson, Eartha Kitt, Diana Ross e una lunga lista di politici. Al funerale c'era anche un giovane membro afro-americano del Congresso John Conyers, che aveva appena presentato una proposta di legge per onorare la memoria di King rendendo una festività nazionale il giorno del suo compleanno. Ci sono voluti 15 anni (una crociata che ha visto coinvolti molti nomi della musica tra cui Bob Marley e Michael Jackson) ma alla fine, vincendo le resistenze dei politici (e di molti cittadini) conservatori nel 1983, con 338 voti contro 90 alla Camera e 78 contro 22 al Senato, la proposta divenne legge: Il Presidente Ronald Reagan firmò l'istituzione della festa nazionale per commemorare Martin Luther King, che veniva celebrata il terzo lunedì di gennaio. La festività non fu osservata ufficialmente fino al 1986. Per molti anni, alcuni Stati si sarebbero rifiutati di onorare la ricorrenza, finché nel 2000 la Carolina del Sud divenne l'ultimo Stato a riconoscere il Martin Luther King Day.
Nel 1980 Wonder aveva composto Happy Birthday (sarebbe stata pubblicata in Hotter Than July) proprio per sostenere la campagna per l'istituzione della festa in memoria del reverendo Martin Luther King Jr. Stevie Wonder - Happy Birthday
Ovviamente la strada non è certo finita con quel seppur importante riconoscimento. Ce lo ricorda Ben Harper in questa canzone tratta suo primo album del 1994 Welcome to the Cruel World. Like a King traccia una sorta di parallelismo tra MLK e Rodney King, una vittima nei primi anni '90 del L.A.P.D.
Well Martin's dream Has become Rodney's worst Nightmare
Il sogno di Martin è diventato il peggior incubo di Rodney.
Prima dell'ultimo brano vi ricordo che come sempre ritrovate sul sito di Disco Club tutta la puntata immediatamente dopo la fine della trasmissione. In questa puntata speciale di Free Fall con Danilo Di Termini dedicata alla figura di Martin Luther King siamo stai stati con Nina Simone, Charles Mingus, John Coltrane, Louis Armstrong, Stevie Wonder, Ben Harper, Will.i.am e Common.
Non potevamo che finire citando I Have A Dream, il famoso discorso tenuto da Martin Luther King Jr. il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial al termine di una marcia di protesta per i diritti civili nota come la marcia su Washington. In esso si esprimeva la speranza che un giorno la popolazione di colore avrebbe goduto degli stessi diritti dei bianchi. Will.i.am e Common ne hanno utilizzato il sampler per A Dream, un brano composto per il film Freedom Writers. Alla prossima.
Bentornati al consueto appuntamento con Blue Morning, un viaggio lungo un'ora lungo i percorsi tortuosi della musica nera con come unica guida l'umile Dario Gaggero, cioè io. Non è detto che sia un bene, intendiamoci. Partiamo briosi con un classico del soul, tratto dall'album capolavoro 'Otis Blue' (1965): 'Shake' di Otis Redding!
Jimmy Witherspoon è stato forse il blues shouter dal percorso artistico più vario, in virtù di una voce potente come quella dei suoi illustri colleghi (Big Joe Turner, Jimmy Rushing...) ma in qualche modo più duttile. Questa gli ha permesso di destreggiarsi con abilità tra grandi orchestre jazz, piccoli combo più vicini al rhythm and blues e - nell'ultima parte della sua carriera - pezzi con venature più soul. Qui è decisamente in full shouter mode con 'Fast Women, Sloe Gin' (1953)
Passiamo ora a qualcosa di completamente diverso: figlio del famoso e omonimo produttore e talent scout, John Hammond vanta una carriera lunga più di mezzo secolo, tutta passata lungo i solchi del blues. Se la sua vasta produzione discografica non lo ha mai portato nelle zone alte delle classifiche ha però mantenuto uno standard qualitativo molto elevato, come nel caso di questa acustica 'My mind is ramblin' - tratta da 'Rough & Tough' (2009)
Niente, sarà che è sabato ma oggi ho decisamente voglia di ballare. E voi? Put on your twistin' shoes perché ora abbiamo Chubby Checker - Mr.Twist in persona - con la sua 'Dancin' Party' (1962)!
Johnny Winter ha travolto con la forza di un ciclone la scena blues di fine anni '60: una figura decisamente singolare (più bianco di così non si poteva, direi) dotata di un chitarrismo incendiario e di una voce aspra e potente. Alcune delle sue scelte artistiche possono essere discutibili ma al momento della sua scomparsa ha lasciato dietro di sé almeno una mezza dozzina di capolavori (anche in veste di produttore) che la dicono lunga sul suo valore effettivo.
Per il consueto spazio dedicato agli artisti italiani di ieri e di oggi vi propongo questa volta Angela Esmeralda e Sebastiano Lillo, un duo proveniente dalla Puglia che ha fatto parecchio parlare di sé negli ultimi anni - e non solamente nella nostra penisola. Questa bellissima 'I don't belong' è tratta dal loro 'Deltasoul' del 2014.
Evidentemente ispirato a Little Richard (ma la questione è più complessa, perché lo stesso Richard disse di averlo incontrato PRIMA di diventare famoso - per far che non voglio saperlo) ma dotato di un look addirittura più estremo: è mai possibile? Certo - se stiamo parlando di Esquerita! Tra pseudonimi sibillini (pare che il nome derivi in realtà da un'altra grafia di S.Q. Reeder – e in fatti si trova scritto anche come Eskew Reeder), ciuffi improponibili e ambiguità sessuali varie un vero mystery man del rock'n'roll! Woooooh!
Artista dalla vocalità raffinata spesso in bilico tra soul e jazz Marlena Shaw ha inciso un paio di folgoranti album su Cadet (una sottoetichetta della Chess) per poi approdare alla Blue Note e alla Columbia. Questa bellissima 'Woman of the Ghetto' è tratta dal suo secondo e ultimo album su Cadet, 'The Spice of Life' (1969)
E' tempo di andare in Louisiana, ma stavolta non per ballare: partiamo dal Texas insieme a Lightnin' Hopkins per procurarci una Mojo Hand – chissà mai che visti i tempi non ci torni utile...
Dotato di un fisico e di uno stile ugualmente massicci, Popa Chubby è un chitarrista di New York che credo non abbia ormai bisogno di presentazioni. Questa intensa 'Same old blues' è tratta da uno dei suoi album che preferisco, 'Booty and the Beast' (1995)
E' tornato il momento di ballare con uno dei miei 'personal favourites', 'Everybody come clap your hands' di Moody & the Deltas!
Arrivato al successo in tarda età (a inizio carriera era noto più che altro come imitatore di James Brown) e purtroppo recentemente scomparso, Charles Bradley era uno degli artisti di punta dell'etichetta DapTone - specializzata in sonorità soul e funk dichiaratamente inspirate agli anni '60. Questa 'Ain't it a sin' è tratta dall'album 'Changes' (2016)
Ho una vera passione per Reverend Gary Davis e non riesco a trovare un suo disco (raccolta o meno che sia) che non mi piaccia. Oggi vi lascio con questa 'Let us get together right down here', nella speranza che sia un augurio condivisibile anche virtualmente, in questi tempi difficili. Ci vediamo alla prossima puntata (martedì). Dario.