Radio Disco Club 65

L'ora dell'ignoranza di Diego Curcio

Eccoci (plurale maiestatis) alla terza puntata dell'Ora dell'ignoranza, che tutti i martedì e i venerdì alle 21 abbassa il livello di Radio Disco Club. Questa volta ho deciso di fare la persona quasi seria (ommidddio) e di pensare a una sorta di filo conduttore per questa mezzoretta di dolore alle orecchie (lo so, si chiama l'Ora dell'ignoranza, ma dura meno). L'idea è: gruppi italiani che cantano in inglese e che se non fossero italiani vi farebbero sballare di brutto, ma visto che sono italiani non ve li cagate di pezza. Troppo lungo? Allora chiamiamoli italiani sottovalutati. E iniziamo con una poco conosciuta, ma ottima band dell'Emilia Romagna, i Laser Geyser che, a fine 2018, ha pubblicato un disco super intitolato "Son of lightning", tra Husker Du, Bob Mould solista, indie rock bello 'merigano di fine Ottanta-primi Novanta, power pop ecc. Questa è "Lose my crown".


 

 

Una delle mie band italiane preferite di sempre sono i Radio Days (e dopo averli stalkerati per anni sono diventati anche amici). Prima del virus stavano registrando il loro nuovo album, ma hanno dovuto sospendere le sessioni proprio sul più bello. Questo pezzo, "She's driving me crazy" è uno dei miei favoriti ed è anche contenuto nel mini "Midnight cemetery randezvous" che me li ha fatti conoscere una sera di tanti anni fa al Milk. Grazie a loro ho scoperto il power-pop.


 

Dopo due pezzi melodici è bene fare una sana e giusta pausa rumorosa. Gli His Electro Blue Voice con la loro darkwave punkeggiante e martellante sono la soluzione migliore. Hanno esordito su Sub Pop (scusate se è poco) e due anni fa hanno pubblicato un disco stupendo pieno di paranoia e suoni malati e velenosamente melodici dal titolo "Mental hoop" per Maple Death Records. Questa è "Crystal mind"


 

I Mojomatics vengono da Venezia, sono in due e suonano (o forse suonavano) un garage venato di country davvero incredibile. "Askin' for a better circumstance" è una ballata contenuta nel loro disco del 2008 "Don't pretend that you know me". Per quel che mi riguarda sono una band clamorosa, che in molti dovrebbero riscoprire.


 

Passiamo da Venezia alla Sardegna con i Love Boat (sciolti da tempo, ma proprio l'anno scorso hanno fatto reunion che naturalmente mi sono perso). Il loro secondo disco "Love is gone" del 2011 è una bomba di garage e power pop. L'avevo comprato al loro concerto al Lucrezia. Su Youtube si trova soltanto questo pezzo, "Secret plan", quindi ve lo cuccate. Anche se io ne avrei messo altri, anzi forse avrei postato tutto l'album.

 

 

Punk alla vecchia da Roma: gli Human Race guardano alla scena inglese e californiana della fine degli anni Settanta. Anacronistici nel loro rock'n'roll scarno, melodico e maleducato sono uno dei segreti meglio custoditi della Capitale. Questa "I don't mind" è uscita prima come singolo e poi dentro il loro unico e ottimo album "Negative" del 2017.


 

Gli Zac sono un progetto collaterale di Lorenzo Moretti dei Giuda (che in questa lista mancano perché li conoscerete già tutti, altrimenti rimediate). Rispetto alla sua band principale il suono è ancora più puramente glam. Meno punk


 

Di nuovo garage, ma più crudo e più veloce, e ancora Sardegna. I Rippers, visti all'Altrove un paio di anni fa (che tempi!) da almeno una quindicina di anni ci danno dentro con la loro musica abrasiva e tagliente. "My brown friend" è un brano del 2010 contenuto nel disco "Why should I care about you". Nelle loro fila, oggi, mila anche qualcuno dei Love Boat.


 

Chi se li ricorda i Record's? Una decina di anni fa (he sì, anche loro) avevano fatto uscire un disco tra power-pop e indie rock (quello bello) dal titolo in latino "De fauna et flora". A qualcuno ricordavano i Vampire Weekend. A me sinceramente sembrano molto meno fighetti e parecchio meno pop. Insomma mi piacciono di più. Questa è "We all need to be alone".


 

Vent'anni f usciva postumo "Close up" l'unico album dei romani Bingo, una band clamorosa di rok'n'roll ruvido e maleducato, guidata dal mitico Alex Vargiu, che aveva militato nei Bloody Riot. La canzone che ho scelto è "Telephone addict". Dopo i Bingo Alex ha suonato in altre fantastiche band.


 

Un'altra "vecchia" band che in pochi ricordano, ma che a me piace un casino è quella dei lombardi Suinage (poi diventati gli ottimi Labradors). Qui i suoni, rispetto all'incarnazione odierna, erano un po' più grezzi e l'influenza del punk rock e degli Husker Du ancora più forte. "Chump" è un estratto dal disco "Shakin Hands" del 2008. Ah, con questa vi saluto. Ci si vede venerdì.


Free Fall di Danilo Di Termini

E siamo arrivati alla seconda settimana di programmazione per Radio DiscoClub 65 e alla quarta puntata di Free Fall – Jazz in caduta libera, dove potete ascoltare e vedere le novità dal mondo del jazz, oltre a qualche chicca che proviamo a scovare per voi nel world wide web. E non solo.
Vi ricordo che potete riascoltare (e rileggere) tutte le puntate sul sito di Disco Club oltre che in audio alla mia pagina di Spotify:
In questa puntata ascolteremo Charles Lloyd, Miles Davis

Partiamo con una novità: il 14 febbraio è uscito su Blue Note Records il nuovo album di Charles Lloyd (ottantadue anni compiuti il 15 marzo: auguri). Si tratta della registrazione di un concerto tenuto il 15 marzo 2018 nella sua città natale, al Lobero Theater di Santa Barbara, con un gruppo che comprendeva il chitarrista Julian Lage, il pianista Gerald Clayton, il bassista Reuben Rogers, e il batterista Eric Harland.
Il disco si intitola 8: Kindred Spirits Live From The Lobero Theater ed è uscito anche in una edizione super deluxe che include 3 LP, 2 CD e un DVD della performance completa, insieme a un libro e 2 stampe fotografiche che commemorano i primi 8 decenni della vita di Lloyd (un po' caro a dire il vero, siamo sui 200 euro). Se no, ci si può accontentare dell'edizione normale. Intanto ascoltiamo un brano: si intitola Requiem.

A proposito di compleanni: il 30 marzo Bitches Brew di Miles Davis compie 50 anni. L'album sarà pubblicato nuovamente questa settimana dalla Columbia in vinile. Si tratta di uno dei dischi fondamentali della storia della musica e non solo del jazz. In quel periodo Miles era in tour con il cosiddetto Lost Quintet, un gruppo di cui non esiste nessuna registrazione ufficiale composto da, tenetevi forte, Wayne Shorter, Chick Corea, Dave Holland e Jack DeJohnette. Solo recentemente è saltato fuori un cd, dall'incisione non esemplare, di un concerto dell'11 maggio 1969 a Rotterdam intitolato proprio The Lost Quintet. Sempre di quel gruppo vi faccio ascoltare una versione di Directions registrata nel novembre 1969 al Tivoli Koncertsal di Copenaghen, in Danimarca.

Esploriamo adesso mondo musicali tangenziali al jazz: in quegli stessi anni, alla fine degli anni '60 e all'inizio degli anni '70, negli Stati Uniti l'impennata di vendita di impianti hi-fi (che noi chiamavamo semplicemente Stereo) provenienti dal Giappone e l'ascesa della radio FM nelle comunità afroamericane portò le etichette storiche del jazz a riorganizzarsi per rispondere ai bisogni del mercato. La Prestige ad esempio organizzò una house-una band da studio specializzata in soul-jazz che sfornava album in cui i leader ruotavano a turno: di questa band facevano parte il trombettista Virgil Jones, i sassosofonisti Grover Washington Jr. e Houston Person, l'organista Leon Spencer Jr., il batterista Idris Muhammad, il percussionista Buddy Caldwell e il chitarrista Melvin Sparks.
Anche Creed Taylor (ex direttore musicale della Verve, poi fondatore della CTI) fondç un'etichetta, la Kudu, che andava verso questa direzione musicale: nel 1977 uscì Turn This Mutha Out a nome del batterista Idris Muhammad sopra citato. Nel disco suonano tra gli altri i fratelli Brecker, Michael e Randy, il sax baritone Ronnie Cuber, il chitarrista Hiram Bullock. Di Bullock e Brecker i due soli di Could Heaven Ever Be Like This

Se questo brano vi dice qualcosa forse potreste aver sentito un dj set di Jamie xx che un paio di anni fa lo ha scovato e lo propone spesso e volentieri.
Rimaniamo tangenziali al jazz e visto che abbiamo parlato di Michael Brecker andiamo a ritrovarlo in un doppio album di Joni Mitchell pubblicato nel 1980. Si tratta di Shadows and Light, doppio disco registrato nel settembre del 1979 al County Bowl di Santa Barbara in California durante la tournée seguita all'uscita dell'album Mingus (lo trovate anche in DVD).La formazione è da urlo: con la Mitchell ci sono appunto Michael Brecker al sax tenore e sax soprano, Pat Metheny alla chitarra, Lyle Mays al pianoforte cogliamo l'occasione per ricordarlo visto che è scomparso da pochi giorni), Jaco Pastorius al basso, Don Alias alla batteria e percussioni e i Persuasions ai cori.
Partiamo proprio col brano che dà il titolo al disco:

Difficile abbandonare questo album meraviglioso: vi proponiamo un altro brano, originalmente uscito su Hejira (1976), una canzone dedicata a Amelia Eckartl, la prima aviatrice della storia. Il solo è ovviamente di Pat Metheny

Torniamo al jazz inteso in maniera più classica, ma grazie a Joni Mitchell, con uno dei più grandi pianisti contemporanei: sto parlando di Fred Hersch. Questa la sua interpretazione di uno dei due pezzi originali compreso nell'album del 2000 di Joni Mitchell, Both Sides Now. Si tratta proprio del brano che dà titolo all'album registrato dal vivo nel 2016.

E ora una proposta under 30 (anzi per alcuni membri anche under 20). Si tratta di un gruppo milanese, si chiamano Kind of Glue e sono Cecilia Barra Caracciolo al canto, Pietro Aloi al pianoforte, Riccardo Oliva al basso e Marco Falcon alla batteria. Ascoltiamoli in It Never Entered My Mind, uno standard composto nel 1940 da Richard Rodgers e Lorenz Hart, interpretato in passato da Miles Davis, Chet Baker e Frank Sinatra.
Ma i Kind of Glue, con le debite proporzioni, non sfigurano di certo.

Ultimo brano di oggi: come probabilmente saprete è scomparso Manu Dibango. Chi mi conosce forse ha avuto occasione di sentire questo brano quando squilla il mio cellulare. Per tutti gli altri un buon motivo per ricordarlo. A giovedì con Free Fall, un saluto da Danilo Di Termini

Blue Morning di Dario Gaggero

Bentornati ad una nuova settimana di 'Blue Morning'!
L'ho già detto nelle mie altre 'rubriche', ma non ancora qui. Radio Discoclub è una radio interattiva (più o meno), quindi se avete dei desideri o delle richieste da fare in diretta farò il possibile per accontentarvi.
Non so com'è ma mi viene sempre da partire con un brano che sa di New Orleans. Oggi iniziamo con la classica 'I like it like that' di Chris Kenner:

 

Tratto da un filmato dell'American Folk Blues Festival eccovi il pezzo forte di Matt 'Guitar' Murphy, per anni chitarrista di Memphis Slim e dotato di uno stile fluido, non esente da influenze jazzate. I più attenti lo ricorderanno nella parte di marito di Aretha Franklin chitarrista della band nel film 'Blues Brothers' del 1980.

 

Parliamo di una cantante oggi citata raramente ma che possedeva un indubbio talento e una grande versatilità: Big Maybelle, sorta di ideale figura di passaggio tra le classiche 'blues singer' degli anni '20 e le più moderne cantanti rhythm and blues e soul dei primi anni '60.
Questa 'The Masquerade is Over' è tratta dal suo ultimo album, 'The Last of Big Maybelle' (1972)

 

A proposito di passaggio tra rhythm and blues e soul e della difficoltà di definire con esattezza l'uno e l'altro: ecco un brano dei King Pins che poteva tranquillamente essere inciso cinque anni prima.
'I won't have it', del 1964.

 

E a proposito di re: giù il cappello di fronte all'unico vero re del Chicago Blues!
Sto ovviamente parlando di Muddy Waters, la cui influenza sul mondo del blues e per estensione del rock (e persino del pop) è incalcolabile.
Questa è un'intima, ma intensissima, 'Catfish Blues'.

 

Torniamo a New Orleans con uno dei suoi chitarristi più stilosi: Blind Snooks Eaglin, partito come musicista di strada e noto anche come 'The Human Jukebox' per la vastità del repertorio.
Tratta dall'album 'Teasin' you' del 1992, questa è la sua 'Soul Train'


 

Ora è arrivato il momento di uno dei miei idoli personali, il delirante Screamin' Jay Hawkins!
Poeta dell'eccesso, maestro del bizzarro, sommo stregone del blues – ecco la sua 'Alligator Wine', variazione a firma Leiber & Stoller di un classico tema à la Muddy Waters.

 

 

Passiamo a un artista dalla carriera più eclettica: il gospel degli inizi, l'affermazione soul su etichetta Stax, la svolta semi-disco del suo periodo Malaco e il ritorno al blues degli ultimi anni.
Sto parlando di Johnnie Taylor, e questo è un suo singolo del 1972 su Stax, 'Stop Doggin' Me'.

 

Chuck Berry (uno dei padri del rock'n'roll e senza dubbio uno dei suoi più grandi autori) aveva le sue radici saldamente piantate nel blues. Qui interpreta in maniera davvero superba il classico di Guitar Slim 'The Things That I Used to Do', riuscendo ad unire una performance vocale e chitarristica di prim'ordine al senso dello spettacolo che lo ha reso celebre.

 

Mi ero ripromesso di postare un pezzo di un artista italiano per ogni puntata. Stavolta è il turno di un nome che non ha bisogno di presentazioni per il pubblico di Radio Discoclub: Paolo Bonfanti. Dalla sua carriera lunga e illustre (dai primi LP dei Big Fat Mama ai fortunati album solisti) ho selezionato uno dei miei brani preferiti, in una delicata versione acustica.
Dall'album omonimo, 'Takin' a break'.


E' tempo di ballare!!!! Terzo passaggio a New Orleans con una one hit wonder di grande bizzarria e quindi, come al solito, di mio gusto. L'uomo dalle mille voci Clarence 'Frogman' Henry e l'incredibile 'Ain't got no home'. Canta come un uomo, canta come una donna, canta come una rana! Ascoltare per credere.

Siamo arrivati al momento di salutarci. Lo faccio con un pezzo di Taj Mahal che mi ha sempre colpito come una delle più riuscite fusioni di due generi musicali nettamente distinti (almeno sulla carta): il blues e il reggae. Dal suo premiato album 'Senor Blues' ecco la sua 'Queen Bee'.

Arrivederci alla prossima puntata di 'Blue Morning'!

Dario

 

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