Radio Disco Club 65

Free Fall di Danilo Di Termini

Ciao a tutti, nuova puntata di Free fall – Jazz in caduta libera, la trasmissione che Radio DiscoClub 65 dedica al jazz (e dintorni) grazie all'immensa preparazione musicale e all'innata simpatia di Danilo Di Termini (la trovate anche, purtroppo senza di me, sul sito di Disco Club e su Spotify in playlist che raggruppano le puntate della settimana).
In questa puntata ascolteremo: Norma Winstone e John Taylor, Kurt Elling e Danilo Pérez, Bill Withers, José James, Donny Hathaway, Ellis Marsalis Jr., Bill Evans, Thelonious Monk, Sphere.

Oggi molto jazz vocale e cominciamo subito con il nuovo disco di Norma Winstone. Uscito per SunnySide a gennaio di quest'anno non si tratta proprio di una novità perché in realtà siamo di fronte a un concerto che era già uscito in cassetta nel 1999. Insieme alla cantante inglese, una delle voci più versatili del jazz europeo, il pianista John Taylor, suo compagno anche nella vita, nel frattempo scomparso nel 2015. Lo straordinario affiatamento, ricordiamoli anche nel gruppo Azimuth insieme a Kenny Wheeler, viene ribadito anche in questa performance nata al termine di una residenza di insegnamento alla Guildhall Music School di Londra nell'agosto 1988. In programma standard (Lucky To Be Me di Leonard Bernstein, In Your Own Sweet Way di Dave Brubeck, Round About Midnight di Thelonious Monk), ma anche temi meno battuti come Cafe di Egberto Gismonti o questa Ladies In Mercedes di Steve Swallow con il testo scritto proprio da Norma Winstone. Disco consigliatissimo.

Secondo brano, ancora una novità: sto parlando di Secrets Are The Best Stories, nuovo album del cantante Kurt Elling in collaborazione con il pianista Danilo Pérez. Quest'ultimo è uno dei membri del gruppo accompagna che accompagna Wayne Shorter ormai da molti anni. Nel disco, ci sono anche Clark Sommers (basso), Jonathan Blake (batteria), Rogério Boccato e Róman Díaz (percussioni) oltre a Chico Pinheiro (chitarra) e Miguel Zenón (sax alto). Il disco è uscito il 3 aprile per Edition Records, ascoltiamo il brano Stage I (in duo)


Ne faremmo volentieri a meno, ma il Corona Virus tocca profondamente anche questa trasmissione. La scorsa settimana ci ha lasciato Bill Withers, uno dei più grandi autori di musica soul, quasi autoritiratosi per stare vicino alla sua famiglia, come racconta nel bel documentario Still Bill - The Bill Withers Story (lo trovate su You Tube, vale la pena).
Lo ricordiamo in uno dei successi più celebrati, un brano del 1971 che lo impose immediatamente all'attenzione del grande pubblico

Bill Withers - Ain't No Sunshine

Prendiamoci una pausa dalle brutte notizie e rimaniamo con Bill Withers e uno dei suoi più accreditati eredi: sto parlando di José James di cui è da poco uscito il suo nono album, No Beginning No End 2. Questo disco arriva sulla scia dell'esplorazione di James del 2018 del repertorio di Bill Withers in un disco della Blue Note, Lean On Me. I tre anni in cui il cantante ha suonato, suonato in tournée, registrato e interagito con Withers hanno avuto un profondo effetto sulla sua composizione musicale: James ha imparato a essere infatti, sono parole sue, più diretto nei suoi testi. "C'è qualcosa di così immediato in Lean On Me o Lovely Day ", ha detto a Down Beat. "Vedere persone in posti come il Giappone e in tutta Europa cantare e conoscere tutte le parole di quelle canzoni, e vedere la gioia evocata da quelle canzoni, mi ha fatto davvero sentire bene."
E allora ascoltiamolo nella splendida Lovely day insieme a Lalah Hathaway

Non possiamo fare a meno di sfruttare la presenza di Lalah Hathaway per ricordare la figura del padre, figura, purtroppo drammatica, di primo piano della musica soul, morto suicida a soli 34 anni.
Dopo il debutto nel 1970, Donny Hathaway (che raggiungerà il successo con i dischi in duo con Roberta Flack e con la cover di A song For You di Leon Russell), il secondo album contiene il brano che vi facciamo ascoltare oggi.
Put Your Hand In The Hand

Ancora una brutta notizia: se ne è andato a 85 anni il pianista Ellis Marsalis Jr., sempre per le complicazioni dovute al Covid 19. "Mio padre è stato un gigante della musica e un insegnante, ma anche un grande papà". Con queste parole il sassofonista Branford Marsalis ne ha annunciato la scomparsa. Nato a New Orleans, Ellis Marsalis (che era anche il padre del trombettista Wynton e del trombonista Delfeayo) suonò al fianco di Cannonball e Nat Adderley negli anni Sessanta. Tra i suoi allievi, oltre ai figli ci sono Terence Blanchard, Donald Harrison, Harry Connick Jr., Nicholas Payton. A noi piace ricordarlo anche per la sua partecipazione alla colonna sonora di due film di Spike Lee, Fai la cosa giusta e School Daze.
Ascoltiamolo in una sua composizione, Twelve's It, live a New Orleans al Jazz & Heritage Center il 15 dicembre 2018.

Torniamo alle novità, ma restiamo nel mondo del pianoforte con Bill Evans. Nel 2018 la benemerita etichetta Resonance Records aveva scovato un concerto inedito del pianista registrato durante la residenza tenuta al Ronnie Scott's Jazz Club di Londra tra il 1 e il 27 dicembre 1969. Il disco era uscito per il Record Store Day di due anni fa (bei tempi, quando ad aprile c'era il Record Store Day) e la formazione comprendeva Eddie Gomez al contrabbasso e Marty Morell alla batteria. Qui trovate un mini documentario che racconta quel disco, mentre in solo audio la celestiale esecuzione di Polka dots and moonbeams.

Un altro dei miei pianisti preferiti, che abbiamo ascoltato troppo poco fino ad oggi, è Thelonious Monk, per me il più originale e inaspettato tra tutti i pianisti che hanno caratterizzato la storia di questa musica. Il 17 aprile 1966 Monk registra un set per un programma televisivo a Copenaghen insieme al suo classico quartetto composto da Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al contrabbasso e Ben Riley alla batteria.
Nel corso della registrazione il gruppo incide tre canzoni: una versione da 18 minuti di Lulu's Back in Town, una versione in solo di Don't Blame Me, standard di Jimmy McHugh and Dorothy Fields e infine, con il gruppo di nuovo al completo, Epistrophy di Monk.
Iniziamo con Don't Blame Me

Sempre da quella magnifica esibizione ecco il brano finale, Epistrophy.

Chiudiamo questa puntata con un gruppo che ha fatto di Monk la sua specifica ragione di essere, fin dal nome. Sto parlando degli Sphere – uno dei soprannomi del pianista – fondato da Kenny Barron al pianoforte, Buster Williams al contrabbasso, Charlie Rouse al sax tenore e Ben Riley alla batteria. Ai più attenti non sarà sfuggito che due dei quattro membri facevano parte del gruppo con cui Monk si esibì per anni. Anche se la band aveva come scopo riproporre ed omaggiare la sua musica, i brani proposti non erano solo del pianista della Carolina del Nord, ma standard e composizioni originali.
Vi segnaliamo che di questo passaggio a Umbria jazz che vi proponiamo nel 1986 esiste una testimonianza discografica grazie alla Red record di Sergio Veschi che qui salutiamo, nel magnifico disco intitolato semplicemente Live At Umbria Jazz.
Prima di lasciarvi all'ascolto di questa lunga suite vi ricordo che come sempre ritrovate sul sito di Disco Club tutta la puntata immediatamente dopo la fine della trasmissione.

In questa puntata di Free Fall con Danilo Di Termini ci sono stati anche Norma Winstone e John Taylor Kurt Elling e Danilo Pérez, Bill Withers, José James , Donny Hathaway, Ellis Marsalis Jr., Bill Evans, Thelonious Monk, Sphere.
E proprio con questi ultimi chiudiamo la puntata di oggi. A giovedì.

Blue Morning di Dario Gaggero

Buongiorno a tutti e bentornati a Blue Morning, un'ora in compagnia di Dario Gaggero - cioè io - alla scoperta del variegato mondo della musica nera in (quasi) tutte le sue forme.
Di solito partiamo con un classico, ma oggi ho voglia di cambiare. Sarà la primavera?
Diamo inizio alle danze con Toronzo Cannon, artista di Chicago in giro da diversi anni ma che ha recentemente pubblicato per la Alligator i dischi più maturi della sua carriera. Questa è 'Insurance', dall'ultimo 'The Preacher, the Politician & the Pimp' (2019) che ironizza – ma neanche tanto – su un tema tristemente presente nella vita degli americani. Mai come oggi, purtroppo.



Nelle puntate precedenti abbiamo parlato spesso di John Mayall e dei suoi Bluesbreakers – ora è arrivato il momento di farveli anche sentire!
'John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton' (1966) è stato un disco talmente influente che per un ascoltatore 'moderno' non è facile capire istantaneamente la portata dei cambiamenti che ha provocato. Senza paura di esagerare troppo si può addirittura dire che ha 'inventato' il rock blues per come lo concepiamo oggi.
Ecco la loro versione della classica 'Hideaway' di Freddie King:



Specialista dell'armonica (anche se polistrumentista) Carey Bell ha seguito la lezione dei maestri (Sonny Boy, Little Walter, Walter Horton), suonato al fianco dei giganti (Muddy Waters) e ha poi saputo ritagliarsi un suo spazio come leader nell'affollato panorama del Chicago Blues. Questa è la sua bellissima 'So hard to leave you alone' (1977)



Dopo tanta tristezza proseguiamo con un classico soul del 1961: 'Don't feel sorry for me', magistralmente interpretato dall'elastica voce di Jimmy Ruffin!



Autore, produttore, talent-scout...Willie Dixon è stato più volte citato tra le righe di questa rubrica, ma non abbiamo ancora avuto modo di vederlo nelle vesti di interprete.
Eccovi la divertente 'I don't trust nobody', dal vivo a Montreux nel 1983 – con uno scintillante Sugar Blue all'armonica.



Dotato di una voce potente e rugginosa e di una chitarra a 9 corde dal suono quanto mai peculiare (Steve Vai, crepa d'invidia!) Big Joe Williams sembrava provenire da un mondo addirittura più arcaico di quel delta del Mississippi nel quale mosse i primi passi artistici. Ecco la sua 'Drop Down Mama'.



Interprete nel 1958 della celeberrima 'You can make it you try', Gene Allison ha continuato a sfornare gemme a cavallo tra rhythm & blues e soul per parecchi anni, non riuscendo purtroppo ad eguagliare il successo di classifica della sua prima hit. Questa è la sua 'Somebody Somewhere', del 1969.



Dalla nativa Louisiana alla Chicago capitale del blues (passando per una non trascurabile esperienza Texana) Lonnie Brooks si è affermato come leader di un suo particolare 'Voodoo Blues'. Eccovi la sua 'You're Usin' Me', dal vivo a Houston nel 1993


Non sarebbe una delle mie puntate se non ci fosse almeno un rock'n'roll sgangherato e vcino all'autocombustione: oggi è il turno di Little Ike – il riferimento, a partire dal nome, è al solito Little Richard...

E' arrivato il momento del blues italiano: oggi vi segnalo il più coinvolgente e duttile one man (blues) band che abbia mai incontrato: Max Prandi, qui in un personale tributo a Mississippi Fred McDowell.

La canadese Sue Foley ha già molti validi album alle spalle (il debutto è del 1992 su Antone's) ma è ancora un nome non molto noto dalle nostre parti.
Credo sia un peccato: guardatevi questa 'Absolution' e mi direte.

 Per molti è stato il più grande armonicista blues di tutti i tempi, un innovatore che ha cambiato il suono dello strumento per sempre: sto parlando ovviamente di Little Walter. Nonostante una vita breve e condotta tutta sulla corsia di sorpasso ci ha lasciato un'impressionante messe di registrazioni ancor oggi oggetto di studio meticoloso da parte degli appassionati.
Questa è la celebre 'Mellow Down Easy'

Anche oggi siamo arrivati alla fine.
Vi lascio con un gospel elettrizzante di Sister Rosetta Tharpe nella speranza che vi metta di buonumore per il resto della giornata.
Ci vediamo giovedì mattina per un'altra puntata di Blue Morning.
Fate i bravi
Dario.

 

 

Coverlandia di Gian

I gruppi beat italiani degli anni sessanta sono stati sicuramente quelli più avvantaggiati dal fenomeno cover. Hanno preso da un po' tutti i gruppi inglesi, americani e anche australiani per fare le versioni italiane e scalare le classifiche di vendita.
Il gruppo più famoso (e giustamente) all'epoca era l'Equipe 84 e veramente loro hanno coverizzato di tutto dai Rolling Stones a Elton John, passando per gli immancabili Bee Gees. Ecco partiamo da questi con "Pomeriggio ore 6".


L'originale dei fratelli australiani era più lenta "Marley Purt Drive", del resto il testo non parlava di un'avventura pomeridiana adolescenziale, ma ripeteva "Con quindici bambini e una famiglia in difficoltà, devo andare a fare una gita domenicale" e concludeva che i bambini erano diventati 35 (ha fatto il carico da un orfanotrofio). A proposito di questo pezzo, è tratto sa Odessa del 1969, un capolavoro.


Un altro gruppo che deve il suo maggior successo a una cover sono i Corvi. "Sono un ragazzo di strada" la conoscono tutti anche adesso (originale dei Brogues), ma anche questa era una bella versione di un pezzo famoso nel 1967, "Sospesa a un filo".



L'originale era degli Electric Prunes, gruppo garage/psichedelico statunitense, questa la loro "I Had Too Much To Dream Last Night"



Torniamo all'Equipe, dall'Australia passano alla California con "Sei già di un altro" del 1965.



Quale poteva essere il gruppo californiano più famoso nel 1964? Ovviamente quello dei fratelli Wilson, i Beach Boys e la loro "Don' Worry Baby".



I Quelli non avevano avuto grandi successi in quegli anni, però poco dopo sono diventati famosissimi come Premiata Forneria Marconi. In questa "Per vivere insieme" unico vero successo tra l'altro alla voce c'era un altro che divenne famoso in un altro campo Teo Teocoli.



L'originale dello stesso anno, 1967, era cantato dai Turtles che abbiamo già incontrato nella prima puntata parlando di "Scende la pioggia" di Morandi. Due di loro, Kaylan e Volman, per anni suonarono con Frank Zappa con lo pseudonimo di "The Phlorescent Leech & Eddie". Questo l'originale "Happy Together".



Con l'Equipe torniamo in Europa, nemmeno i Rolling Stones si sottraggono alle loro coverizzazioni. Nel 1964 fanno "Quel chi ti ho dato".



Originale dei Rolling "Tell me" dal loro primo album del 1964.



Nel 1968 i Corvi cercavano un biglietto d'aereo perché avevano ricevuto una lettera, lo avranno trovato? "Datemi un biglietto d'aereo"



La lettera era partita l'anno prima da Memphis l'aveva imbucata Alex Chilton con i suoi Box Tops: "The Letter".



Ultimo pezzo dell'Equipe, sempre dall'Inghilterra. Questo è una sorpresa. E' del 1968 e non me la ricordavo proprio, "Un anno"-



Sorprendente perché l'originale non era di un gruppo da 45giri, i Traffic di Steve Winwood con "No Face, No Name, No Number".



E concludiamo ancora con i Quelli. Nel 1969 un anno prima di sciogliersi hanno ancora un mezzo successo con "Dici", Teocoli non c'è più e Mussida, Di Cioccio, Premoli e Piazza si preparano per il grande passaggio alla P.F.M.



Thomas David "Tommy" Roe è un cantautore e musicista statunitense. Ha azzeccato solo due successi, "Sheila" nel 1963 e, appunto, "Dizy" nel 1969.



Finito, vado come al solito a leggere. Con i Meridiani di Buzzati mi sono portato avanti. Finiti i romanzi dono alle prese con i sessanta racconti. A proposito dell'ultimo romanzo della raccolta mi ha fatto scoprire un Buzzati diverso, sia per il genere, vedi il titolo "La famosa invasione degli orsi in Sicilia", sia perché lo ha illustrato l'autore stesso (vedi foto). Buona notte.

buzzati

 

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