Radio Disco Club 65

Jazz Tracks di Danilo Di Termini

Ciao a tutti. Visto che il mio collega e sodale Dario ve lo ha anticipato nella sua puntata di odierna, vi confermiamo che dalla prossima settimana ci saranno grosse novità nella programmazione di Radio Discoclub65. Stiamo per entrare nella Fase 2 e niente sarà più come prima. Intanto dopo due mesi di programmazione questa trasmissione cambia il suo nome; non più Free Fall che pure salutiamo con affetto, bensì JazzTracks. Io sono Danilo Di Termini e questa è l'ultima puntata della settimana; la troverete tra un'ora circa, insieme a tutte le altre sul sito di Discoclub; se invece preferite solo l'audio e non i video alla fine arriverà anche il link alla playlist su Spotify.

Normalmente iniziamo con una novità ma oggi ci sembra inevitabile – purtroppo sta diventando un'abitudine – celebrare la scomparsa di un grande musicista, e cioè di Tony Allen, morto a Parigi all'età di 79 anni. Lo avevamo ascoltato qualche settimana fa con il suo ultimo disco appena uscito insieme a Hugh Masekela.
Oggi cominciamo col ricordarlo con un'esibizione registrata negli studi di Babylon, un locale nel cuore di Istanbul nato nel 1999, trasferitosi poi nel 2015 in un nuovo centro di esibizione dal vivo polivalente dove vengono registrati contenuti in esclusiva come questo fantastico solo di Tony Allen

Tony Allen è stato senza dubbio insieme all'amico e connazionale Fela Kuti uno dei padri dell'afrobeat. Tony Oladipo Allen aveva imparato le percussioni e la batteria da autodidatta, ispirato dai ritmi tradizionali yoruba e dal jazz americano, da Dizzy Gillespie, Max Roach e Art Blakey. Nel 1964 si unisce al gruppo di Fela per poi diventare direttore artistico degli Africa '70. Durante un viaggio negli Stati Uniti, i due scoprirono i movimenti di protesta afro-americani e il funk di James Brown. Al loro ritorno a Lagos, sviluppano un nuovo genere, l'afrobeat, musica ipnotica e ripetitiva che mescola lo stile highlife, la poliritmia yoruba, il jazz, il funk e che diventa una delle correnti fondamentali della musica africana del 20° secolo.
Dopo 36 album e 26 anni di collaborazione i due si separano; Allen si trasferisce a Londra, poi a Parigi. Guardiamolo proprio in un concerto del 2017 a Parigi, al Festival Sons d'Hiver in un progetto dedicato a Art Blakey con Jowee Omicil al sax, Jean-Philippe Dary al piano, Matthias Allamane al contrabbasso e capirete la sua grandezza in questa reintepretazione di un celeberrimo brano di di Bobby Timmons, Moanin

"Senza di lui non ci sarebbe stato Afrobeat" aveva detto Fela Kuti e Brian Eno lo ha descritto come "il miglior batterista che sia mai vissuto". Negli anni '90 con l'album Black Voices prodotto dal Doctor L sull'etichetta discografica Comet aveva rilanciato la sua carriera suonando con Jimi Tenor (bellissimo il primo disco insieme), il trio brasiliano Méta Méta, la cantante maliana Oumou Sangaré. Ma sicuramente uno dei personaggi che più ha valorizzato Tony Allen in ambito extra-jazz è Damon Albarn in The Good, the Bad and the Queen. Sentiamoli insieme in questo disco del 2014, Film Of Life, da cui traiamo Go Back

Proseguiamo la puntata con una novità, il nuovo disco di Henri Texier. Il contrabbassista francese è una delle figure più importanti del jazz europeo, leader di gruppi sempre interessanti (il nostro preferito il trio con Aldo Romano e Louis Sclavis). Il suo nuovo lavoro lo vede a capo di un pianoless quintet con Sébastien Texier al sax alto, Vincent Lê Quang al sax tenore, Gautier Garrigue alla batteria e Manu Codjia alla chitarra.
Abbiamo scelto un brano che si intitola Laniakea

Texier fu al fianco di Martial Solal e Lee Konitz in due dischi molto belli incisi in Italia alla fine degli anni 60 per la Campi records. Prendiamo spunto per riascoltare Lee Konitz, purtroppo anche lui recentemente scomparso, in una performance registrata nel settembre del 1981 al Woodstock Jazz Festival, New York. Insieme a lui Chick Corea e il brano è la celeberrima Stella by Starlight

Rimaniamo con Lee Konitz con un video che ci ha molto sorpreso visto che si tratta di un'esibizione al Concerto dell'Epifania del 2009 ripreso addirittura da Rai 1. Insieme a
Konitz la cantante italiana Susanna Stivali accompagnata da Marco di Gennaro al pianoforte, Mauro Battisti al contrabbasso e Carlo Battisti alla batteria. Gli ultimi tre – oltre ad essere stati protagonisti di uno spettacolo teatrale dedicato all'opera di Charles Bukowski con Alessandro Haber e prodotto dall'indimenticabile Teatro dell'Archivolto di Genova - avevano anche inciso un bellissimo disco nel 2002, Listen...Silence, uscito per la Dodicilune. Ascoltiamo All the joys, scritto su un poema di Emily Dickinson dalla stessa Susanna Stivali.

Finiamo in allegria con un brano che canta la gioia della primavera con un gruppo che farà storcere il naso a molti puristi del jazz, i Manhattan Transfer. Nel 1985 il gruppo incide Vocalese: il riferimento è a quel genere che sostituisce gli assoli degli strumenti con le singole voci. I primi a farlo furono il trio Lambert, Hendricks & Ross. Ne parleremo in una delle prossime puntate. Intanto, da Vocalese per salutarci scegliamo Sing Joy Spring, brano di Clifford Brown a cui per l'occasione Jon Hendricks scrisse un testo ad hoc.
Allora spazio a Janis Siegel, Tim Hauser, Cheryl Bentyne e Alan Paul. A martedì da Jazz Tracks e Danilo Di Termini. Tra poco la puntata sul sito di Disco club; se invece preferite solo l'audio la trovate su Spotify (segue link). Ciao

Blue Morning di Dario Gaggero

Buongiorno a tutti e bentornati a quello che sarà l'ultimo appuntamento con Blue Morning.
Con l'avvento della Fase 2 e l'auspicato ritorno alla normalità infatti i programmi di Radio Discoclub subiranno delle variazioni orarie e contenutistiche. E forse potrebbero anche cambiare modalità di fruizione...
Ma invece di parlare del futuro concentriamoci sul presente, e cioè sulla puntata odierna.
Si parte con Mose Vinson, pianista accasatosi alla celebre Sun Records di Memphis come session-man in incisioni di James Cotton, Walter Horton e Joe Hill Louis. Questa è una sua versione (mai pubblicata all'epoca) della celebre '44 Blues':

Passiamo a qualcosa di completamente diverso con i Meters, storica formazione di New Orleans considerata tra i precursori
del funk insieme ad artisti del calibro di James Brown.
Questo è uno dei loro classici, 'Cissy Strut' (1969):

A lungo collaboratrice di nomi storici del blues di Chicago, Zora Young è emersa sulle scene internazionali con una tournée europea del 1982 (insieme a Bonnie Lee e Big Time Sarah), preludio ad una lunga serie di concerti che la porteranno a visitare anche paesi non tradizionalmente legati al blues come la Turchia e Taiwan.
Ha anche inciso un album dal vivo con i 'nostrani' Big Fat Mama!
Oggi sentiamo 'Don't Have To Go', dal disco 'Blues With the Girls' che documentava il tour del 1982:

Il suo nome è associato quasi universalmente al postumo 'Pledging My Love' ma Johnny Ace riuscì ad avere diversi successi di classifica (quasi tutte ballad) prima di morire tragicamente la notte di Natale del 1954 a soli 25 anni.
Roulette russa? Incidente causato da intossicazione alcolica?
A noi basta ricordarlo con la sua musica.
Questa è 'Never Let Me Go'.

Torniamo al blues con Alabama Mike, nativo di Talladega e recente titolare di una serie di divertenti album nel solco della tradizione elettrica postbellica.
Questa 'Ghetto Life' è tratta dal suo secondo cd, 'Tailor Made Blues' (2010):

Prima di approdare negli anni '70 ad una variegata carriera che la vide spaziare da ballad più tradizionali a sconvenienti tentazioni disco music, Gloria (Ann) Taylor ha consegnato alla storia della musica soul una mezza dozzina di pezzi considerati ormai
dei classici.
Vi propongo la sua hit più celebre: 'You got to pay the price', pubblicata su Silver Fox nel 1969.

Sapete che se non metto almeno un pezzo strampalato a puntata non sono contento...
Oggi è la volta dei misteriosi Kac-Ties e della loro 'Mr. Were-Wolf' (ma a un certo punto oltre al lupo mannaro spunta fuori anche...Tarzan! Sentire per credere.)

Forse l'ultimo storico rappresentante di un genere musicale tipico del Nord del Mississippi noto come 'Fife & Drum Blues', Otha Turner ha pubblicato nella seconda metà degli anni '90 una serie di album che sembrano incisi cento anni prima - testimoni di una fusione arcaica e affascinante tra blues, marching band europee e musica africana.
Questa 'Station Blues' è tratta da 'From Senegal to Senatoba', del 2000:

Abbiamo parlato di carriere eclettiche ma forse poche possono paragonarsi a quella di LaVern Baker, passata dal gospel al blues, dal rock'n'roll al soul, dal pop al jazz senza battere ciglio e dimostrando sempre una notevole efficacia espressiva.

Oggi sentiamo la sua (ironica?) 'Saved', pubblicata dalla Atlantic nel 1961:

Storico chitarrista dei Roomful of Blues e dotato di uno stile poliedrico e riconoscibile al tempo stesso - affinato in anni di frequentazioni dei più influenti bluesmen della scuola di Chicago e del Texas - Ronnie Earl ha pubblicato come solista album 'a tema' che sono diventati un must per gli appassionati.
Questa 'jazzy' Hippology è tratta dall'abum 'The colour of love' (1997)

Il ballo ha sempre rivestito una grande importanza nella cultura afroamericana - come forma di autoaffermazione,
appartenenza ad una cultura e ad un linguaggio 'segreti' o semplicemente come svago dopo una settimana di lavoro
nei campi o in fabbrica. Non perdetevi la virtuosistica esibizione dei Nicholas Brothers in coda a questo brano di Cab Calloway - figura leggendaria ai confini tra jazz e rhythm and blues che ha raccolto solo le briciole della sua passata gloria artistica in seguito all'apparizione nel film 'The Blues Brothers' del 1980.

Questa 'Jumpin' Jive' è tratta invece dal film 'Stormy Weather', del 1943.

So che ci sono centinaia di altri bluesman italiani più famosi e meritevoli, ma visto che questa è l'ultima puntata mi permetto di occupare lo spazio dedicato al blues italiano con i 'miei' Snake Oil Ltd. Qui eravamo al Fermento Blues Festival di Monopoli, in una caldissima estate di qualche anno fa.

Ci vediamo presto,

Dario.

 

L'ora dell'ignoranza di Diego Curcio

Quando ho iniziato ad ascoltare punk la prima cosa cosa che mi sono messo a fare è stata quella di andarmi a comprare tutti i dischi "fondamentali" di questa sottocultura. Quasi sempre si trattava di album usciti nel 1977 - l'anno d'oro del punk - e comunque erano quasi tutti esordi. Dopo il primo album, si diceva, le band perdeva la carica propulsiva e smarrivano, pubblicando dischi mediocri e decisamente meno punk. Per un po' ci ho creduto, anche perché prima dovevo esaurire i fondamentali (anche se quelli non si esauriscono mai). Poi però ho iniziato a interessarmi ai "secondi album" usciti del 78, 79 o nell'80. Qualcuno anche più avanti e ho scoperto un mondo pazzesco. Certo, magari erano dischi meno "punk" e quindi meno urgenti e duri, ma c'erano anche parecchi gioielli. Molte band ammorbidivano il suono, virando verso un punk più melodico, ma di piccoli capolavori, tra i "secondi deschi del punk" ce ne sono a bizzeffe,. Ecco, l'Ora dell'ignoranza di oggi si occupa proprio di questo, limitandosi al punk inglese. I primi sono i Boys, che dopo il fulminante esordio omonimo del 77, nel 78 pubblicano l'ottimo "Alternative Chartbusters" da cui è tratta questa "Brickfiled nights".

Dopo "Another music in a different kitchen" del 1978, il loro album di esordio (che veniva dopo l'ep "Spiral scratch"), i pop-punkers Buzzcocks pubblicano, nello stesso anno, l'altrettanto gagliardo "Love bites", ancora più melodico ma sempre una delizia di irruenza, ingenuità e zucchero. Ho scelto per voi "Sixteen again"

L'esordio omonimo dei Chelsea di Gene October è fuori tempo massimo, 1979, ma è senza dubbio un disco stupendo, che va recuperato. Ancora più tardo è "Evacuate", il seguito targato 1982. Però anche qui non mancano canzoni interessanti. Il sound è meno ruvido e più cupo. "Cover up" è uno dei brani che preferisco.

I Clash, dopo il fiammeggiante esordio omonimo del 77, nel 1978 pubblicano "Give' em enough rope" prodotto da Sandy Pearlman ed è subito scandalo. "Senti che suoni?" dicono i fan. E in effetti l'album è decisamente meno punk di quello precedente. Ma secondo me è un altro capolavoro. Dieci pezzi stupendi, tra cui questa "Julie's been working for the drug squad.

Il secondo album dei Damned esce nel '77 come la pietra miliare "Damned Damned Damned". Si chiama "Music for pleasure" ed è spesso considerato un disco mediocre e soprattutto mal prodotto. Io personalmente non l'ho mai comprato, ma qualche giorno fa un amico mi ha quasi scomunicato per questa mancanza. Ascoltandolo, in effetti, non è niente male (anche se il terzo "Machine gun etiquette" per me resta di un altro livello ed è quasi bello come l'esordio). Comunque, riscopriamo questo disco controverso con "Problem child".

Uno dei miei dischi preferiti del primo punk è il primo album omonimo dei Generation X, super melodico ma anche sporco al punto giusto. La band non era molto amata dai "veri punk", perché Billy Idol e soci erano considerati più interessati al successo che all'essenza di questa sottocultura. Per me restano un gruppo fondamentale. Decisamente meno interessante dell'esordio è il secondo disco "Valley of the dolls" del 79. Ma parliamo sempre dei Generation X, belin. Quindi si gode sempre alla grande. Questa è la title track.

Gli Shma 69 sono la band simbolo dell'oi! britannico e dopo un disco roccioso come "Tell us the truth" (1978), qualche mese dopo (sempre lo stesso anno) se ne escono con "That's life" che contiene l'ottimo singolo "Hurry up Harry" (che ho deciso di selezionare qui sotto). Due album belli trugni e carichi di canzoni anthemiche e possenti. Il punk della strada più crudo e vero che ci sia.

 I Lurkers sono una band punk con venature pop, che dopo l'ottimo "Fulham Fallout" del 1978, l'anno successivo virano verso un power-pop con venature wave davvero niente male e sfornano l'interessante, ma assai poco considerato "God's lonely men". Già parliamo di un gruppo "minore" del primo punk inglese, se poi ci avventuriamo nel secondo album ci troviamo probabilmente nella nicchia della nicchia. Peccato. Questa è "Bad times".

La puntata dell'Ora dell'ignoranza termina con una band non propriamente punk o che comunque lo è stata per poco tempo: i Jam. Dopo "In the city" del 77 Paul Weller e soci si sono spostati verso un mod-sound molto compatto e di ottima fattura. Il loro secondo disco "This is the modern world sempre del 77, a dispetto del titolo, è l'anello di congiunzione fra queste due vite (punk e mod). La quasi title track ("The modern world") è un pezzo bellissimo. A martedì.

 

 

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