Radio Disco Club 65

Profumo di Colla Bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare. (Questo mio tormentone marzulliano vi perseguiterà benignamente ad ogni puntata).

Pronti? Via! Senza ulteriori indugi verso la prima proposta di questo nuovo incontro.
E partiamo col botto come la scorsa settimana avevo fatto con i Pavlov's dog.
Questi sono i 'Carmen'. Hanno coniugato prog rock e flamenco e sono un po' britannici e un po' americani; hanno suonato con Santana e Jethro Tull e alla fine hanno anche fornito a quest'ultimi John Glascock al basso, tanto loro, cioè i Carmen, tra sfortune e sogni infranti durarono fino al 1975, John solo un poco di più, forse segno del destino comune avverso; in ogni caso i loro primi due album sono semplicemente strepitosi...Flamenco in prog!
Se ci pensiamo bene, questo connubio, è un'idea piuttosto ridicola, anche per il 1973.
Tuttavia i Carmen, che operavano a Londra dopo il totale disinteresse nel loro confronti in USA, hanno reso questa sintesi rivoluzionaria nel loro album di debutto, 'Fandangos in Space' inseguendo le visioni del chitarrista e cantante di Los Angeles David Clark Allen (da non confondersi con il quasi omonimo australiano Christopher David Allen quello dei Soft Machine e Gong per intenderci) sempre coadiuvato dalla sorella e tastierista Angela .
In un totale contesto anarchico, si celebravano storie di corride e zingari, mentre la musica mescolava mellotron, ritmi latin rock e stilemi di 'zapateado', una danza messicana simile a tip tap, in un calderone cosmico con l'attenta produzione di Tony Visconti.
Non è durata a lungo. Dopo aver pubblicato altri due album e dopo aver perso il carismatico bassista, il complesso si è sciolto nel 1975.
Qui vi propongo, 'Bulerias' la prima traccia del loro primo album che solitamente è il brano che funge da cartina tornasole di tutto il lavoro. Non mortificate le vostre estremità se desiderano tenere il tempo. Buon ascolto!


Il primo album dei Secos & Molhados è considerato dalla sezione "carioca" del 'Rolling Stone' tra i migliori 100 lp della musica brasiliana, anzi potrei dire tra i migliori 5 album visto che lo posiziona proprio al quinto posto della loro classifica.
Davvero un piccolo gioiello tra sperimentazione e tradizione in leggero odor di progressivo.
Non si ripeteranno mai più su questi livelli.
Vi faccio ascoltare due brani, intanto perché sono cortissimi e soprattutto perché non saprei davvero quale scegliere: il primo è un poema di Vinícius de Moraes e s'intitola 'La rosa di Hiroshima' scritto nel 1946 e trasposto in musica dai Secos & Molhados nel 1973, mentre il secondo, 'O Patrão Nosso de Cada Dia'è la storia di un amore non corrisposto; entrambi sono quasi declamati dalla sinuosa voce del cantante Ney Matogrosso e potrebbero costituire una piacevole sorpresa per chi magari non li conosce. Voglio anche riportare il testo tradotto in italiano del poema di Vinicius De Moraes perché 'La Rosa di Hiroshima' fu eletta simbolo di un giustamente feroce dissenso, prima sotto forma di poesia e poi sotto forma di musica. La bomba viene paragonata a una rosa perché quando è esplosa, ha evocato l'immagine simile ad un fiore che sboccia. Una rosa è generalmente legata alla bellezza e alla celebrazione delle meraviglie della natura, non quella di Hiroshima che al contrario ha dispensato unicamente un velo mortale, sugli uomini e sulla terra, dalle conseguenze reiterate nel tempo. La musica dolce e suadente dispensata dalla chitarra acustica, con l'accenno di melodia del flauto traverso a concludere il brano crea un maligno contrasto che amplifica la drammaticità del testo.

LA ROSA DI HIROSHIMA

Pensate ai bambini
muti telepatici
pensate alle bambine
cieche e inesatte
pensate alle donne
rotte e alterate
pensate alle ferite
come rose calde

Ma, oh, non dimenticatevi
della rosa della rosa
della rosa di Hiroshima

La rosa ereditaria
la rosa radioattiva
stupida e invalida
la rosa cirrotica
l'anti-rosa atomica
senza colore né profumo
senza rosa senza niente.


e

Meraviglioso album raro e sconosciuto quello dei 'Carol of Harvest' sicuramente per quanto mi riguarda, uno dei migliori album di "psychfolkprogrock" che abbia mai ascoltato insieme a quello dei Comus, dei Tudor Lodge e dei Langsyne; con questi ultimi I 'Carol of Harvest' dividono l'origine: infatti sono tedeschi, tutti giovanissimi intorno ai 19 anni, ma sembrano inglesi, suonano in inglese, cantano in inglese e la voce di Beate Krause (lei di anni nel 1978 ne aveva solo 16) è qualcosa che sta tra l'assoluto e il divino.
Il brano che apre il disco "Put on your nightcap" dura 16 intensissimi minuti, ascoltandolo probabilmente non ne rimpiangerete nemmeno uno. Qui lascio parlare unicamente la musica, mettetevi comodi e predisposti e se avete il berretto da notte...put it on! (ma meglio sarebbe una cuffia hifi per goderla appieno)


Franchi, Giorgetti, Talamo, tre chitarristi che vivevano e si esibivano nel varesotto, anche se Franchi era di Fiume e Talamo di Napoli, vengono inseriti nel giro del progressive italiano forse, più che per i contenuti musicali, per la copertina del loro unico album assai particolare, che contiene tra l'altro un inserto di plastica con dentro viti, bulloni, peperoncini essicati, dadi, sabbia di fiume...Una costruzione così complessa che oggi trovarla intonsa è operazione difficile e discretamente costosa. Danilo Franchi e Vittorio Giorgetti (chitarristi e cantanti, ex Cuccioli) insieme ad Oliviero Talamo (chitarra solista, ex Chicos) danno quindi vita nel 1972 ad un album davvero bello, 'Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi d'amore' purtroppo passato ingiustamente sottotraccia. Diciamo che verosimilmente possono forse essere accostati a Loy & Altomare per quella ricerca di uno stile piuttosto personale "westcostiano" recepito e fortemente italianizzato; per quanto riguarda i testi mi ricordano i primi Stormy Six quelli che del sociale facevano giustamente una battaglia a prescindere. Da quest'album voglio proporvi 'E' diventato normale' una sorta di denuncia all'alienazione procurata dal duro lavoro in fabbrica. Vi consiglio di ricercare questo cd, prodotto e distribuito nel 2011 da parte di Area 96 una associazione culturale di Varese, che contiene la versione, rimissata e rimasterizzata dal nastro multi tracce originale; questa stampa è migliore dell'uscita originale in vinile (per dirlo io che non compro un cd nemmeno sotto tortura, se non in casi eccezionali come questo, dovete credermi sulla parola) e contiene un pezzo edito precedentemente solo su 45 giri ed un inedito. Per me imperdibile!


L'ultimo complesso che vi propongo, appartiene alla categoria di quelli 'famosi' che ogni tanto faranno capolino in questa mia trasmissione ovvero i 'Gentle Giant' Il brano che ho scelto è tratto dal loro primo album e si chiama 'Nothing at all'. Il motivo che mi ha indotto a sceglierlo è piuttosto importante: se mi chiedessero, obtorto collo, di dire un solo titolo di un pezzo che racchiuda in se tutti gli stilemi della musica prog ebbene, nonostante il ventaglio di scelte piuttosto ampio, non avrei alcun dubbio ad indicare questo, oppure come unica alternativa 'Starless' dei 'King Crimson'. Infatti pur non essendo, 'Nothing at All', un brano interminabile (dura 9 minuti e nella musica di genere è una lunghezza appena leggermente superiore alla media), tesse con infinita leggerezza, ma con estrema perizia, in un ipotetico e magnifico patchwork, la moltitudine di generi che abilmente miscelati costituiscono quello che è l'essenza della musica progressiva.
Un inizio folkeggiante (a cui Stairway to heaven dovrà qualcosina l'anno seguente), con la splendida voce di Derek Shulman, in aggiunta ai classici corali marchio di fabbrica del gruppo a sostenere il tutto, che ben presto cede il passo ad un sempre più deciso scivolamento nel blues.
Quando il brano sembra prendere una direzione ben precisa e definita ecco che la batteria, acida e filtrata, spacca improvvisamente il tutto in maniera ipnotica e surreale, permettendosi poi di rivaleggiare contro una magnifica esecuzione del notturno di Liszt; la lotta si rivela ben presto impari perché le delicatissime note al pianoforte, massacrate da tanto osare, lasciano ben presto spazio ad una soluzione di frenetico free jazz, mentre la batteria continua imperterrita il suo pattern psichedelico.
Ci vorrà il ritorno alla melodia folkeggiante iniziale, stavolta cantata a più voci, per far quadrare il cerchio e chiudere il brano lasciandoci irrimediabilmente senza fiato.



Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

 

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Seconda puntata di Old, New, Borrowed & Blue della Fase 2 di Radio Discoclub65, ancora in forma tradizionale. Per questo secondo abito da sposa musicale felice – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).
La sigla è, per forza di cose nuziali, Wedding Dress (abito da sposa) dei Pentangle
PENTANGLE – WEDDING DRESS

NEIL YOUNG – TRY
Apriamo la sezione "Old" con un evento importante. Il 19 giugno uscirà Homegrown, l'album che nel 1975 l'inquieto Neil Young incise e poco dopo chiuse in un cassetto del suo immenso archivio. Qualche tempo fa Nei dev'essere passato davanti a quel cassetto e ha deciso di aprirlo. Nel frattempo alcuni brani della scaletta sono stati pubblicati in album come Decade o American Stars, altri sono totalmente inediti o ascoltati solo dal vivo, come è il caso di questa Try.

THE WOODS BAND – AS I ROVED OUT
La sezione "Old" ha una dependance, molto gradita al caro leader Balduzzi, intitolata "tesori nascosti del folk anglo-scoto-irlandese". Qui parliamo della Woods Band, fondata dai coniugi irlandesi Gay e Terry Woods nel 1971 subito dopo la loro dipartita (acrimoniosa?) dagli Steeleye Span, con cui avevano inciso l'opera prima Hark! The VillageWait. Folk-rock da manuale in cui Terry Woods mette in mostra la sua abilità con gli strumenti a corda.

MARK LANEGAN – KETAMINE
Passiamo al "nuovo". L' atteso Straight Songs Of Sorrow di Mark Lanegan, arriva insieme alla biografia dell'ex Screaming Trees, Sing Backwards And Weep. Entrambi i titolo fanno capire che ascolto e lettura non sono all'insegna del buonumore, eppure le spettrali ballate di Lanegan hanno uno zoccolo duro di fan che non si perdono un'uscita. E, paradossalmente, proprio negli strani giorni della Fase 2, musica di questo tipo finisce per suonare rassicurante, proprio perché compagna nella difficoltà di provare a ripartire.

BC CAMPLIGHT – I ONLY DRINK WHEN I'M DRUNK
Altro disco del settore "nuovo". Nativo di Filadelfia e residente a Manchester, BC Camplight ha da poco pubblicato uno disco strano, affascinante e, come quello di Lanegan, poco allegro. Siamo nell'ambito della canzone d'autore fatta di stratificazioni elettroniche e atmosfere fra il claustrofobico e l'etereo. Suona impegnativo e un po' lo è, ma dopo un paio di ascolti Shortly After Takeoff ripaga dello sforzo compiuto.

R.E.M. – FIRST WE TAKE MANHATTAN
Arriviamo ora alla sezione "Borrowed/ Prestato", ovvero la cover di questa puntata. Nel 1991 uscì I'm Your Fan, disco-tributo a Leonard Cohen approntato dalla rivista francese Les Inrockuptibles. Brano dopo brano, gente in gamba come Nick Cave, Lloyd Cole, John Cale, Robert Forster e, appunto, R.E.M. fa proprio quel che il titolo suggerisce: dimostrare il proprio amore per il Maestro canadese. Sono cover dal valore per forza di cose disuguale, ma tutte rispettose e affettuose. In questo caso i R.E.M. aggiungono molto pop alla synth-laconicità dell'originale, al tempo stesso liberando la cantabilità della melodia. I'm Your Fan è stato ristampato un paio d'anni fa in doppio vinile e dovrebbe trovarsi ancora abbastanza facilmente.

RICHARD & LINDA THOMPSON – THE END OF THE RAINBOW
La sezione "Blue", nel senso anglo-americano di "malinconico", prende ispirazione da questo venerdì piovoso e persino esondante. Alla fine del temporale arriva talora l'arcobaleno. Ma attenzione: nel cupo mondo di Richard Thompson "non c'è niente alla fine dell'arcobaleno/ Niente per cui valga la pena diventare grandi". Il brano proviene da I Want To See The Bright Lights Tonight (1974), primo lavoro inciso da Thompson insieme alla moglie Linda. A dispetto di queste tristi note, Antonio Vivaldi vi augura un buon fine settimana dal suo microfono virtuale di Radio Discoclub65.

Mainstream Rock di Ida Tiberio

American mainstream, Dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. La nostra effervescente cascata di "classici" prosegue senza sosta.

Creedence Clearwater Revival
John e Tom Fogerty sono due studenti liceali di Berkley affascinati dal blues e dal rock'n'roll. Amano Howling Wolf, Screamin Jay Hawkins ma anche il soul. Insieme agli "schoolmate" Stue Cook e Doug Clifford si esibiscono nei club della loro città e in breve danno una forma compiuta al loro progetto musicale. La band prende il nome di Creedence Clearwater Revival ed è destinata a raggiungere un successo planetario. I Creedence sfoderano una serie di cover straordinarie e scrivono ottimo materiale originale. Merito del talento istintivo, passionale e genuino di John Fogerty e della sua voce così efficacemente rude. Senza sottovalutare un buon lavoro di squadra che ha permesso alla band di attingere dalle sonorità bayou e dalla musica delle radici con intelligenza e creatività

Buffalo Springfield
Restiamo in California, una sorta di terra promessa per tutti i giovani colti dall'inquieta, dilagante ribellione che negli anni sessanta diventava il tratto distintivo dell'America "alternativa". Si sviluppa qui, nella mitica Costa Ovest, la storia breve ma significativa dei Buffalo Springfield. Steven Stills è texano, Neil Young è canadese, Richie Furey viene dall'Ohio ma è la città di Los Angeles il perno attorno al quale ruota loro attività musicale. La line-up della band non è stabile ma i brani più celebri fanno capo a Steven Stills e Neil Young. I Buffalo Springfield verranno ricordati soprattutto per il maestoso e tagliente inno di rivolta che stiamo per ascoltare. Il brano porta la prestigiosa firma di Steven Stills

Steppenwolf
Dal Canada a New York e infine , anche per loro, l'approdo in California. Questa è la classica linea-guida dei giovani rocker degli anni sessanta: andare là dove le cose importanti accadono e lasciarsi coinvolgere dalla marea montante del cambiamenti. Gli Steppenwolf (il nome pare abbia un riferimento diretto al libro di Herman Hesse, "Il lupo della steppa") non fanno eccezione. La band attraversa la cultura hippy con la forza dirompente della musica e con numerose prese di posizioni pubbliche contro la guerra del Vietnam. Il loro è un mix di fascinazione "flower power" e ribellismo che, anche sul piano artistico, risulta vincente. Chi non ricorda il film Easy Rider e la fuga senza speranza di Peter Fonda e Dennis Hopper lungo le strade d'America? Inutile specificare che la canzone-simbolo del film (e di un'epoca remota avvolta nel mito) porta la firma degli Steppenwolf

Byrds
Lo sapete, di tanto in tanto mi concedo toni enfatici ma in questo caso non credo eccedere in benevolenza, Pochi gruppi possono vantare un ruolo paragonabile a quello dei Byrds nell'evoluzione della musica americana, negli anni sessanta e nei decenni successivi. Gene Clark, Jim/Roger Mc Guinn e David Crosby si incontrano nel '63 al Troubador di Los Angeles. In meno di due anni, il progetto si concretizza. L'ingresso nella band di Gene Parsons e Chris Hillman, il contratto discografico con la Columbia, la cover "dylaniana" di Mr. Tambourine Ma (seguita da altre) e la messa a punto di un sound eterogeneo e affascinante, sospeso tra il country-rock e psichedelia danno impulso alla notorietà dei Byrds. Nella band transita anche un musicista geniale e tormentato come Gram Parsons. Il suo contributo nell'album Sweetheart of Rodeo è determinante ma resta un episodio isolato. In seguito Gram Parsons e Chris Hillman costituiranno Flying Burrito Brothers, un'altra pietra miliare del country rock

Flying Burrito Brothers
Chris Hillman decide, probabilmente senza troppi indugi, di seguire Gram Parsons in una nuova avventura musicale. Entrambi abbandonano i Byrds e si dedicano ad un nuovo progetto artistico, i Flying Burrito Brothers. Nel sessantanove pubblicano il loro primo, acclamatissimo album,The Gilded Place of Sin. Il lavoro è un autentico trionfo delle sonorità country-rock più innovative ed è il banco di prova dell'immenso talento compositivo e vocale del giovanissimo Gram Parsons. Ma la personalità dell'artista americano è fragile e inquieta: al termine della registrazione del secondo album recide di lasciare la band. Infine si dedica ad una carriera solistica potenzialmente straordinaria. Farà in tempo a realizzare due album che, a detta di molti (certamente di chi scrive), sono autentici capolavori. Gram non farà in tempo a vedere l'uscita del meraviglioso Grievous Angel. Morirà nei pressi di Joshua Tree, in circostanze mai chiarite.

Jefferson Airplane

I Jefferson Airplane, insieme ai Grateful Dead (che ascolteremo tra poco) rappresentano la quintessenza della controcultura americana degli anni sessanta. Dalla "Summer of Love" del '67 alla ribellione esplicita al sistema, dalla cultura lisergica di Timothy Leary al radicalismo politico di Jerry Rubin, dall'utopia della "comune" all'incontenibile libertà espressiva della loro musica. Chissà se Marty Balin, Jorma Kaukonen, Paul Kantner, Jack Casady e la meravigliosa Grace Slick erano consapevoli che la loro musica avrebbe inciso così profondamente nel costume dei giovani americani di quegli anni. In ogni caso, i suoni acidi, distorti, suadenti e accattivanti della loro musica restano impressi nella memoria (e nel cuore) di molte generazioni.

Grateful Dead
Da un po' di tempo non vi tediavo con il ricordo personale, vero? Rimedio subito. C'è un edificio, all'incrocio tra Asbury Street e Haight Street, contrassegnato dal numero 710 che rappresenta uno dei motivi principali della mia lontana vacanza a San Francisco. Tra il '66 e il '67, proprio in quell'appartamento, i Grateful Dead creano uno straordinario laboratorio di controcultura. Vita co-munitaria (tra gli ospiti, anche Janis Joplin), esperimenti lisergici e musica. Jerry Garcia, leader del gruppo, è un chitarrista di grande talento, ha una voce inconfondibile e sotto la sua guida, la band dà il via a un'esperienza musicale di inestimabile valore. Album come Anthem, Aoxomoxoa, Working-man's death e, a mio parere, American Beauty, trovano legittimamente spazio nell'Olimpo musicale della West Coast.

Quicksilver Messenger Service E concludiamo, almeno per questa sera, la nostra tracimante ondata psichedelica, con più anarchici, colorati e irriverenti della compagnia: I Quicksilver Messenger Service. Sotto l'egida creativa di John Cipollina, chitarrista irruento e geniale, la band si fa strada nei fitti territori della West Coast. Merito delle loro sonorità distorte e lancinanti, del magnifico lavoro dei due chitarristi (l''irruento John Cipollina e il più "morbido" Gary Duncan) e di un album che, a detta di molti, rappresenta un vero e proprio gioiello della musica psichedelica: Happy Trails. Qui troviamo anche un omaggio al blues di Bo Diddley. Ovviamente, interpretato secondo i canoni lisergici dei Quicksilver Messenger Service

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