Radio Disco Club 65
| 17 Maggio 2020
Profumo di Colla Bianca di Mauro Costa
Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare. (Questo mio tormentone marzulliano vi perseguiterà benignamente ad ogni puntata).
Pronti? Via! Senza ulteriori indugi verso la prima proposta di questo nuovo incontro.
E partiamo col botto come la scorsa settimana avevo fatto con i Pavlov's dog.
Questi sono i 'Carmen'. Hanno coniugato prog rock e flamenco e sono un po' britannici e un po' americani; hanno suonato con Santana e Jethro Tull e alla fine hanno anche fornito a quest'ultimi John Glascock al basso, tanto loro, cioè i Carmen, tra sfortune e sogni infranti durarono fino al 1975, John solo un poco di più, forse segno del destino comune avverso; in ogni caso i loro primi due album sono semplicemente strepitosi...Flamenco in prog!
Se ci pensiamo bene, questo connubio, è un'idea piuttosto ridicola, anche per il 1973.
Tuttavia i Carmen, che operavano a Londra dopo il totale disinteresse nel loro confronti in USA, hanno reso questa sintesi rivoluzionaria nel loro album di debutto, 'Fandangos in Space' inseguendo le visioni del chitarrista e cantante di Los Angeles David Clark Allen (da non confondersi con il quasi omonimo australiano Christopher David Allen quello dei Soft Machine e Gong per intenderci) sempre coadiuvato dalla sorella e tastierista Angela .
In un totale contesto anarchico, si celebravano storie di corride e zingari, mentre la musica mescolava mellotron, ritmi latin rock e stilemi di 'zapateado', una danza messicana simile a tip tap, in un calderone cosmico con l'attenta produzione di Tony Visconti.
Non è durata a lungo. Dopo aver pubblicato altri due album e dopo aver perso il carismatico bassista, il complesso si è sciolto nel 1975.
Qui vi propongo, 'Bulerias' la prima traccia del loro primo album che solitamente è il brano che funge da cartina tornasole di tutto il lavoro. Non mortificate le vostre estremità se desiderano tenere il tempo. Buon ascolto!
Il primo album dei Secos & Molhados è considerato dalla sezione "carioca" del 'Rolling Stone' tra i migliori 100 lp della musica brasiliana, anzi potrei dire tra i migliori 5 album visto che lo posiziona proprio al quinto posto della loro classifica.
Davvero un piccolo gioiello tra sperimentazione e tradizione in leggero odor di progressivo.
Non si ripeteranno mai più su questi livelli.
Vi faccio ascoltare due brani, intanto perché sono cortissimi e soprattutto perché non saprei davvero quale scegliere: il primo è un poema di Vinícius de Moraes e s'intitola 'La rosa di Hiroshima' scritto nel 1946 e trasposto in musica dai Secos & Molhados nel 1973, mentre il secondo, 'O Patrão Nosso de Cada Dia'è la storia di un amore non corrisposto; entrambi sono quasi declamati dalla sinuosa voce del cantante Ney Matogrosso e potrebbero costituire una piacevole sorpresa per chi magari non li conosce. Voglio anche riportare il testo tradotto in italiano del poema di Vinicius De Moraes perché 'La Rosa di Hiroshima' fu eletta simbolo di un giustamente feroce dissenso, prima sotto forma di poesia e poi sotto forma di musica. La bomba viene paragonata a una rosa perché quando è esplosa, ha evocato l'immagine simile ad un fiore che sboccia. Una rosa è generalmente legata alla bellezza e alla celebrazione delle meraviglie della natura, non quella di Hiroshima che al contrario ha dispensato unicamente un velo mortale, sugli uomini e sulla terra, dalle conseguenze reiterate nel tempo. La musica dolce e suadente dispensata dalla chitarra acustica, con l'accenno di melodia del flauto traverso a concludere il brano crea un maligno contrasto che amplifica la drammaticità del testo.
LA ROSA DI HIROSHIMA
Pensate ai bambini
muti telepatici
pensate alle bambine
cieche e inesatte
pensate alle donne
rotte e alterate
pensate alle ferite
come rose calde
Ma, oh, non dimenticatevi
della rosa della rosa
della rosa di Hiroshima
La rosa ereditaria
la rosa radioattiva
stupida e invalida
la rosa cirrotica
l'anti-rosa atomica
senza colore né profumo
senza rosa senza niente.
e
Meraviglioso album raro e sconosciuto quello dei 'Carol of Harvest' sicuramente per quanto mi riguarda, uno dei migliori album di "psychfolkprogrock" che abbia mai ascoltato insieme a quello dei Comus, dei Tudor Lodge e dei Langsyne; con questi ultimi I 'Carol of Harvest' dividono l'origine: infatti sono tedeschi, tutti giovanissimi intorno ai 19 anni, ma sembrano inglesi, suonano in inglese, cantano in inglese e la voce di Beate Krause (lei di anni nel 1978 ne aveva solo 16) è qualcosa che sta tra l'assoluto e il divino.
Il brano che apre il disco "Put on your nightcap" dura 16 intensissimi minuti, ascoltandolo probabilmente non ne rimpiangerete nemmeno uno. Qui lascio parlare unicamente la musica, mettetevi comodi e predisposti e se avete il berretto da notte...put it on! (ma meglio sarebbe una cuffia hifi per goderla appieno)
Franchi, Giorgetti, Talamo, tre chitarristi che vivevano e si esibivano nel varesotto, anche se Franchi era di Fiume e Talamo di Napoli, vengono inseriti nel giro del progressive italiano forse, più che per i contenuti musicali, per la copertina del loro unico album assai particolare, che contiene tra l'altro un inserto di plastica con dentro viti, bulloni, peperoncini essicati, dadi, sabbia di fiume...Una costruzione così complessa che oggi trovarla intonsa è operazione difficile e discretamente costosa. Danilo Franchi e Vittorio Giorgetti (chitarristi e cantanti, ex Cuccioli) insieme ad Oliviero Talamo (chitarra solista, ex Chicos) danno quindi vita nel 1972 ad un album davvero bello, 'Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi d'amore' purtroppo passato ingiustamente sottotraccia. Diciamo che verosimilmente possono forse essere accostati a Loy & Altomare per quella ricerca di uno stile piuttosto personale "westcostiano" recepito e fortemente italianizzato; per quanto riguarda i testi mi ricordano i primi Stormy Six quelli che del sociale facevano giustamente una battaglia a prescindere. Da quest'album voglio proporvi 'E' diventato normale' una sorta di denuncia all'alienazione procurata dal duro lavoro in fabbrica. Vi consiglio di ricercare questo cd, prodotto e distribuito nel 2011 da parte di Area 96 una associazione culturale di Varese, che contiene la versione, rimissata e rimasterizzata dal nastro multi tracce originale; questa stampa è migliore dell'uscita originale in vinile (per dirlo io che non compro un cd nemmeno sotto tortura, se non in casi eccezionali come questo, dovete credermi sulla parola) e contiene un pezzo edito precedentemente solo su 45 giri ed un inedito. Per me imperdibile!
L'ultimo complesso che vi propongo, appartiene alla categoria di quelli 'famosi' che ogni tanto faranno capolino in questa mia trasmissione ovvero i 'Gentle Giant' Il brano che ho scelto è tratto dal loro primo album e si chiama 'Nothing at all'. Il motivo che mi ha indotto a sceglierlo è piuttosto importante: se mi chiedessero, obtorto collo, di dire un solo titolo di un pezzo che racchiuda in se tutti gli stilemi della musica prog ebbene, nonostante il ventaglio di scelte piuttosto ampio, non avrei alcun dubbio ad indicare questo, oppure come unica alternativa 'Starless' dei 'King Crimson'. Infatti pur non essendo, 'Nothing at All', un brano interminabile (dura 9 minuti e nella musica di genere è una lunghezza appena leggermente superiore alla media), tesse con infinita leggerezza, ma con estrema perizia, in un ipotetico e magnifico patchwork, la moltitudine di generi che abilmente miscelati costituiscono quello che è l'essenza della musica progressiva.
Un inizio folkeggiante (a cui Stairway to heaven dovrà qualcosina l'anno seguente), con la splendida voce di Derek Shulman, in aggiunta ai classici corali marchio di fabbrica del gruppo a sostenere il tutto, che ben presto cede il passo ad un sempre più deciso scivolamento nel blues.
Quando il brano sembra prendere una direzione ben precisa e definita ecco che la batteria, acida e filtrata, spacca improvvisamente il tutto in maniera ipnotica e surreale, permettendosi poi di rivaleggiare contro una magnifica esecuzione del notturno di Liszt; la lotta si rivela ben presto impari perché le delicatissime note al pianoforte, massacrate da tanto osare, lasciano ben presto spazio ad una soluzione di frenetico free jazz, mentre la batteria continua imperterrita il suo pattern psichedelico.
Ci vorrà il ritorno alla melodia folkeggiante iniziale, stavolta cantata a più voci, per far quadrare il cerchio e chiudere il brano lasciandoci irrimediabilmente senza fiato.
Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!
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