Radio Disco Club 65

Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e benvenuti alla prima puntata di 'Blue Monday', trasmissione serale di blues e musica afroamericana (di ogni tipo e varietà) presentata da Dario Gaggero, che sono io.
Cominciamo a dire che inizialmente il 'format' della trasmissione sarà molto simile a quello della sua antenata 'Blue Morning' - e cioè un saltabeccare compulsivo tra le varie espressioni sonore di un centinaio di anni di storia della musica nera (e non solo).
Mi piacerebbe nel prossimo futuro curare una serie di monografie ispirate al percorso musicale di singoli artisti - o magari alla storia di certe etichette discografiche - o all'evoluzione di un dato strumento nell'evoluzione della musica blues.
Cosa ne pensate? C'è qualcosa che vi piacerebbe sentire?
Un periodo che vorreste approfondire?
Fatemi sapere e cercherò di accontentarvi.
Non potevamo non partire con il brano che da il titolo alla nostra trasmissione - l'immortale 'Blue Monday' di Fats Domino!

Apriamo le danze con la minuscola ma adrenalinica Sugar Pie De Santo!
Compagna di riformatorio di Etta James (!), con la quale si ritroverà a duettare nel 1965, venne scoperta da Johnny Otis e fece parte della James Brown Review per un paio d'anni prima di approdare alla Chess Records per la fase più 'soul' della sua carriera. Qui la vediamo intonare la classica 'Rock Me Baby' accompagnata da un
dream team comprendente Clifton James alla batteria, Willie Dixon al contrabbasso, Hubert Sumlin alla chitarra e Sunnyland Slim al pianoforte durante una data dell'American Folk Blues Festival del 1964.

Pochi musicisti sono stati influenti per la chitarra blues quanto il texano T-Bone Walker, assurto a modello per tutta una serie di epigoni tanto numerosi quanto diversi nella loro espressione artistica (da B.B. King a Chuck Berry, per citare due nomi tra i più noti). Dotato di un suono limpido dalla chiara influenza jazzistica e protagonista di performance mozzafiato anche dal punto di vista atletico/spettacolare ebbe una carriera lunga (incise dalla fine degli anni '20 alla metà degli anni '70) e discograficamente interessante.
Questa sua 'Little Girl, Don't You Know' è tratta dal suo album 'Stormy Monday Blues', pubblicato dalla Bluesway nel 1967.

Dopo aver suonato con luminari della scena di Chicago come Little Walter e Howlin' Wolf e aver dato un fondamentale contributo alla Paul Butterfield Blues Band, Sam Lay intraprese una carriera solista nell'inusuale veste di batterista e cantante della sua Sam Lay Blues Band. Ho scelto per voi un brano dal suo album di debutto ('Sam Lay in Bluesland') pubblicato dalla Blue Thumb nel 1969 e prodotto da Nick Gravenites.
Dal repertorio di Chester 'Howlin' Wolf' Burnett eccovi 'Asked Her For Water' - con tanto di scintillante assolo di chitarra di Mike Bloomfield!

Bukka White (al secolo Booker T. Washington White) è stato uno degli artisti più drammatici ed intensi del Mississippi Blues prebellico, con una voce ferrosa e aspra arricchita da un personalissimo vibrato e un approccio decisamente percussivo all'uso del bottleneck.
Riscoperto dal musicista (e appassionato cultore) John Fahey nel 1963 riuscì a trasportare senza apparente sforzo un'immutata proposta artistica anche sui palchi della vecchia Europa.
Rinchiuso per due anni (dal 1937 al 1939) nel tristemente famigerato carcere di massima sicurezza noto come Parchman Farm per aver sparato ad un uomo in una rissa, raccontò la sua esperienza nell'omonima 'Parchman Farm Blues' (1940).

Abbiamo già incontrato in passato Eric Bibb, artista mai lontano da certe radici folk e gospel e dotato di una vocalità espressiva e duttile che lo porta ad eseguire con la stessa raffinata autorità brani che spaziano da classici del blues a racconti ironici di vita vissuta - passando per gli spiritual e i canti di protesta.
Stasera lo sentiamo impegnato in una sua versione del classico 'Going Down Slow' di St. Louis Jimmy Oden - incisa negli studi della WNCW.

Big Maybelle oggi è quasi dimenticata ma è stata un'importante figura di passaggio tra il canto jazz 'da big band' e il rhythm and blues dei primi anni '50.
Dotata di una voce irruente e briosa, non priva di un certo fervore gospel, la sua carriera ha subito un considerevole numero di alti e bassi, anche a causa di una dipendenza dall'eroina che la perseguiterà per gran parte della sua vita.
Qui la vediamo, in un raro filmato a colori, in uno dei suoi apici: la partecipazione al festival 'Jazz on a Summer Day' del 1958, con 'I ain't mad at you'.

Vi lascio con una piccola curiosità: un brano di Bobby 'Blue' Bland (storico cantante di Beale Street con una carriera che spazia dal più classico blues elettrico a maturi esempi di notevole soul blues) scritto per lui da...David Coverdale, che lo interpretò in seguito con i suoi Whitesnake!

Alla prossima puntata (e aspetto i vostri suggerimenti, mi raccomando!),

Dario.

ll 12 marzo è incominciata la nostra quarantena. In realtà non avrebbe dovuto durare 40 giorni, ma solo 14. Bisognava trovare qualcosa da fare per impegnare noi e per fare in maniera che i nostri clienti non si dimenticassero di noi, anzi di Disco Club. Mi viene in mente di fare una radio di resistenza per il periodo del coronavirus. Una radio vera non potevamo farla, non avevamo i mezzi, e allora mi sono inventato questa radio che della radio non ha proprio niente: non parliamo, ma scriviamo, voi non sentite la nostra voce, e le canzoni, oltre che sentirle, le vedete come alla televisione, quindi in realtà una telerivista musicale. Ma ci piaceva rifarsi alla radio per eccellenza di resistenza, Radio Londra. Ecco così che il 17 marzo alle 11 Dario parte con la prima trasmissione della nostra radio, Blue Morning, dedicata principalmente alla sua passione, il blues, seguito alle 14 da Danilo con Free Fall e il suo jazz. Dal giorno dopo si aggiungono prima Ida, con Hey Girls!, Fausto con That's Folk! e Antonio con La musica di Antonio fra Acqua Santa e Demonio. A seguire Diego Punk con L'ora dell'Ignoranza (tanto ignorante da non sapere che un'ora dura 60 minuti e non 30) e Dario con Heavy Metal Parking Lot. Per il divertimento poi appuntamento quasi quotidiano col le "belinate" dell'Ora del Deficiente, che ha riportato nella nostra radio quello che succede nell'intervallo in negozio quando io vado a mangiare, quando il gatto non c'è, i topi ballano (io nella parte del gatto un po' mi ci vedo, Dario in quella del topo non troppo, in tutti i casi un topone). Insomma una programmazione fin troppo intensa e faticosa, anche per chi ci segue; l'abbiamo fatto perché convinti di farla durare solo per 14 giorni di cui 5 già passati. Così non è stato e tra un prolungamento e l'altro la quarantena ha superato i 40 giorni, con oggi sono 53 giorni di clausura e 48 di Radio Discoclub65.
Da domani il Governo ha annunciato che si passa alla "fase 2". Più libertà di uscita, specialmente nelle ore diurne, e quindi per noi perdita di "audience" (si fa per dire) nelle ore pomeridiane. Siccome ci piace vincere facile spostiamo la nostra programmazione alla sera, sì perché penso che voi siate stufi di vedere la tredicesima replica di Montalbano o addirittura del gioco di Amadeus "I Soliti Ignoti", che avendolo già visto si può ribattezzare "I soliti noti", perché ormai tutti sanno di chi è parente il teorico ignoto, come per Montalbano chi è il colpevole. La "fase 2" di Radio Discoclub65 vi terrà compagnia tutte le sere, meno la domenica, e un solo appuntamento pomeridiano, nell'intervallo di giovedì vi lasciamo in compagnia del vostro programma preferito, per non offendere nessuno, né il conduttore (sé stesso), né gli ascoltatori, Dario ha cambiato nome alla trasmissione: "Cin cin con gli occhiali". Speriamo di farlo il 18 maggio cin cin con tutti voi (però senza occhiali, perché con le mascherine si appannano...) e di mettere anche la nostra Radio nel baule dei ricordi (oppure no?).


Gian


Eccovi il nuovo palinsesto (che parolone, sembriamo una radio seria...).

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Mini Mono di Antonio Vivaldi

Un saluto da Antonio Vivaldi. Per par condicio sonica fra le due sponde dell'Atlantico anglofono, questa seconda puntata di Mini Mono parlerà, dopo quello britannico, del folk-rock statunitense.
Come nel caso dei famosi e fumosi locali di Soho che fecero da culla al folk inglese, anche il nuovo folk americano di inizio anni '60 ebbe carbonaro centro d'aggregazione nei bassifondi della scintillante Manhattan newyorkese ed in particolare lungo due strade, Bleecker Street e e MacDougal Street. Ciò detto,ecco che come sigla scegliamo un pezzo dedicato alla prima delle due celebri vie. Questi sono Paul Simon & Art Garfunkel appena prima del successo commerciale di cui si parlerà più avanti.

SIMON & GARFUNKEL – BLEECKER STREET

THE BYRDS – MR. TAMBOURINE MAN
Il pezzo di Simon & Garfunkel appena ascoltato racconta di un folk ancora senza rock, tuttavia pronto ad essere contaminato. Ma come andò che i due mondi si annusarono e si piacquero? Mettiamola in termini semplici. Verso il '64 il maestro della gioventù pensante americana è Bob Dylan, ancora folk. Poi arrivano le tournée dei Beatles che diventano l'altra sorgente di luce, forse più frivola rispetto a quella dylaniana, ma ricchissima di energia. Cinque giovanotti californiani prendono chitarre che fanno jingle-jangle, caschetti dei Beatles e intellettualità di Dylan e li mischiano. Forse senza accorgersene inventano un genere, il folk-rock, appunto.

SIMON & GARFUNKEL – THE SOUND OF SILENCE (1965)
Nel 1965, fra l'estate e l'autunno di quell'anno, il folk-rock diventa una moda, un fenomeno di successo grazie a tre brani che ascolteremo in sequenza. Tutti e tre hanno storie curiose, anzi ognuno di essi avrebbe potuto avere una storia ben diversa. Paul Simon scrive The Sound Of Silence a fine 1963 forse come disillusa reazione all'assassinio di John Kennedy, più probabilmente come fotografia dell'incomunicabilità contemporanea. Dunque un'idea nuova per l'epoca e più adatta alla saggistica o alla letteratura che non alla canzone. Il brano esce sul lavoro d'esordio di Simon & Garfunkel, Wednesday Morining, 3AM (ottobre 1964) di cui pochi si accorgono. Poi Simon va a Londra dove frequenta locali e musicisti folk della città. Nel settembre 1965 fa una scoperta: il 45 giri di The Sound Of Silence è in classifica negli Stati Uniti! A insaputa del suo autore il produttore Tom Wilson aveva aggiunto basso, batteria e chitarra elettrica e pubblicato il pezzo nella nuova versione. Il momento che cambia tutto nella carriera di S&G e nella vicenda non solo del folk-rock ma di tutta la musica popolare si ascolta a 00.38.

THE MAMAS AND THE PAPAS – CALIFORNIA DREAMIN' (1965)
Da New York ci si sposta a Los Angeles grazie a un gruppo e a una canzone. The Mamas And The Papas nascono in chiave folk, quattro voci e la chitarra di John Phillips. Per qualche tempo Phillips era vissuto a New York dove aveva frequentato il circuito folk cittadino. Qui, in una ventosa giornata invernale, aveva espresso in forma melodica il suo desiderio di trovarsi sotto il sole di Los Angeles. Questa la conosciuta genesi di California Dreamin', capolavoro imperituro del folk-rock con vaghi profumi psichedelici (il flauto). Pochi però sanno che i quattro Mamma e Papà avevano registrato il pezzo per il folk singer Barry McGuire (di cui si dirà fra poco). Il produttore Lou Adler ascolta la registrazione, decide di cancellare la voce di McGuire e di far uscire il singolo a nome The Mamas And The Papas e il resto è storia.

BARRY McGUIRE – EVE OF DESTRUCTION (1965)
Quasi più famigerata che famosa, The Eve Of Destruction è il primo e unico successo di quel Barry McGuire di cui si è appena parlatto.P.F. Sloan era un autore di canzoni pop come molti folgorato da Bob Dylan. Eve Of Destruction è una vivida e forse un po' furba descrizione di un mondo sull'orlo della catastrofe nucleare che Sloan offre, improbabilmente, ai gentili Turtles i quali rifiutano sostenendo di essere giovanotti borghesi e poco protestatari. A questo punto entra in scena Barry McGuire, più adatto al soggetto con la sua armonica e la sua voce rasposa e il pezzo diventa immediatamente interessante e controverso. Vende molto, ma viene attaccato da destra come inno comunista e da sinistra come furba operazione commerciale rivolta al mercato dei giovani contestatori. A differenza di The Sound Of Silence e di California Dreamin', diventate degli evergreens, oggi è quasi dimenticata, proprio come Barry McGuire.

 PHIL OCHS – I AIN'T MARCHIN' ANYMORE (1965)
Il noto critico Richie Unterberger sostiene che la musica giovanile è diventata qualcosa di 'importante' e credibile proprio grazie al folk-rock e all'idea di musica con liriche intelligenti e attente alle cose del mondo. Ecco una perfetta applicazione di questa tesi sotto forma di una delle più celebri e anche coinvolgenti canzoni antimilitariste dei Sixties. Questa è la versione elettrica di Ain't Marchin' Anymore uscita come singolo. Ochs è accompagnato dai Blues Project.

RICHARD & MIMI FARIÑA – RENO NEVADA (1965)
Figura dai contorni misteriosi, eccellente mitografo di se stesso, volto da attore, ottimo talento sia come scrittore che come musicista. Come Bob Dylan(a cui viene talora accostato), anche Richard Fariña ebbe un incidente motociclistico, ma il suo – nel 1966 all'età di 29 anni - fu mortale. Reno Nevada è tratta dal suo primo album insieme alla moglie Mimi (sorella di Joan Baez) ed è stata ripresa dai primi Fairport Convention e da Ian Matthews.

BOB DYLAN & THE BAND – LIKE A ROLLING STONE (versione live 1966)
"Folk+rock +protest = An erupting new sound" scrive la rivista Billboard e in effetti nel 1966 il folk-rock è al centro dell'interesse mediatico. E cosa fa Il più vulcanico di tutti i folk-rockers, Bob Dylan? Nel 1965 al Festival di Newport Zimmy non usa il rock per amalgamarlo al folk, bensì per asfaltarlo elettricamente. Il pubblico non gradisce e il mite Pete Seeger vuole tagliargli il cavo dell'alimentazione con un'ascia. Dylan non si fa intimorire e l'anno dopo sfida anche le platee inglesi insieme alla Band. Questa è una celebre versione londinese di Like A Rolling Stone, preceduta dal celeberrimo urlo di un folkie che si sente tradito dal Bardo: "Judas". A cui un sardonico Dylan replica: "I don't believe you. You're a liar". Dopodiché invita la Band a darci dentro: "Play fuckin' loud"

 BUFFALO SPRINGFIELD – GO AND SAY GOODBYE (1966)
I 'rivali' dei Byrds erano i Buffalo Springfield di Stephen Stills, Neil Young e Richie Furay. Più mercuriali dei Byrds durano molto meno, neppure tre anni. Lo stile tonico di Stills si scontra con quello trasognato di Young senza che i due elementi riescano davvero a fondersi. Lasciano comunque un pugno di eccellenti canzoni, fra cui Go And Say Goodbye, anticipazione di un country-rock ancora da nascere.

JUDY COLLINS – SUZANNE (1966)
Oggi suona strano a dirsi, ma nei primi anni '60 un folksinger cantava solo canzoni tradizionali e si guardava bene dall'affrontare la canzone d'autore. A detta di Jac Holzman, padre-padrone dell'Elektra Records (etichetta fondamentale per il nostro discorso), è Judy Collins a cambiare questo stato di cose, pare su istigazione dello stesso Holzman. Nel suo album del 1966, In My Life, Collins non solo inventa il baroque-folk (gli arrangiamenti orchestrali di Joshua Rifkin), ma sfoggia brani di Jacques Brel e di un canadese di nome Leonard Cohen che al momento pensa ancora di fare lo scrittore/poeta piuttosto che il cantante. Questa è la prima versione mai pubblicata di Suzanne.


TIM HARDIN – IF I WERE A CARPENTER (1967)
Nativo dell'Oregon, appassionato di blues, Tim Hardin è uno dei molti giovani musicisti che va al Greenwich Village a scambiare idee e canzoni con i suoi coetanei. Non ha un carattere facile, soffre di paura del palco e diventa presto dipendente dell'eroina. In un periodo fra il 1964 e il 1967, dopo aver pian piano abbandonato il blues, scrive una sequenze di magnifiche canzoni dove il folk è innervato da rock e jazz. Poi l'ispirazione lo abbandonerà mentre l'eroina gli resterà, purtroppo, fedele compagna. If I Were A Carpenter è il suo pezzo più noto e 'coverato'.

TIM BUCKLEY – PHANTASMAGORIA IN TWO (1967)
Giunto il 1967, il folk-rock inizia a perdere vitalità commerciale, ma la sua idea di fusion resta valida e produce una serie di affascinanti variazioni sul tema. Uno dei suoi interpreti più visionari è Tim Buckley, dall'estensione mentale ampia quasi quanto quella vocale. Goodbye & Hello è il suo secondo disco, inciso prima che Tim inizi a esplorare spazi sonori più strani e remoti.

LOVE – A HOUSE IS NOT A MOTEL (1967)
Con il loro stile di vita pericoloso e la loro militanza psichedelica, i californiani Love sembrano occupare un ambito 'estremo' all'interno del folk-rock. Lo dimostrano le suadenti chitarre che d'improvviso si fanno prendere dal nervosismo di questo brano tratto dal loro capolavoro Forever Changes. Come Tim Buckley e Judy Collins, anche i Love furono un prodotto dell'etichetta Elektra, il cui marchio può essere davvero associato al folk-rock.

KALEIDOSCOPE – OH DEATH (1967)
Nel caso degli elusivi ed eclettici Kaleidoscope il termine folk si colora di suggestioni geograficamente vaste, dal Medio Oriente ai Monti Appalachi di questo cupo tradizionale tratto dal loro primo album, Side Trips

THE BAND – TEARS OF RAGE (1968)
Nel 1967 Bob Dylan ha un misterioso incidente motociclistico che lo spinge a ripensare la sua musica. Si chiude insieme alla Band in un grossa casa rosa (Big Pink) e con loro inizia a scrivere canzoni che per struttura e atmosfera rivoluzionano la storia della musica. In un'epoca rivoluzionaria i nostri si calano in un passato mitico e quasi trasfigurato. Sembra una scelta solo difensiva, quasi polemica, invece influenzerà decine di musicisti a venire. Nello stesso perido la Band incide anche il primo album a proprio nome, Music From Big Pin

COUNTRY JOE & THE FISH – FISH CHEER & I-FEEL-LIKE-I'M-FIXING-TO-DIE-RAG (versione live 1969)
Musica jug, folk, psichedelica rock e sfrontata attitudine anti-sistema . Ironico e corrosivo atto di accusa agli Stati Uniti impegnati nella guerra in Vietnam, questo è il loro pezzo più famoso nella sua versione più famosa, al Festival di Woodstock.

FLYING BURRITO BROTHERS – CHRISTINE'S TUNE (1969)
Ed eccolo qua il country-rock, forse il figlio più 'naturale' del folk-rock che avevamo citato a proposito dei Buffalo Springfield. Un genere musicale che all'inizio pare improbabile visto che fonde il retrivo country con il moderno rock, ma che acquista credibilità grazie a Gram Parsons. Parsons non è un country boy, proviene da una ricca famiglia della Florida degna di un romanzo gotico-sudista, ma quando decide di dedicarsi al suono associato a Nashville lo fa in forma originale, nostalgica ma anche ironica e visionaria (influenzerà persino i Rolling Stones). Dopo una breve ma decisiva militanza nei Byrds fonda i Flying Burrito Brothers in cui oltre a country e rock si percepiscono pure gospel e soul. Questo brano proviene dalla loro opera prima The Gilded Palace Of Sin. L'"angelo dolente" Grama Parsons morirà nel 1973 a nemmeno 27 anni.

CROSBY, STILLS & NASH – WOODEN SHIPS (1969)
Il supergruppo del folk-rock incide il suo primo, omonimo album nel 1969. Gli ingredienti del genere ci sono tutti con l'aggiunta di grandi armonie vocali. Ancora più grande è però l'ego di David Crosby, Stephen Stills e di lì a poco Neil Young (Nash invece è quello che cerca di mettere pace). Inevitabile che il supergruppo imploda in breve tempo. In questo brano visionario che parla di fuga da una catastrofe atomica i nostri suonano comunque ancora freschi e ben assemblati.

 GRATEFUL DEAD – CASEY JONES (1970)
I turbo-psichedelici Grateful Dead diventano quasi rurali all'alba del nuovo decennio, in sintonia con l'arretramento dei sogni di cambiamento del mondo. Anche se questa storia di un macchinista ferroviere (ispirato al personaggio di una ballata folk) in servizio sotto l'effetto dell'anfetamina richiama le classiche passione di Jerry Garcia e compagni. Dall'album Workingman's Dead.

JAMES TAYLOR – SWEET BABY JAMES (1970)
In apertura di anni '70 una parte del mondo giovanile alternativo decide una sorta di ritorno alla natura, all'interiorità e di conseguenza a suggestioni folk. Il maestro di questo nuovo trend è James Taylor, qui in uno dei suoi brani più 'campagnoli'. Da qui in avanti il folk-rock diventerà una delle tante forme espressiva della musica odierna con un'influenza che comunque si estende fino alla scena odierna, basti pensare a nomi come Fleet Foxes, Bonnie 'Prince' Billy o Hiss Golden Messenger. D'altra parte è musica che unisce terra e cielo...

JOAN BAEZ – DIAMONDS & RUST (1975)
Bob Dylan è la figura-chiave di questa storiella folk-rock e mi è parsa perciò una buona idea chiudere il programma con questo pezzo a lui dedicato da Joan Baez che lo ricorda all'apice del suo fulgore messianico. Un pezzo che è anche un tributo a un'epoca piena di idee e passioni. Un saluto a tutti da Antonio Vivaldi e da Radio Discoclub65.

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