Rock

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JOHN PRINE - For Better, Or Worse

Gli anni  non regalano quasi niente a nessuno, sia chiaro. A volte un po' di saggezza, ma anche quella in molti la scambierebbero per un po' di calendario e acciacchi in meno. John Prine ha settant'anni, e l'aspetto non fa sconti a uno come lui che il piede sull'acceleratore l'ha tenuto volentieri per decenni.  La voce, invece, secondo quel singolare paradosso delle musiche afroamericane tutte, ha acquistato bellezza ruvida e fascino, mamo a mano che si sgranavano gli anni. Per  cui questo nuovo For Better, or Worse ( più o meno traducibile come: “nella buona e nella cattiva sorte”), proseguendo un discorso iniziato una quindicina danni fa ha il merito, in mezzo ad arrangiamenti pedissequamente country rock più o meno tutti uguali, con gran tripudio di steel guitar, di lasciar sbalzare fuori la voce ammaccata e splendida del nostro. Si prosegue un discorso nel senso che quattordici dei quindici brani sono duetti con gran signore del country e dell'alt country: da Alison Kraus a Susan Tedeschi, da Kathy Mattea ad Amanda Shires, intensi e divertiti. Sempre che si ami il genere, si intende. Chiude la spoken poetry di Just Waitin', dalla penna “maledetta” di Hank Williams: che da sola vale l'acquisto. (Guido Festinese)

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RICHARD SHINDELL - Careless

A volte i dischi sarebbe bene farli partire esattamente dalla fine, a rovescio. E poi proseguire random, lasciando che sia il lettore a decidere. Almeno si eviterebbero pesanti luoghi comuni dettati dal un primo frettoloso ascolto. Ad esempio se uno si mette ad ascoltare il nuovo disco di Richard Shindell, rocker del New Jersey misteriosamente approdato in Argentina , rischia di abbandonarlo poco dopo, se non è profondamente interessato al country rock e all'Americana in genere, e parte dall'inizio: Stray Cow Blues è esattamente quanto promette il titolo. Un blues pesantemente cadenzato e con l'andamento sornione del country rock. Sarebbe un peccato, però, perché è ben vero che Shindell appartiene a pieno titolo ai generi prima indicati, mettendo in conto anche un po' di maturo alt countrry, ma dissemina nei suoi ultimi lavori tasselli tanto sorprendenti quanto pregiati. The Dome, che chiude il disco, sono cinque minuti di cosmic american music pura, con lunghe scie psichedeliche, e introdotto da un altro brano ben curioso, Satellites.  E The Deer On The Parkway frammenta e fa incespicare il classico andamento country rock con mille idee ritmiche e metamorfosi del profilo melodico. Nel brano che intitola, Careless (che sembra un bell'outtake dei Rem più in forma, merito anche della voce simil Michael Stipe) entra anche una tromba davisiana a rifinire le frasi, e ci sta benissimo, in mezzo al mulinare di corde. Insomma, mettiamoli da parte, i luoghi comuni. (Guido Festinese)

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BILLY BRAGG/JOE HENRY - Shine A Light – Field Recordings From The Great American Railroad

Comincia con uno storico brano su una celebre linea ferroviaria portato al successo da Lead Belly ("Rock Island Line") questo progetto dedicato al suggestivo mito americano della ferrovia, ad opera del produttore statunitense Joe Henry e del folk singer inglese Billy Bragg, tempo fa già a fianco dei Wilco sulle tracce di Woody Guthrie nelle intense e spassose "Mermaid Sessions". Un lavoro nel quale i due blasonati artisti ripercorrono amabilmente, con l'ausilio delle sole voci e chitarre, una serie di standard (classici della ferrovia in questo caso) folk, country e (non da ultimo) blues, elementi fondanti di un'irripetibile e composita civiltà musicale.

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TWIN ATLANTIC - GLA

Il difficile secondo disco, si usa dire secondo retorica critica rock. Ma è difficile anche il primo, complicato il terzo, preoccupante il quarto, e così via. Poi, quando hai un quarto di secolo alle spalle ti chiamano direttamente dinosauro, e bocce ferme. Polemiche a parte, gli scozzesi Twin Atlantic sono una signora band. Per il loro (difficile, preoccupante, complicato?) secondo disco hanno avuto la curatela di Alan Moulder, uno che ha letteralmente costruito il suono agli Arctic Monkeys, ai benemeriti e vetusti ormai Foo Fighters, e tante altre creature ad alto voltaggio. Risultato: ruggiscono e rombano le chitarre, i “ganci” melodici sono tutti al posto giusto, Sam Mc Crusty fa gran sfoggio di una voce sottilmente maligna che nel suono ad ondate dei Twin ci sta proprio bene. Insomma, il filone infinito delle uscite post punk e indie (che a questo punto vuol dire tutto e niente, ma si va per esclusione) mostra ancora nervi guizzanti, muscoli polposi, cervelli freschi, e qualche buona dose di ben cadenzati battiti cardiaci. (Guido Festinese)

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS - Skeleton Tree

Sale lenta come una marea oscura la musica di "Skeleton Tree" (Il calviniano signor Palomar avrebbe abbondante materia per il suo sguardo indagatore). D'altronde è con "le cattive maree" australi che abbiamo come al solito a che fare. E dire che lì per lì il minimalismo tastieristico prevalente (una vera e propria essenziale ossatura sonica) lascerebbe quasi indifferenti oppure straniti per l'apparente mancanza di punti di riferimento, salvo poi finire per avvolgere come un'onda nera, liquida e densa, capace di trascinare al fondo, senza scatti o repentini cambi di passo, verso una specie di rassegnata, attonita e al contempo confortevole desolazione. Cave piange la morte del figlio adolescente, caduto tragicamente da una scogliera la scorsa estate.

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THE HANDSOME FAMILY - Unseen

The Handsome Family, ovvero i coniugi Brett e Rennie Sparks, giungono al decimo album con un seguito ormai da rockstar, infatti molti musicisti, come Bruce Springsteen e Ringo Starr non esitano  a collocarli tra le loro band preferite; per di più, grazie all’inserimento di una loro canzone, Far From Any Road, nella serie tv True Detective, il loro nome è conosciuto anche fuori dalla relativamente ristretta cerchia degli appassionati. Unseen conferma lo stile del gruppo con le due voci, il tono profondo  di Brett e il cinguettio di Rennie, che si stagliano su di un battito soft-country un po’ sonnacchioso che ormai è un vero marchio di fabbrica. I testi, sempre originali e un po’ bizzarri sono opera di Rennie, che come si legge sulle note, suona anche il banjo e l’autoharp ‘qui e là’…Aggiungono suoni in modo delicato ma gustoso David Gutierrez (mandolino, dobro), Alex Mac Mahon (chitarra, pedal steel) e Jason Toth (batteria).  L’edizione qui recensita contiene anche un best of con sette brani, tra cui, il brano da True Detective. Grande qualità, ottimo prezzo, perdonando un brano, The Red Room, che discende un po’ troppo dalla  I Shall Be Released di Dylan… (Fausto Meirana)

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