Rock

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MARK EITZEL - Hey Mr. Ferryman

Conoscere poco gli American Music Club e solo alcuni dei tanti dischi solisti di Mark Eitzel non è un buon punto di partenza, tuttavia correrò il rischio, cominciando dal fatto che alla guida di questo progetto c’è Bernard Butler, chitarrista degli Suede, ma soprattutto, da vent’anni a questa parte, produttore in costante crescita (Aimee Mann, Bert Jansch, The Veils, Tricky e gli ultimi due cd di Ben Watt). Per le canzoni introspettive e dense di Eitzel, Butler ha preparato arrangiamenti scintillanti e generose dosi delle sue chitarre; per alcuni recensori, un po’ troppo, ma non direi, comunque  Hey Mr. Ferryman suona bene, ma le lunghe canzoni richiedono comunque un certo impegno, visti i ponderosi testi e i temi un po’ contorti del cantautore californiano; la confezione comprende lel iriche ed è importante leggerle durante l’ascolto  perché l’espressiva voce di Eitzel rende  bene gli stati d’animo descritti. Sono cinquanta minuti un po’ lunghi, raffinati e pieni di parole. Ma ne vale di sicuro l'impegno e poi si può passare al resto, cominciando magari dall’antico  60 Watt Silver Lining del 1996 .(Fausto Meirana)

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ROLLING BLACKOUTS C.F. – The French Press

Vengono dall’Australia, e come sappiamo o ci immaginiamo, in ogni casa d’Australia c’è almeno un disco dei Go-Betweens… Ma non finisce qui, perché  se tra le influenze che affollano il  secondo EP dei Rolling Blackouts Coastal Fever, c’è sicuramente  il gruppo di Robert Forster e Grant McLennan, compaiono  anche echi del fresco  rock degli anni ‘80/’90 (Feelies, Orange Juice ma anche i REM…). I cinque ragazzi, tre dei quali agiscono come vocalist,  per ora si riservano di fare sul serio, continuando con i loro lavori abituali (avvocato, barista, giardiniere, ecc.) ma sembrano avere le giuste ambizioni e potenzialità, tant’è che l’accorta Sub Pop li ha ingaggiati senza riserve. Ci aspettiamo ora  un disco più completo di questi venti minuti cristallini che finiscono peraltro in crescendo con la notevole (e beneaugurante) Fountain Of Good Fortune. (Fausto Meirana)

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JESCA HOOP - Memories Are Now

Jesca Hoop, cantautrice californiana, ma residente part-time in Inghilterra,  a Manchester, ci aveva sorpreso positivamente con la  partecipazione all’album Love Letter For Fire, condiviso con Sam ’Iron&Wine’  Beam www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6411-sam-beam-and-jesca-hoop-love-letters-for-fire.html. Anche qui c’è aria di collaborazione, visto che il produttore e cantautore Blake Mills partecipa  come praticamente unico musicista(la cover dice infatti: performed by  jesca hoop & blake mills) fatte salve due partecipazioni minime ma importanti come l’armonica della collega Fiona Apple (Cut Connection) la steel guitar del maestro Greg Leisz (Pegasi) e l’ aggiunta una piccola sezione d’archi (Songs Of Old). Memories Are Now è quindi incentrato sull’equilibrio  tra le corde elettriche o acustiche sfoggiate  dai due musicisti (anche se Mills si arrangia con basso e batteria e canta nei cori ) e sul timbro un po’ malinconico della Hoop. Consigliato a chi ha apprezzato, ultimamente, dischi come At Swin di Lisa Hannigan ma con un po’ di piacevole rudezza in più. (Fausto Meirana)

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THE FLAMING LIPS - Oczy Mlody

I Flaming Lips sono dei cazzari (è termine tecnico in questo caso) e come tali vanno presi (o lasciati). Hanno scritto canzoni meravigliose e stratificate (Soft Bulletin), fatto rock indipendente quando ancora il genere esisteva, fatto rumore e stupidaggini, meraviglie sperimentali (Embryonic, Zaireeka) e pacchi (i rifacimenti di Beatles e Pink Floyd). Hanno anche avuto un bel po’ di successo e guadagnato (in ogni senso) la libertà di fare i cazzari. E veniamo a Oczy Mlody che si piazza, comodo, nel mezzo dei molti FL passati: è un disco sconclusionato (i testi vengono in buona parte da una traslitterazione dei fonemi del polacco, flirta con hip hop e r’n’b) e affascinante (ha un passo lento e melodioso, strati di suono e melodie che vanno e vengono). È un disco psichedelico con gracidare di ranocchie e bassi soul (Listen To the Frogs With Demon Eyes). Fate voi (a me piace molto). (Marco Sideri)

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MICHAEL CHAPMAN - 50

Questo disco ha sia un contesto di riferimento (l’etichetta Paradise of Bachelors e la sua missione di archeologia folk) sia i crismi della retro-modernità (il recupero di un vecchio folksinger di poco successo e relativa fama, con l’aiuto di giovani folksinger e noti ammiratori). Quindi, diciamo che il biglietto da visita è più che buono per entrare in svariate porte (quella di Disco Club di sicuro). È rinfrescante che al biglietto da visita segua anche la sostanza di un disco clamorosamente quadrato: belle canzoni, bei suoni, bella personalità. Pare di sentire una versione country folk del vecchio (e magnifico) Lee Hazlewood di Cake or Death (2006): la voce traballa e quasi insegue le strofe; la musica intorno è appoggiata a una tradizione andata ma tesa verso suoni più liberi (Chapman era un non-allineato, nei ranghi folk). Bellissime chitarre, in più. (Marco Sideri)

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TIFT MERRITT - Stitch Of The World

Tift Merritt, una  ‘splendida  quarantenne’ del Texas non è una nuova voce del country-rock americano, ma forse nel passato l’abbiamo un po’ evitata e solo ora possiamo rimediare con questo bel disco (il sesto, solamente, in quattordici anni). La Merritt sconta un po’ la somiglianza del suo repertorio, e certi vezzi vocali, con la grandissima Emmylou Harris; niente di male, comunque, vista la notevole classe di questo disco, prodotto da Sam Beam (Iron&Wine) e arricchito dalla partecipazione  di sidemen  di prima grandezza come il batterista  Jay Bellerose (Joe Henry, Allen Toussaint, Regina Spektor ecc.) e il chitarrista Marc Ribot (Tom Waits, Elvis Costello e mezzo mondo insieme…). Naturalmente anche il barbuto produttore offre, a gratis, immaginiamo, il suo caratteristico apporto vocale in alcuni brani. Bel lavoro, per ingannare bene  il tempo aspettando Emmylou… (Fausto Meirana)

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