Rock

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MACY GRAY - Stripped

Sono molti anni che Macy Gray semina, ma il grande raccolto deve arrivare, a dispetto di belle avventure come la rilettura integrale di un disco di Stevie Wonder, o le collaborazioni con Carlos Santana. Chi per caso non avesse ancora incrociato le piste di questa magnifica signora delle note, in pratica una voce alla Tina Turner con angoli screziati di sapide stregonerie alla Kate Bush, o alla Alela Diane, passando pure per Janis Joplin, cominci pure con questo nuovo Stripped. Si fa accompagnare da piccoli stregoni del jazz mainstream contemporaneo, un nome su tutti: il trombettista stellare Wallace Roney, e tira fuori dal cilindro una voce drammatica, screziata, allusiva. La magia comincia con l'iniziale Annabelle, prosegue con il cinque quarti smagliante di Sweet Baby, transita poi, verso la fine, per la più bella versione della Redemption Song marleyana che sia stata realizzata ad oggi, tutta spigoli e impuntature. Una meraviglia. (Guido Festinese)

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HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS - Until The Hunter

La storia della musica (pop) è anche storia di cotte e innamoramenti: le folle che urlano isteriche per i Beatles, le lettere d’amore (i tweet d’amore) alla pop star di turno. Ogni genere musicale ha i suoi/le sue icone; mutatis mutandis, ovviamente. Bene, Miss Hope Sandoval è un’icona, per il dream pop/folk dei tardi anni ’90 con la sua voce sussurrata e i suoni (tra)sognati che l’hanno circondata nei Mazzy Star e poi per una peripezia tra progetti (i Warm Inventions appunto, condivisi con il batterista Colm O’Ciosoig di casa MBV) e collaborazioni (da Bert Jansch ai Jesus & Mary Chain). Until The Hunter inizia benissimo con la lunga Into The Trees, uno sfondo informe di elettronica e nebbia su cui si adagia la voce di Hope, e vira poi verso ballate folk, restando sospeso tra (timide) sperimentazioni e (rassicuranti) melodie. Così sono tutti contenti. (Marco Sideri)

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JOHN ZORN - Commedia dell'Arte

Nessuno può dire se questa sia una delle migliori opere dell’ultimo Zorn, perché nessuno, considerata la sua monumentale produzione, può dirsi certo di aver ascoltato tutte le opere dell’ultimo Zorn. Allora limitiamoci ad affermare che queste cinque composizioni per piccoli ensemble dedicate alla Commedia dell’Arte e presentate in anteprima quest’anno al Guggenheim Museum, sono un progetto molto riuscito: benché, come sempre più spesso accade, il sassofonista newyorchese non suoni in alcun brano, la scelta di far interpretare le cinque diverse maschere -  Arlecchino, Colombina Scaramouche, Pulcinella e Pierrot – da altrettanti gruppi diversi – rispettivamente un gruppo di fiati, un quartetto vocale, un piano trio, un brass quintet e un quartetto di violoncelli – assicura una grande varietà musicale e, soprattutto, un’altissima qualità esecutiva. Siamo dalle parti della musica contemporanea da camera (curiosamente l’altra opera dedicata alle maschere italiane - quattro sono le stesse - è un disco del 1962 del Modern Jazz Quartet di John Lewis, anche quello catalogabile come ‘jazz da camera’), in particolare con le dissonanze iniziali di “Harlequin” e con il finale di un “Pierrot” quasi ‘lunaire’. La scintillante vocalità di “Colombina”, il jazz di “Scaramouche” dove il piano free di Stephen Gosling è superbamente assecondato dal contrabbasso di Christian McBride e dalla batteria di Tyshawn Sorey, la fanfara quasi minimalista di Pulcinella completano una Commedia che raggiunge senza dubbio lo stato dell’Arte. (Danilo Di Termini)

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BOB DYLAN - The Real Royal Albert Hall 1966 Concert (Live)

Royal Albert Hall, Londra, quartiere nobile di South Kensigton, maggio del 1966, Bob Dylan e la Band quasi al completo (Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson) stanno facendo la storia della popular music, stanno cambiando il mondo (in meglio, o in peggio, chissà!?). Da quel momento la rivoluzione passerà per il sound (elettrico, sferragliante, urlato), prima ancora che dalle poetiche sulfuree parole. La gente "scappa", abbandona la prestigiosa sala, protesta: il simbolo di un folk radicale e autoriale - quasi trent'anni dopo il leggendario e già dissacrante concerto della Benny Goodman Orchestra alla Carnegie Hall di New York - ha acceso gli altoparlanti: inaudito! Il suono è ruggente, roboante, arrabbiato e abbandonato, come mai era stato prima: è il famoso tour inglese del 1966.

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STEELEYE SPAN - Dodgy Bastards

Con lo scorrere del tempo la meravigliosa voce di Maddy Prior si è opacizzata, annebbiata come luce lunare annegata tra bianche vaporose nubi, perdendo sì in lucentezza, ma se è possibile guadagnando in forza e determinazione, come già riscontrato nel precedente più epico e fantastico (grazie alle liriche del novelist Terry Pratchett) "Wintersmith", ormai risalente ad un paio d'anni fa. Qui gli Steeleye Span, quasi cinquant'anni di attività e non sentirli, sembrano quasi tornati alle atmosfere degli esordi (ricordate il capolavoro "Hark! The Village Wait"?) con digressive e oscure ballate intrise di mistero, morti violente, passioni, tormenti spirituali e religiosi, e con protagoniste tutta una serie di figure dell'ombra (i "loschi bastardi" del titolo), più o meno dickensiane. Un ritorno alla ballata popolare, quindi, magari quella più sotterranea ed esoterica, pur nell'ambito di una profonda solarità espressiva, attingendo abbondantemente alla famosa e fondamentale raccolta ottocentesca di Francis James Child, e però ancor più innervata di una poderosa, progressiva, a tratti metallica elettricità, in alcuni momenti paragonabile a certe inflessioni Jethro Tull (per così dire). Determinanti in questo senso i nuovi mirabolanti innesti in formazione, ad aggiungersi ai veterani Maddy Prior, Rick Kemp (basso) e Liam Genockey (batteria). Stiamo parlando della sorprendente (vero e proprio valore aggiunto) violinista Jessie May Smart (splendida anche alla voce), a sostituire Peter Knight, del chitarrista, mandolinista e tastierista Julian Littman (per la verità già parte del progetto precedente), e di un altro abile chitarrista dagli spunti cromatici Andrew "Spud" Sinclair (si ascolti il suo spettacolare solo - almeno così crediamo - dalle cadenze rock progressive in "Cromwell's Skull"). Un'ora e un quarto di musica scatenata, ammaliante, ancestrale e sperimentale (la loro): da non perdere. (Marco Maiocco)

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SÃO PAULO UNDERGROUND - Cantos Invisíveis

Sul sito dell’etichetta Cuneiform, l’ultimo lavoro di una delle molte personificazioni di Rob Mazurek (il progetto gemello Chicago Underground, il gruppo con Pharoah Sanders, Pharoah and the Underground, l’Exploding Star Orchestra) è catalogato come Jazz / Tropicalia / Electronic / World / Psychedelic / Post-Jazz. Sembrerebbe una recensione sufficiente, non resta che provare a spiegare come il cornettista di Chicago sia arrivato così lontano: un soggiorno di sei anni in Brasile, l’incontro con musicisti locali e dopo quattro album l’approdo a questa formazione, un trio espanso a quartetto con Mauricio Takara (batteria e percussioni, cavaquinho, Moog Werkstatt, voce) e Guilherme Granado (tastiere, sampler, percussioni, voce), due protagonisti della Psycho-Tropicalia contemporanea e in sette delle nove tracce con lo svizzero (ma ormai brasiliano d’adozione) Thomas Rohrer (rabeca, flauto, sax soprano, percussioni e voce). Tutti usano elettroniche varie, a cui il leader aggiunge il suono della sua cornetta per una proposta musicale che riesce nelle sue intenzioni, quelle di creare un sound trans-continentale tra Nord e Sud America, Africa e anche la meno prevedibile Asia (“Cambodian Street Carnival”), intimo e universale al contempo, spesso affascinante e immediato, altre volte aggrovigliato e impegnativo (i primi undici minuti dei tredici complessivi di “Falling Down from the Sky Like Some Damned Ghost”, tempesta sonora che si scioglie in un rasserenato finale). Il primo ascolto può affascinare o disturbare e al secondo può capitare esattamente l’inverso; ma non a caso il disco si chiama ‘Canti invisibili’: il rischio è non vederli per cui alla scrupolosa classificazione da cui siamo partiti conviene aggiungere ‘Astenersi perditempo’. (Danilo Di Termini)

Top ten del mese

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