Rock

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ROBERT FORSTER – Inferno

Se una cosa abbiamo imparato dai dischi solisti di Robert Forster questa è l'accuratezza in punta di penna della scrittura e la felice vena melodica. Il suo passato nei Go-Betweens, fino alla morte improvvisa del suo compare Grant McLennan ne è stata l'anticipazione nelle due fasi del gruppo australiano. Inferno, nonostante il titolo bellicoso, è un album parecchio rilassato e, potremmo azzardare, più semi-acustico del solito, nonostante la produzione di Victor Van Vugt. D'altronde, un divano in copertina, una canzone su due vecchi surfisti e la title-track che parla dell'estate a Brisbane non potevano certe portare molto movimento. Parafrasando il titolo del disco precedente, Songs to Play, possiamo dire che se là c'erano canzoni da suonare (o da giocarci) qui c'è il consueto e raffinato songwriting, con un po' di mestiere di troppo e, magari, meno cose da dire. Comunque Forster riesce sempre, anche quando meno ispirato o convinto, a farci alzare dalla sedia, spegnere i rumori e ascoltare con attenzione questi preziosi e scarsi trentacinque minuti. (Fausto Meirana)

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PAUL WELLER - Other Aspects, Live at The Royal Festival Hall

La questione è delicata: può il leader dei Jam, una delle band più influenti del punk, il Cappuccino Kid degli Style Council, uno dei riferimenti dichiarati del brit-pop anni ‘90, passare indenne attraverso due serate alla Royal Festival Hall trascorse in compagnia di un’orchestra al gran completo? Trattandosi di Paul Weller, e dopo aver ascoltato questo doppio album (triplo ellepi, in entrambi i casi in aggiunta c’è anche un dvd), la risposta è sì. Registrato al termine del brevissimo tour dedicato alla presentazione del suo ultimo lavoro in studio, il live ripercorre integralmente i due concerti dell’undici (o del dodici) ottobre scorso: si parte con una versione di “One Bright Star” da “22 Dreams”, un mid-tempo nostalgico e romantico, una scelta rappresentativa di quella che sarà l’atmosfera di tutto il concerto.

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 BEIRUT - Gallipoli

Il vezzeggiativo è infido, per natura. Può essere segno di affetto e simpatia (tesoruccio) o sinonimo di condiscendenza e levità (tesoruccio…). Beirut (il progetto oramai pluriennale di Zach Condon) è, musicalmente, da vezzeggiativo (in entrambi i sensi). Le sue, più che canzoni, sono marcette; i rimandi (a vari folk, a tradizioni vicine e lontane) sono accenni che sfiorano la superfice dei brani, al centro resta la voce di Zach e quel senso di piccola malinconia che permea dal principio i dischi di Beirut. Qui, senza sfornare capolavori, Zach riconquista il passo stupito e orchestrale degli esordi dopo anni di dischi diciamo medi. Aggiungete una spezia nostrana (il tiolo e una certa aria mediterranea dell’album vengono da un prolungato soggiorno in Italia) e il fascino dell’organo (che sta al centro del suono di Gallipoli) e il gioco è fatto. (Marco Sideri)

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 SLEAFORD MODS - Eton Alive

Quando si va in pizzeria, tendenzialmente si ordina pizza. E se si torna, ancora pizza. Magari con qualche condimento nuovo ma sempre pizza. E si va a casa contenti. Esistono suoni e gruppi che sono come la pizza: è una gioia incontrarli ancora e ancora, e trovarli uguali a se stessi. Emblematico è il caso degli Sleaford Mods che fin dalle premesse hanno poco spazio per cambiare ed evolversi. Gli ingredienti sono: una voce (inglese, biasciata, maleducata) e qualche ritmo (da tastiera, inglese, maleducato). Il risultato è lo stesso da una decina di dischi a questa parte e Eton Alive non cambia di molto la sostanza. OK, è lievemente più curato (lievemente) ed ha un paio di ritornelli (un paio) ma il pentolone di Fall, Streets, Parklife, vicoli inglesi, Suicide e polemica a buon mercato che li ha fatti emergere qualche anno fa bolle ancora. Grandissimi. (Marco Sideri)

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ORVILLE PECK – Pony

Che cosa accadrebbe se lo Steve Earle più ricercato ed il David Bowie di China Girl s'incontrassero in un immaginario (ed oggi impossibile) progetto comune? Forse ne verrebbero fuori canzoni come le dodici tracce che costituiscono questo Pony. Il lavoro di Orville Peck potrebbe essere definito – da quei critici musicali sempre protesi all'inesausta ricerca di etichette e definizioni – come un disco (un bel disco, diciamolo subito) di alternative country: una musica, quindi, non solo tradizionale ed opportunamente scarna e essenziale quando occorre che lo sia, ma altresì capace di arricchire la sua gamma sonora con una strumentazione più ampia ed a sua volta in grado di valorizzare la ricchezza dei singoli brani. Ecco così spiegata la presenza della doppia tastiera e di una sezione ritmica molto rock. Naturalmente, a farla da padrone – ed è giusto così – sono chitarra, voce e banjo. In Pony, si trovano e il canto e l'ethos del cowboy americano. Un cowboy che si è fatto crooner, non senza poi tocchi alla Stan Ridgway. Davvero un debutto interessante. (Davide Arecco)

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PERFECT SON – Cast

Dietro questa sigla si cela il talentuoso Tobiasz Bilinski, giovane songwriter e musicista polacco, alle prese con una strumentazione elettronica (guitar synth, drum machine, programmazione, macchine ritmiche, piano digitale ed ovviamente tastiere) che fa da sfondo alla sua bella voce, proiettando l'ascoltatore in atmosfere techno-pop che profumano di anni Ottanta, ma che sanno pure aggiornare il sound di quella decade in termini più moderni, sotto il profilo sia della scrittura musicale, sia della produzione, decisamente moderna e mai patinata (del resto, il lavoro esce, non casualmente, per la Sub Pop ed in più punti pare di ascoltare una versione più sintetica e tecnologica dei Dinosaur Jr). I Perfect Son non sono – comunque – una one man band ed i tre collaboratori del leader forniscono un contributo comunque assai importante (con una batteria vera ed una chitarra significativamente presente): pertanto non si tratta di semplici comprimari. Le canzoni sono alquanto ben costruite e le melodie non banali, con talvolta quel gusto post che contraddistingue spesso questo tipo di prodotti musicali.

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