Rock

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SCOTT MATTHEW - Ode To Others

Bello essere smentiti nei fatti e nella sostanza, ogni tanto. Sennò anche l'assestato mondo del songwriting indie sembrerebbe una palude immota dove si muove sotto la superficie vischiosa. Scott Matthew, barbutissimo australiano trasferito nella “Grande Mela” lo abbiamo lasciato con dischi tanto belli, quanto pericolosi: roba da chiudere sotto chiave per non farli trovare all'amico in depressione. Scriveva canzoni toste e disperate, con una voce che sembrava quella del cugino saturnino di Elvis Costello. Soprattutto, scriveva su se stesso e sulla propria infelicità. Tutto cambia, però, come dice una bella canzone: e già un titolo come “Ode agli Altri” dovrebbe fornire indizi. Un bel giorno Matthew s'è guardato attorno, e gli sono sgorgate tra le dita canzoni diverse. Per gli altri. Ad esempio le vittime dell'odiosa strage omofoba del Pulse Club. Ha trovato anche il coraggio di fare cover, e bene. Il chitarrista, produttore e amico Jürgen Stark s'è incaricato di arrangiarle con un'inedita fioritura di strumenti e di tocchi preziosi. Alla fine, è un piccolo trionfo per Matthew: che ci regala un disco che potrebbe molto essere apprezzato da chi ancora è a lutto per John Martyn e David Bowie. (Guido Festinese)



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JOHN PRINE - The Tree Of Forgiveness

È diventato quasi un format: l’anziano cantante country (o blues o soul) che si presenta con un disco fragile, uscendo dall’irrilevanza (che acchiappa tutti, presto o tardi) con un colpo di coda. L’esempio principe è Johnny Cash (che ha sputato in faccia al tramonto con i migliori dischi della sua carriera) ma la lista è lunga (Solomon Burke, per dire). Si allunga ancora un po’ con John Prine che più giovane (classe 1946) interrompe un silenzio ultradecennale con un album d’inediti luminoso (e sorprendente): parole chirurgiche, collaboratori vari che non turbano l’insieme, voce in minore e melodie squisite, country per la vivacità e folk per la malinconia, come si conviene. Fin dalla confusa faccia in copertina, questo è un disco che non nasconde le trappole (del tempo che passa) e, anzi, le mette in scacco con poche mosse (da maestro). (Marco Sideri)

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ONEIDA - Romance

La disponibilità immediata di moltissima musica, insieme alla scomparsa delle ideologie, ha naturalmente abbattuto steccati prima invalicabili. Oggi c’è chi ascolta l’avanguardia più spinta e a stretto giro il pop più frizzante. Ieri c’erano più tribù. Non ci interessa qui stabilire se sia cosa buona (e giusta) o cattiva; certi gruppi di confine come Oneida suggeriscono considerazioni simili. Sono di confine tra rock (la strumentazione, il tiro) e non-rock (le canzoni in forma libera e informe); sono di confine tra quasi elettronica (il ritmo, le pause, le ripartenze) e quasi sfuriata (le esplosioni, la distorsione); sono di confine tra esperimento (ripetizione, dissonanza) e ortodossia (a se stessi). Insomma, gli Oneida erano perfetti prima della fine delle ideologie; restano ancora bravi; e questo disco è un ritorno di forma con i fiocchi. (Marco Sideri)  

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La storia del rock qualche volta si diverte a flirtare con il destino, incorniciando in maniera particolare certi eventi. Succede ad esempio che nel '68, un cinquantennio fa, uscì il primo disco tributo interamente dedicato alle composizioni  del songwriter che aveva saputo parlare a una generazione, Bob Dylan. Si intitolava “Any Day Now”, e fu un progetto di quella Joan Baez che proprio in questi tempi è tornata a farsi viva dagli studi di registrazione per un disco d'addio. Mezzo secolo esatto dopo, eccolo il flirt col destino: una delle più vibranti ed espressive voci della scena afroamericana, Bettye LaVette presenta al mondo il suo palpitante “Things Have Changed”, interamente dedicato al bardo di Duluth. Lei scalò le classifiche di rhythm and blues nel 1962, quando dunque Dylan faceva uscire il suo primo disco. Laddove la Baez era (ed è) tutta melodia nitida e vibrato a distesa, affrontando le magnifiche canzoni di Mr. Zimmermann, LaVette è il rovescio vocale esatto.

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 JOAN BAEZ - Whistle  Down The Wind

Un addio senza lacrime,un arrivederci sincero, con quello sguardo diretto che l’accompagna da settantasette anni. A dispetto di un fisico e di un volto che ne dichiara venti secchi di meno. Un paio d’anni fa Joan Baez ci regalò un doppio disco dal vivo in cui festeggiava i suoi settantacinque con tutti gli amici musicisti di sempre, o quasi. Adesso ha deciso che è ora di finirla con i tour massacranti, a differenza del suo amico di sempre ed ex compagno Bob Dylan, impegnato nel Neverending tour da un bel po’. Non appenderà la chitarra al chiodo, ha dichiarato: ci sarà sempre una buona causa da sostenere con la sua voce che ha perso poche stille della meravigliosa pienezza della gioventù, e ora viene dosata con saggia abilità. Questo pare che sarà la sua ultima incisione di studio, e la Baez ha scelto una dimensione semiacustica di una perfezione assoluta, ma mai algida.

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MOANING - Moaning

Debutto “lungo” (anche su dura poco più di una mezz’ora) per una band di Los Angeles che pesta sugli strumenti da quasi un decennio;  Moaning ha lo stesso nome del gruppo e presenta un post-punk torrenziale dominato dalla chitarrona di Sean Solomon. Con lui c’è una sezione ritmica precisa e feroce composta da Pascal Stevenson al basso e Andrew MacKelvie alla batteria. Il bassista si fa notare anche per l’uso indovinato di certi synth anni’ 80 che danno colore in alcuni brani.  Solomon canta spesso in un tono a metà tra una blanda disperazione e un indignato risentimento, condizioni che ricorrono anche nei testi, che hanno a che fare, quasi sempre, con delusioni  sentimentali. La voce, talvolta, è un po’ seppellita nel mix, ma nel complesso si tratta di un disco fresco e compatto, anche se non originalissimo. Si vedrà in futuro, anche se la Sub Pop è abbastanza una garanzia… (Fausto Meirana)

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