Rock

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SHILPA RAY - Door Girl

Viviamo in un epoca ‘retro’, lo ripetono ormai tutti fino alla nausea e non si capisce se per giustificare una mancanza di prospettiva futura o perché siamo (auto)condannati a replicare il passato nella speranza di riuscire a modificare il presente, come fa Bill Murray in “Ricomincio da Capo”. In ogni caso, ogni iniziativa nostalgica risulta assolutamente sterile e fine a se stessa, se è incapace di concepire al suo interno una consapevolezza che permetta di superare l’inutile rimpianto di un ‘antico’, spesso solo immaginato e mai vissuto. Shilpa Ray, un passato post-punk da front-woman di gruppi come  Beat The Devil e Happy Hookers, ha sovente rivolto lo sguardo indietro (una magnifica versione di “What A Difference Day Makes” uscita in musicassetta, una cover di Prince, “When Doves Cry”, pubblicata solo in 45 giri l’anno scorso), ma in maniera (ri)evocativa e mai commemorativa, arricchendo sempre la proposta con il vissuto della propria esperienza. Così la ragazza della porta (accanto) del titolo non è l’ideale donna che tutti vorrebbero sposare, bensì il resoconto del suo lavoro come addetta all’ingresso di un club  del Lower East Side di New York. Tra quelle strade può accadere di ritrovarsi in mezzo al delirio di “EMT Police and the Fire Department”, alle sonorità hip-hop di "Revelations Of A Stamp Monkey", al pop anni ‘50 di “Shilpa Ray's Got a Heart Full of Dirt” dove fa capolino il riff di “Tears of my Pillow” di Little Anthony & the Imperials. La voce affascinante, limpida come solo una certa Debbie Harry riusciva ad essere, sporca come ogni cantante di blues che si rispetti, si fonde con un’originalità musicale (che comprende l’uso dell’armonium, omaggio alle sue ascendenze indiane) davvero rara di questi tempi. (Danilo Di Termini)

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VALPARAISO - Broken Homeland

Un gruppo di musicisti francesi che alla definizione "band" preferisce quella di "collettivo musicale", una città latino-americana capace di evocare il fascino eterno e misterioso del mare, un produttore di grande esperienza come John Parish. Queste, in sintesi, sono le premesse della bellezza arcana eppure modernissima di Broken Homeland, album d'esordio dei Valparaiso. Come in una sorta di viaggio sonoro dai tratti epici, i Valparaiso e i loro illustri ospiti (Howie Gelb, Phoebe Kildeer e Johh Haden, solo per citarne alcuni) si muovono con disinvoltura tra ballate intimistiche e suggestioni indies. I tredici brani dell'album parlano di oscurità e maree, cieli incandescenti, sabbia e onde battute dal vento e del miraggio di una quiete lontana. Broken Tides, Constellation, la title track Broken Homeland, Dear Darkness e Le Septéme sono brani di grande impatto emotivo, realizzati con una classe sorprendente. E a giudicare dall'esordio discografico, il futuro artistico dei Valparaiso appare ricco d'aspettive. (Ida Tiberio)

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WOLF PARADE - Cry Cry Cry

Sette anni. Uno fa in tempo a cambiare Paese, abitudini, centri affettivi della vita, se fato e contingenze hanno così deciso. E anche musica, se di mestiere quello fa. Spencer Krug e Dan Boeckner, autori e voci dei canadesi Wolf Parade, un  gruppo che ha sempre saputo compendiare quasi ogni sponda musicale dell'indie rock hanno lasciato passare sette anni dall'ultimo lavoro in  studio. Musica cambiata o no, dunque? Quando inserite nel lettore Cry Cry Cry tutto parte a razzo, con la micidiale accoppiata Lazarus Online e You're Dreaming, indie rock colto infiltrato di tastierine irriverenti sulle chitarre, voci cupe e salmodianti, un  po' alla 16 Horsepower che furono, ma senza venature alt country.

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JOEL CATHCART - Flotsam

Joel Cathcart, diciamolo subito, è un genovese acquisito, visto che è originario dell’Irlanda del Nord; qualcuno può averlo visto suonare quella strana ‘pentola/astronave’ che è lo Hang nelle strade della nostra città, suscitando curiosità e ammirazione. Oltre a percuotere quell’aggeggio, Cathcart è anche un cantautore ‘tradizionale’ con voce (una bella voce) e chitarra. Questo Flotsam (uscito qualche mese fa)  è il suo secondo disco, viene dopo ‘Praglia’, debutto forse meno personale di questa nuova opera che ci consegna una decina di canzoni piuttosto delicate e curate con qualche tocco dissonante,  ma sempre di gran fascino, ‘canzoni come gli oggetti che lascia la mareggiata’ che è poi il significato letterale del titolo. Per ognuna di queste, nel curatissimo packaging del cd, c’è un’illustrazione dell’artista Michele Lepera, di cui vorremmo sapere qualcosa di più... Apprezzabili i contributi dei quattro musicisti che collaborano con Cathcart: gli archi di Laura Monti e Mattia Tommasini, il contrabbasso di Pietro Martinelli e la tromba (o il flicorno) di Stefano Bergamaschi. Tutti e due i dischi sono disponibili in negozio. (Fausto Meirana)

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BRUCE COCKBURN - Bone on Bone

Bruce Cockburn ha settantadue anni, e una brutta artrite che spesso lo tiene piegato come un  gancio. Fine delle querimonie sullo stato di salute. Bruce Cockburn il canadese è stato figura assai amata da chi ha qualche filo grigio o, come lui, s'è imbiancato. In Italia ha avuto una specie di culto, culminato in una radiosa apparizione al Club Tenco. Ha scritto canzoni meravigliose, e dischi decisivi per un songwriting rock raffinato, strumentalmente attrezzatissimo e pieno di contenuti. A differenza di molti colleghi, quando prende in man una chitarra e suona solo linee strumentali a scintille, come, per fare un paragone attinente, faceva John Martyn. Certi suoi dischi come In The Falling Dark o Dancin' in the Dragon's Jaws non possono mancare in una discoteca che si rispetti. Dopo i fasti degli anni Settanta ci sono stati parecchi momenti bui, ma ogni tanto la zampata del vecchio ed elegante leone salta fuori. Come in questo prezioso Bone on Bone. La voce appena arrochita dagli anni, il tocco scintillante sulle corde intatto, una vena più amara e bluesy, eccellenti ospiti ad arricchire canzoni belle e memorabili al primo ascolto, come Ron Miles con la sua cornetta, ascoltato spesso al fianco di Otis Taylor. Un gran ritorno. (Guido Festinese)

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MUMPBEAK - Tooth

Ecco un cd (ma anche vinile, si intende) che potrebbe mettere d'accordo spezzoni assai diversi di appassionati musicali. Ad esempio, per citarne alcuni, gli appassionati di math rock, i seguaci dei King Crimson del periodo Lark's Tongues e Discipline, i cultori del jazz rock d'annata più mosso ed imprevedibile, chi ama il Miles Davis elettrico e Frank Zappa e chi predilige il post rock con arditi inserimenti “ambient”. Piatto ricco, dunque. E il fatto che i  Mumpbeak ideati e guidati dal tastierista inglese trapiantato a Oslo Roy Powell abbiano in formazione un eccellente musicista italiano, Lorenzo Feliciati, già ascoltato nei magnifici Naked Noise, aggiunge motivi d'orgoglio. Alla batteria c'è il norvegese Tornstein Lofthus, che fa parte anche degli Elephant 9 e e degli Shining. Il leader utilizza una tastiera Clavinet hohner E 7 processata in una catena d'effetti che finiscono in un Fender valvolare: difficile pensare a uno strumento a tasti, e non, ad esempio, alla chitarra guizzante di un Allan Holdsworth. Grande musica, di immediata riconoscibilità, potenza e fruizione anche al primo ascolto, dall'inizio alla fine di Stone, un tributo al Miles di Bitches Brew. (Guido Festinese)

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