Rock

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STEVEN WILSON - To The Bone

Steve Wilson, nototiamente, è il musicista più occupato del mondo. Quando non è chiuso in sala con mixer a rivedere il catalogo di qualche gigante del prog classico è comunque al lavoro con una delle mille derive discografiche che lo assorbono. Alla faccia di chi si ricorda anche e sopratutto il Wilson leader dei Porcupine Tree, che ormai esistono solo nei ricordi. Perché, anno più anno meno, si tende a dimenticare che il signore del neoprog ha comunque un trentennio di attività sulla schiena, nonostante l'aspetto da nerd eterno ragazzo da computer. I suoi dischi da solista negli ultimi anni hanno rappresentato un po' una summa di dove si poteva arrivare all'inizio del terzo millennio: belle melodie malinconiche, occasionali sciabolate metal, derive psichedeliche d'antan, classe ed eleganza nella scrittura e nella scelta degli arrangiamenti. Qua e là qualche segno di stanchezza ha cominciato ad affiorare, sotto la polpa solida dell'impianto: ad esempio nel ripetitivo Hand. Cannot. Erase. Qui si cambia tiro e registro: se i momenti prog “classici” esistono, in un paio di occasioni si ascolta un Wilson più pop, più lieve. E come lui stesso ha dichiarato, i modelli di questo To the Bone li trovate nel decennio più "sospetto", per il prog: quello di XTC e Talk Talk. Certo, quando prende in mano le cose lui è difficile avvertire cadute di stile. Ma chi si attendeva l'iterazione di una formula bella ma anche un po' logora qui sarà sorpreso. (Guido Festinese)

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NADINE SHAH - Holiday Destination

C'è modo e modo di essere cantautori (autori e cantanti di canzoni). Il requisito è saper palleggiare suoni noti con un risvolto personale. Poco importa, poi, da dove si parte. Spesso è il folk (o il blues); altre volte, no. Qui, no. Nadine S (terzo album lungo) ha radici post punk o, addirittura, un filo jazzati nel senso new wave del termine. Dentro infila una voce e dei testi personali e politici (da cantautore, appunto) che contribuiscono al fascino dell'album in modo sostanziale (2016, per esempio, attacca con ritmo tribale, chitarra tagliente e "da quando ho 30 anni / non so cosa mi capita / guardo troppa televisione / ... / leggo gli ingredienti sulle confezioni di cibo / mi dicono sia bene per me / i miei amici si stanno tutti purificando"). Tra ampi passaggi strumentali e una sana indignazione d'autore, Holiday Destination è un bel modo per tornare dall'estate. (Marco Sideri)

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FLEET FOXES - Crack-Up

Tanti artisti dichiaratamente pop (melodici, morbidi, di facile assunzione e pronto sollievo) nascondono, in fondo in fondo, la malcelata voglia di essere astrusi, scontrosi e profondi. È il fascino di quel che non siamo: un classico. Ecco quindi i Fleet Foxes (che erano folk, barbuti e melodici per due dischi di buon successo) tornare alla carica con un album stratificato, involuto, moderno; solo a sprazzi melodico e luminoso come in passato. C’è una ragione, tecnica, per questo: Robin P (leader e autore principale del gruppo) nei sei anni trascorsi dall’ultimo “Helplessness Blues” si è iscritto all’Università, ha studiato letteratura ed ha abbandonato quel coté rustico e agreste che tanta fortuna gli ha portato. E così le ballate sono sepolte tra suoni trovati, ritmi industriali, percussioni, effetti e atmosfera. Un ascolto denso e stratificato. (Marco Sideri)

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SUFJAN STEVENS, BRYCE DESSNER, NICO MUHLY, JAMES McALISTER - Planetarium

Criticare questo disco è facile quanto rubare caramelle a un bambino (piccolo). È pomposo nel concetto (i pianeti, lo spazio), prolisso nella forma (album collaborativo a otto mani), bolso nei presupposti (è la messa a punto, in studio, di uno spettacolo commissionato da un museo, già testato a teatro). Insomma, “Planetarium” è, in gergo, una pippa. Gran bella pippa, però: ha dentro il fascino per l’avanguardia e la musica minima e classica; infila un paio di ballate meravigliose (grazie al Signor Sufjan Stevens); si balocca con l’elettronica pop di derivazione ’70/’80 che tanto piace alle nuove generazioni; si perde e ritrova infinite volte nell’ora abbondante di musica. È, insomma, un album straripante e visionario; e alla fine le cantonate non fanno neppure tanto male. Criticare questo disco è facile. Non è detto che le cose facili, però, siano anche giuste. (Marco Sideri)  

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RICK WAKEMAN - Gas Tank

Triplo cd a prezzo speciale ( che non  guasta), per dar conto di un frammento della storia del rock piuttosto sconosciuto, dalle nostre parti. Tra l’82 e l’84 Rick Wakeman degli Yes e Tony Ashton condussero assieme per Channel 4 della tele inglese un programma che si intitolava Gas Tank. Ashton ( che è una specie di beffardo tom Waits in salsa british) e Wakeman ( troppo spesso confinato nei panni pomposi del tastierista prog rock)   intervistavano gli ospiti, e ci suonavano assieme con gran divertimento. Così andò a finire che in quello studi passarono John Entwistle degli Who e Suzy Quatro, indomita glam rocker da suburra. E Ian Paice dei Deep Purple, Alvin Lee dei Ten Years After, Maggie Bell regina di una stagione classica del rock inglese, il bizzarro Roy Wood, Eric Burdon, il bianco più nero d’Inghilterra, Donovan, Steve Hackett dei Genesis. Andy Fair Weather Low, e tanti altri. Li trovate tutti qui, in questa raccolta che spesso induce anche al sorriso, tali e tanti sono gli scherzi musicali messi in piedi dall’improbabile duo. Però, nel mucchio, è quasi ovvio che troverete una valanga di chicche e pezzi rari: così la stranezza del tutto viene compensata da parecchi momenti di eccellenza senz'altra definizione possibile. (Guido Festinese)

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THE AMERICANS - I'll Be Yours

The Americans partono alla grande in questo loro debutto, rispettando alla lettera il nome, non proprio fantasioso,  che si sono scelti; i primi tre brani potrebbe essere definiti un ibrido tra i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty e lo Springsteen più grezzo, senza dimenticare la lezione sempre valida e salvifica del rock-blues, evidente soprattutto nel terzo brano, Stowaway. Nel disco c’è anche qualche brano un po’ troppo acerbo, come l’irruento Hooky, una specie di rockabilly aspro e deviato, che incuriosisce  ma  lascia il tempo che trova. Uno dei punti di forza del gruppo è la  bella voce di Patrick Ferris,  aggressiva nei brani più rock, ma dotata di una dolcezza scartavetrata nelle canzoni più calme.  Le ballate, incluso il singolo I’ll Be Yours, occupano in fondo  buona parte del disco e proprio una di queste, l’intensa Daphne, chiude in crescendo un disco con molti  pregi e pochi  difetti, di quelli che si possono perdonare, bonariamente,  agli esordienti. Pollice quindi in alto, aspettando conferme… (Fausto Meirana)

Top ten del mese

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