Rock

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SODASTREAM - Little By Little

Di ritorni è pieno il mondo (musicale); anzi, è stracolmo. Praticamente ogni gruppo/cantante in vita (o meno) ha fatto un rientro (o comeback o rentrée) sulla scena negli ultimi 20 anni. Del resto, la nostalgia è una delle principali chiavi di lettura per il presente musicale (guardiamoci negli occhi: quante ristampe avete comprato nel 2016?). C’è modo e modo di tornare, però. E i Sodastream lo fanno bene: con un disco nuovo, inedito, fedele -ma non arreso- alla linea. Little By Little è 10 canzoni folk pop, palleggiate tra il contrabbasso e l’acustica (da sempre gli strumenti del mestiere per il duo), piene di melodia e ritornelli, con la voce delicata di Karl Smith e il contrappunto puntuale di Pete Cohen che sembra ieri e invece sono passati più di dieci anni (sentite che meraviglia Grey Waves). Vogliamo dire bentornati? Diciamolo: Bentornati. (Marco Sideri)

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PENTANGLE - Finale

Ammettiamolo, fa un certo effetto ai fan di vecchia data vedere quella scritta che dice “in memoriam Bert Jansch e John Renbourn”, giusto a destra sotto la foto del gruppo all’interno del doppio cd. Però questo è il dato pregnante di certa musica: possono anche scomparire dal pianeta gli artefici, le note resteranno per sempre. Se sono note di grandi. E i Pentangle sono stati grandsissimi. A un ragazzo giovane diremmo che nessuno come loro ha saputo far lievitare in salsa alchemica folk inglese, rock gentile e sprazzi insospettabili di jazz creativo, accompagnando il tutto con l’incanto di una vice femminile, quella di Jacqui McShee, che sembrava arrivare diretta dalle schiere delle fate gaeliche. Poi c’era Danny Thompson, un bassista che sapeva pesare ogni cavata sul legno, e Terry Cox alle percussioni, uno che ha sempre preferito sottrarre e alludere piuttosto che aggiungere tocchi ridondanti. Nel 2008 i Pentangle hanno dato i loro concerti d’addio. E chi credeva di trovarsi di fronte ad arrugginiti e svaporati musicisti nostalgici ebbe la sorpresa di ascoltare invece gente per la quale l’anagrafe era un mero optional. C’è tutto, qui: da Cruel Sister a Goodbye Pork Pie Hat, il brano che Mingus scrisse in memoria di Lester Young. Un incanto che resterà. (Guido Festinese)

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MIKE OLDFIELD - Return to Ommadawn

La critica italiana, nel complesso, ha lavorato di sega elettrica e mazza ferrata nel recensire il nuovo disco di Mike Oldfield. Al contrario di quella anglosassone. In genere, quando non si hanno argomenti a sufficienza per dichiarare forme d'odio puro e auto-alimentato per stagioni musicali che appaiono agli antipodi di certa sbrigativa essenzialità da tre-accordi-tre-per-carità-sennò-sembra-jazz, magari con un po' di elettronica sparsa per mascherare il tutto, si liquida tutto con una battuta. E se uno provasse a scrollarsi di dosso la pigrizia e si mettesse semplicemente ad ascoltare, come si suol dire, senza pregiudizi? Succederebbe che troverebbe un signore che (apparentemente) torna sul luogo del benedetto delitto della metà degli anni Settanta, e riscrive una suite conforme divisa in due parti ognuna della durata esatta della facciata di un ellepì. Suonandosi tutti gli strumenti – bene - esattamente come vuole lui. Allora aveva ventidue anni, ora ne ha sessantatre. Nel mezzo un sacco di passi falsi.

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MARK EITZEL - Hey Mr. Ferryman

Conoscere poco gli American Music Club e solo alcuni dei tanti dischi solisti di Mark Eitzel non è un buon punto di partenza, tuttavia correrò il rischio, cominciando dal fatto che alla guida di questo progetto c’è Bernard Butler, chitarrista degli Suede, ma soprattutto, da vent’anni a questa parte, produttore in costante crescita (Aimee Mann, Bert Jansch, The Veils, Tricky e gli ultimi due cd di Ben Watt). Per le canzoni introspettive e dense di Eitzel, Butler ha preparato arrangiamenti scintillanti e generose dosi delle sue chitarre; per alcuni recensori, un po’ troppo, ma non direi, comunque  Hey Mr. Ferryman suona bene, ma le lunghe canzoni richiedono comunque un certo impegno, visti i ponderosi testi e i temi un po’ contorti del cantautore californiano; la confezione comprende lel iriche ed è importante leggerle durante l’ascolto  perché l’espressiva voce di Eitzel rende  bene gli stati d’animo descritti. Sono cinquanta minuti un po’ lunghi, raffinati e pieni di parole. Ma ne vale di sicuro l'impegno e poi si può passare al resto, cominciando magari dall’antico  60 Watt Silver Lining del 1996 .(Fausto Meirana)

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ROLLING BLACKOUTS C.F. – The French Press

Vengono dall’Australia, e come sappiamo o ci immaginiamo, in ogni casa d’Australia c’è almeno un disco dei Go-Betweens… Ma non finisce qui, perché  se tra le influenze che affollano il  secondo EP dei Rolling Blackouts Coastal Fever, c’è sicuramente  il gruppo di Robert Forster e Grant McLennan, compaiono  anche echi del fresco  rock degli anni ‘80/’90 (Feelies, Orange Juice ma anche i REM…). I cinque ragazzi, tre dei quali agiscono come vocalist,  per ora si riservano di fare sul serio, continuando con i loro lavori abituali (avvocato, barista, giardiniere, ecc.) ma sembrano avere le giuste ambizioni e potenzialità, tant’è che l’accorta Sub Pop li ha ingaggiati senza riserve. Ci aspettiamo ora  un disco più completo di questi venti minuti cristallini che finiscono peraltro in crescendo con la notevole (e beneaugurante) Fountain Of Good Fortune. (Fausto Meirana)

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JESCA HOOP - Memories Are Now

Jesca Hoop, cantautrice californiana, ma residente part-time in Inghilterra,  a Manchester, ci aveva sorpreso positivamente con la  partecipazione all’album Love Letter For Fire, condiviso con Sam ’Iron&Wine’  Beam www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6411-sam-beam-and-jesca-hoop-love-letters-for-fire.html. Anche qui c’è aria di collaborazione, visto che il produttore e cantautore Blake Mills partecipa  come praticamente unico musicista(la cover dice infatti: performed by  jesca hoop & blake mills) fatte salve due partecipazioni minime ma importanti come l’armonica della collega Fiona Apple (Cut Connection) la steel guitar del maestro Greg Leisz (Pegasi) e l’ aggiunta una piccola sezione d’archi (Songs Of Old). Memories Are Now è quindi incentrato sull’equilibrio  tra le corde elettriche o acustiche sfoggiate  dai due musicisti (anche se Mills si arrangia con basso e batteria e canta nei cori ) e sul timbro un po’ malinconico della Hoop. Consigliato a chi ha apprezzato, ultimamente, dischi come At Swin di Lisa Hannigan ma con un po’ di piacevole rudezza in più. (Fausto Meirana)

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