Rock

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SCHNELLERTOLLERMEIER - X

E' terra incognita e, spesso, desolata, quella attraversata dagli svizzeri Schnellertollermeier. Per farlo armatevi di tempo e pazienza, non esattamente due caratteristiche fondanti, al momento. Però sarete ripagati da un palpitante mondo sonoro che offre sì inside e minacce ad ogni svolta, ma anche begli azzardi sonori ai bordi del rock più estremo che sia dato concepire. Loro sono tre, chitarra basso e batteria, non usano la voce, e il prodotto del power trio elettrico è quanto di più distante si possa concepire dal classico rock rinforzato di blues tipico delle formazioni a triangolo. Siamo invece dalle parti dei King Crimson più deliranti e atonali, in regioni che potrebbero appartenere al pianeta kobaiano dei Magma, ed anche, di quando in quando, in progressioni math rock che potrebbero rammentare certe cose dei Battles prima maniera. A volte è davvero difficile credere che i suoni alieni arrivino tutti da una chitarra, ma tant'è. Si parte con un brano monster da venti minuti, quello che intitola, e sembra un viaggio in una terra mutante, ad ogni sguardo, si prosegue con misteriose, assortite durezze e delicatezze che lasciano davvero attoniti. E affascinati. Avant jazz, ambient drone o punk all'assalto? Tutti e tre. (Guido Festinese)

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KING CRIMSON - Live In Toronto

Molte buone notizie per chi ama il futuro giurassico del rock, intendendo col termine quegli strani musicisti che facevano musica proiettata nel futuro una quarantina danni fa, e periodicamente, quando riattaccano la spina, invece che sembrare reperti geriatrici fanno ancora intravvedere spicchi di futuro. I King Crimson nella nuova superba formazione che riporta sul palco Mel Collins con i suoi sax e fiati e Tony Levin ai bassi, più, tanto per restare in tema di visionarietà , tre (!) batteristi e una micidiale accoppiata di chitarre ( Fripp stesso, ovviamente, Jakko Jakszyk che ha anche le difficili parti vocali) sono vivi e vegeti. E in attesa di pubblicare finalmente un nuovo disco e un live, in autunno, fanno uscire questa sorta di eccellente “bootleg” ufficiale, da un concerto di Toronto che, a detta di chi c'era, è stata una di quelle serate magiche in cui succede di tutto. Band in forma smagliante, equilibrio perfetto tra passato e contemporaneità, forza bruta e delicatezza assieme, e una manciata di inediti che aprono la strada a nuove, micidiali avventure nei reami del rock più claustrofobico e seducente che sia mai stato concepito. (Guido Festinese)

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JEFF ANGELL - Jeff Angell's Staticland

Ci vuole maestria scaltra e frequentazione assidua del milieu rock, per scrivere una ballatona strappacuore  come The World Is Gonna Win senza mai rischiare l'effetto melassa, o la diluizione. Jeff Angell è un rocker puro e duro, con il vantaggio, anche, di arrivare da una città che col rock ha compiuta storia di corrispondenze affettive, Seattle. Staticland è il suo nome progetto, pare in attesa che si riuniscano i Walking Papers, che notoriamente, mettono assieme energie composte e diverse da Screaming Trees, Pearl Jam e Guns 'n' Roses. Se vi siete fatti l'idea di un disco morbido, però, non è così: si viaggia perlopiù invece su sature atmosfere post punk blues, un bel modo per mettere insieme cocci di grunge e oscure bellezze alla Bad Seeds.  Alla fine salta fuori un disco vivo, palpitante, e anche parecchio divertente, per chi ama le chitarre non esattamente educate. (Guido Festinese)

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THE INFAMOUS STRINGDUSTERS - Ladies and Gentlemen

Gli Infamous Stringdusters sono un'acclamata e decisamente talentuosa band acustica al confine tra bluegrass e sue possibili reinvenzioni, formatasi a Boston (tre dei componenti erano studenti al prestigioso Berklee College) e poi trasferitasi a Nashville (tennessee). La formano in ordine sparso Andy Hall (dobro), Andy Falco (chitarra), Jeremy Garrett (fiddle), Chris Pandolfi (banjo) e Travis Book (contrabbasso). Per questo loro sesto album in studio i cinque hanno deciso di invitare una serie di ottime vocalist, "rubate" al mondo del country, dell'americana e della roots music (ma non solo). Il lavoro ospita (quindi) undici song, appositamente composte per l'occasione e interpretate da undici voci differenti. Tra le ospiti, Joan Osborne, Aoife O'Donovan, Abigail Washburn, Joss Stone, Sarah Jarosz, Lee Ann Womack e Mary Chapin Carpenter (un parterre di assoluto valore, insomma). Tutto fila a meraviglia, anche troppo. A prevalere, infatti, nonostante la varietà delle protagoniste idealmente chiamate a ballare, è un'eccessiva uniformità stilistica, fin troppo inscritta (a parte nella conclusiva "Rock and Roll", nella quale persino una tromba fa la sua comparsa) nei canoni di una tradizione non certo dissacrata (a dispetto, invece, della "ragione sociale" del gruppo, che recita "gli spolverini contro polvere e ragnatele"). Molto piacevole, comunque. (Marco Maiocco)

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STEVE GUNN - Eyes On The Lines

Il passaggio alla Matador di Steve Gunn, dalla sotterranea e sperimentale (in chiave folk e popular) Paradise of Bachelors, segna l'approdo ad una formula più agile e fruibile, ma non meno avvincente e interessante. Le sue sono sempre ballate stratificate, iterative e digressive, ma in questo frangente più a braccetto con una certa spensierata cantabilità. A farla da padrone in quest'ultimo "Eyes on the Lines" è un sound superlativo e trascinante, che sa di riuscito amalgama tra neo-psichedelia e folk d'avanguardia. Lo sostiene una band allargata a otto elementi, tra cui spiccano le figure di Nathan Bowles (batteria, banjo, organo), James Elkington (chitarra, lap steel, dobro) e Jason Meagher (basso, chitarra, flauto). Gunn vi raccoglie episodi e racconti, che lui stesso definisce "short stories": caratteri che stanno fra il particolare e l'universale, restituiti con piglio assonnato e una lirica metafisicità. Il tutto in sorprendente e intelligente equilibrio tra un passato ormai mitico (quello della classicità del rock), smagliantemente rievocato, e un futuro ancora da scrivere (sì!), ma come già delineato o preannunciato. Imperdibile. (Marco Maiocco)

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MARK KOZELEK - Sings Favorites

Quest’autunno di Mark Kozelek (Red House Painters, Sun Kil Moon e mille altri piccoli luoghi musicali) è perversamente affascinante. Non sarebbe onesto (anche considerando l’onestà media di un recensore) consigliare ogni tappa del percorso come essenziale. D’altro canto, è l’insieme dei lavori che MK pubblica a restituire l’immagine (affascinante appunto) di un autore scorbutico e logorroico, nostalgico e ispirato, eccessivo e sicuro di sé: un autore degno di tale nome. Questo disco è Mark e un pianoforte a cantare classici (perlopiù classici-classici: c’è Moon River, per dire) con un piccolo gotha della musica indipendente americana a fare le seconde voci (Will Oldham, i Low). La voce è quella di sempre, il pianoforte dona un tono melodioso e sentimentale al procedimento, il fascino c’è tutto. Un capolavoro? Neanche per sogno. Tuttavia. (Marco Sideri)

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