Rock

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DYLAN & PETTY - Live on the Radio '86

I dylaniani non di primo pelo, ed anche quelli dal crine piuttosto diradato ricorderanno un glorioso bootleg di qualche anno fa, Duelling Banjos, di origine italiana. L'anno di registrazione indicato era sbagliato, ma bastava e avanzava la musica, a perdonare gli inciampi cronologici. Perché lì, in quelle quattordici tracce accreditate all'89, ed in realtà incise dalla stazione radio KSAN-FM c'era uno di quei tesori nascosti che Mr. Dylan si ostina a tener celato, alla faccia delle decine di dischetti dedicati alle sue personali Bootleg Series. In sostanza: Mr. Zimmermann ha avuto almeno tre grandi band ad accompagnarlo, escludendo i Grateful Dead e la brutta caduta di Dylan & the Dead (esiste ben altro, di Garcia con l'Ebreo Errante): la Band, ossatura classic rock che più classic non si può, il gruppo variopinto, sbilanciato e creativo della Rolling Thunder Revue, ed infine un folgorante Tom Petty con i suoi Heartbreakers, alla fine degli anni Ottanta. Sul palco era energia, fantasia, potenza ed eleganza. Che qui ritrovate in epitome, e con una precisione di incisione che spesso Dylan ha dimenticato, nei suoi “live”. A meno che non spunti fuori qualcosa di più completo. Questo è un antipasto più che calorico: dall'iniziale Positively Fourth Street ad una palpitante Knockin' On Heaven's Door finale. (Guido Festinese)

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JOE VOLK - Happenings and Killings

Avete presente come lavorano I Crippled Black Phoenix, la compagine a geometria d'organico variabile che è, fuori da ogni dubbio, punta acuminata del neo prog attuale? Loro solleticano, alludono, espandono, contraggono tutto quanto suonato una quarantina d'anni fa. Grossomodo come fa Steve Wilson, che in più aggiunge lampeggianti petrosità metal qui e là. Nel 2013 Joe Volk se n'è andato dalla “fenice azzoppata”, e s'è messo per strada da solo. Questo è il primo risultato, e per molti versi è faccenda sorprendente ed assai gustosa. La voce del nostro appoggiata su viluppi di corde arpeggiate, e poi fruscii, sibili, capriole gentili di sintetizzatori a incorniciare il tutto. Dunque una sorta di “dream pop” psichedelico, gentile e sottilmente inquietante: in pratica un incrocio tra i Mercury Rev e I Pink Floyd che furono di “If”. Gran bel disco, dunque. (Guido Festinese)

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MARISSA NADLER - Strangers

Come per July (2014) la copertina di Strangers è melodrammatica e in bianco e nero; una fedele rappresentazione delle ballate di Miss Nadler che sono melodiose, avvolgenti e curate. Alcune sono esili ed essenziali, altre più gonfie e soniche. La sostanza però è una scrittura solida circondata da arrangiamenti eleganti: pianoforti, archi, organi, elettricità misurata e moderata. La voce di Marissa ondeggia tra il sognante (Hungry Is The Ghost con i suoi riverberi) e il tendente-folk (Shadow Show Diane) e così la musica di questo disco. Strangers abita nello stesso paese di Hope Sandoval e dei Mazzy Star, di Joanna Newsom se non fosse così medievale e fissata con l’arpa, di tante cantantesse che, prima di lei, hanno riletto la canzone tradizionale attraverso lenti indipendenti. Marissa non ha un talento scoppiettante. È brava a modo suo: melodrammatico e bianco e nero. (Marco Sideri)

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BETH ORTON - Kidsticks

Chi ricordasse il mix efficace di acustico ed elettronico dei precedenti episodi discografici di Beth Orton,  per i quali qualcuno coniò il neologismo ‘folktronica’,   potrebbe avere qualche difficoltà con Kidsticks, disco che coincide con il suo trasferimento a Los Angeles e vede come attori principali la stessa Orton alla voce e alle tastiere e Andrew Hung (Fuck Buttons) che cura un arsenale di  aggeggi elettronici soprattutto percussivi. Il disco è incalzante e asciutto fin dai titoli (solo due contengono più di una parola) e gode della peculiare contrapposizione tra ritmo, elettronica e voce. Più volte le sonorità sintetiche richiamano stagioni e gruppi del passato recente, come il drum and bass dei Portishead, la felice vena cantautorale degli ultimi Everything But The Girl  o persino il pop elettronico più  commerciale e danzabile come in ‘1973’. In ‘Dawnstar’ poi, è riconoscibile la cifra stilistica degli Eurythmics di Annie Lennox e Dave Stewart. Solo nel finale le acque si calmano e il brano che dà il titolo al disco è, in controtendenza, poco più di una lieve ninna nanna per chitarra e percussioni. (Fausto Meirana)

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BOB DYLAN - Fallen Angels

Cominciamo subito col dire che un altro disco incentrato sul repertorio di Sinatra non è esattamente quello volevamo da Dylan, ma le voci sempre più insistenti sulla dozzina di canzoni incise, sembra, in contemporanea a Shadows In The Night, sono state confermate dall’uscita di  Fallen Angels; al primo ascolto, potrebbe sembrare (e forse è) una raccolta del ‘surplus’ di quelle sessioni,  visto che la tracklist del primo lotto era più compatta, pensata  ed omogenea e anche la copertina più intrigante di questa. Ma come sempre le differenze emergono a poco a poco, come il maggior spazio alle lievi percussioni di George Recile, quasi inudibili nel precedente capitolo ma ben riconoscibili qui, soprattutto in That Old Black Magic,  o l’introduzione occasionale della viola, che Donnie Herron usa  in alternativa alla steel guitar, strumento dominante anche questa volta. Complica un po’  le cose la scelta di alcuni dei brani più lontani dalla voce di Dylan come Skylark, It Had To Be You o Come Rain Or Come Shine, ma tant’è, facendo i migliori auguri di compleanno a Dylan, che compie settantacinque anni in questi giorni, prendiamo per buono anche questo esercizio di stile, sperando vivamente che l’operazione Frank finisca qui, e lo zio Bob riprenda in mano la penna, lo spartito e le cattive abitudini. (Fausto Meirana)

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SANDY DENNY – I’ve Always Kept A Unicorn

La discografia postuma di Sandy Denny è ormai molto più cospicua rispetto a quanto la grande cantante inglese riuscì a pubblicare in vita con Strawbs, Fairport Convention, Fotheringay e come solista. E’ una discografia postuma ma anche parallela,  fatta di demo, versioni alternative, session per la BBC e registrazioni live di brani usciti sugli  LP ufficiali. Il doppio cd I’ve Always Kept A Unicorn propone appena tre tracce mai ascoltate prima su un totale di 40, eppure ha un senso, reso esplicito già dal sottotitolo: The Acoustic Sandy Denny. Con la sua voce forte, calda e al tempo stesso limpida, Sandy avrebbe potuto gestire tranquillamente un album acustico, magari in perfetta solitudine. Non lo fece mai perché amava la vita ‘cameratesca’ all’interno di un gruppo che le consentiva di gestire, anche in studio, le costanti tensioni interiori. Qui abbiamo dunque un’idea di questo disco che mai ci fu e che forse sarebbe stato una svolta per la sua carriera, specie quando questa si arenò nelle secche del pop di consumo a dispetto di brani splendidi come Solo, One Way Donkey Ride o No End. (Antonio Vivaldi)

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