Rock

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RICHARD PINHAS - Deleuze, gli Heldon e la filosofia elettronica

Da più parti, si fa notare che l'evoluzione dell'elettronica non è stata un'applicazione di filosofie o di categorie concettuali, ma uno sviluppo esclusivamente tecnologico e strumentale, legato a sua volta al continuo perfezionamento di macchine e software. In gradissima parte, è vero. Non si può negare, tuttavia, che le elaborazioni teoriche – sin dai tempi di John Cage (Darmstadt, 1963), passando per Stockhausen a Dusseldorf e Colonia – abbiano avuto un qualche ruolo, forse mai indagato in forma compiuta ed esauriente. Di certo, la concettualizzazione filosofica è stata basilare per la ricerca e la musica elettroniche degli Heldon di Richard Pinhas, nella Francia degli anni Settanta.
Ancora adolescente, il francese Richard Pinhas si appassionò presto di musica e fondò il suo primo gruppo, i Blues Convention, assieme al futuro Magma Klaus Blasquiz. Dopo il liceo, Pinhas iniziò gli studi di filosofia alla Sorbona e, in parallelo, fondò il gruppo Schizo. Il nome era um omaggio al capolavoro del maestro Gilles Deleuze, L'anti-Edipo (edito in prima edizione nella capitale francese nel 1972, in collaborazione con Félix Guattari). La band – più che altro un progetto aperto, formula espressiva alla quale Pinhas sarebbe rimasto fedele anche in seguito – registrò solamente un singolo autoprodotto nel 1972 e si dissolse in quel medesimo anno, per lasciare libero Pinhas di dedicarsi in via quasi esclusiva ai suoi studi. Questo 45 giri, dal titolo Le Voyageur / Torcol, ottenne un successo di nicchia in ambito underground. Vi si potevano cogliere i primi echi, in musica, della filosofia di Deleuze, del quale Pinhas aveva seguito i corsi all'Università di Vincennes a partire dal 1970 e il cui pensiero cominciò ad influenzare grandemente l'artista. Il testo del primo brano del singolo – nello specifico – era una recitazione da parte di Deleuze, con una voce davvero particolare, di passi scritti da Nietzsche, riscoperto in Francia dal filosofo una decina di anni prima (G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, Paris, 1962). Il tutto su di un accompagnamento rock. Pinhas discusse quindi la sua Tesi di Dottorato, circa i rapporti tra la schizo-analisi deleuziana e la science-fiction, sotto la direzione di Lyotard. L'interesse per la fantascienza, sorta di contraltare letterario e narrativo dell'elettronica più futuristica e tecnologica, si radicò irreversibilmente nel giovane Pinhas, il quale nel 1973 incontrò per la prima volta lo scrittore Norman Spinrad (l'autore de La civiltà dei solari, tradotto in italiano da Nord, di Milano, nel 1970), a Los Angeles. Spinrad presentò anche all'amico Philip Dick Pinhas, che intervistò l'autore di Blade Runner per la rivista francese Actuel.

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GRANT-LEE PHILLIPS - The Narrows

Il motore del disco, leggendo qua e là in rete, sono le radici pellerossa di Grant Lee P; i ricordi e la (dolorosa) eredità dei nativi americani. Questa ispirazione si mostra in ballate tradizionali che esplorano le tante anime del Sud dell’Unione; la buona notizia, però, è che GLP torna a fondere quelle radici (già ben in evidenza nel precedente Walking In The Green Corn del 2012) con un piglio rock, perduto o quasi fin dalla fine dei Grant Lee Buffalo. E così dalle soffici sfumature gospel della conclusiva Find My Way si passa attraverso il passo pop di Cry Cry per finire a Tennesse Rain, che apre le danze elettrica e melodiosa come le migliori puntate del catalogo GLP. Non c’è dubbio che il pubblico di riferimento (!) di GLP nel 2016 sia il pubblico che lo ha seguito negli anni; The Narrows non cambia le carte in tavola. Però è un bel disco; non è poco. (Marco Sideri)

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VIOLENT FEMMES - We Can Do Anything

Come l’altro ottimo e contemporaneo ritorno (quello dei They Might Be Giants) il nuovo disco dei Violent Femmes è un album ingenuo e arzillo inciso da veterani navigati. Mica facile, fare cose del genere: spesso è il mestiere che detta le regole, dopo anni di musica. Invece qui versi come “Posso essere questo o quello / Posso tirare fuori un elefante dal cappello” suonano sorprendentemente speranzosi. La scintilla che anima le canzoni è impalpabile ma potente. We Can Do Anything è (di gran lunga) la miglior cosa che i VF incidono dalla fine degli anni 80. Musicalmente, il discorso è il solito: folk, pop, punk, frizzi, lazzi, ritornelli appiccicosi (Memory, Travel Solves Everything) e romanticismo scalcinato (Foothills, Untrue Love). Alla fine del disco uno è di buon umore. Capite l’importanza della cosa? Di. Buon. Umore. Di questi tempi: manna dal cielo. (Marco Sideri)

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VITA BERGEN - Disconnection

Dunque, esercizio di stile compilatorio. Provate ad andare con la memoria ai gloriosi Gun Club che furono, nel loro cavar fuori melodie strazianti dal cilindro del (post)punk, poi aggiungente la minacciosa, tambureggiante attitudine dei Kevin Cobblers Club, e di club ne otterrete uno nuovo, quello dei Vita Bergen. Che sono in otto, arrivano dalla Svezia, e nel loro Paese si sono meritati un bel riconoscimento come miglior gruppo rock emergente. Tant'è che Glitterhouse ha fiutato la grandezza, e pubblica il primo disco. Che è bello, potente, a tratti squassante per la crudezza asciutta delle due voci innestate su giri armonici tanto semplici quanto efficaci, e ricorda un sacco di altre cose: ad esempio la grandeur degli U2 quando ancora erano dei ragazzi irlandesi con un grande avvenire davanti, molte idee e molto suono, lo spectoriano “wall of sound” applicato alla polpa sonora che avvolge il tutto, e così via. Post punk pop come dovrebbe essere sempre: efficace, diretto, misteriosamente semplice, semplicemente complicato, in modo da attizzare il gran falò del rock che forse non brucia più tanto, ma neppure è cenere. (Guido Festinese)

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GRANT-LEE PHILLIPS - The Narrows

Il concentrato legame tra romanticismo, memorie, sacrifici e tragedie storiche e abilità senza eguali – unito a quelle speranze, paure e isolamento che accompagnano una transizione – forma lo scenario di "The Narrows", l'ultimo album di Phillips in uscita per Yep Roc Records. Inondato da una boscosa e avvolgente e vibrante atmosfera di suoni, le tredici tracce dell'album sono marcate da un bramoso senso di risolutezza. Questo set di brani si muove tra il personale e lo storico – come un obiettivo che zooma avanti e indietro. Si concentra sui Creek e sui Cherokee, da cui Grant‐Lee Phillips discende, e sulle loro vicissitudini su una terra che non possono più chiamare casa. Il disco è imperniato delle storie e delle energie di quei territori e di quelle persone. "The Narrows" bilancia la storia con la personale realtà di Phillips, tra luoghi di nascita, continui scambi tra matrimonio e paternità, e la scomparsa di suo padre. "Un giorno mi avventurerò in quelle terre dell'Arkansas da cui proviene la famiglia di mio padre" spiega Phillips. "C'è una parte giù al fiume vicino alla vecchia casa di famiglia conosciuto come The Narrows – la parte non tanto amichevole in cui lotti contro la corrente e provi a non venir trascinato via. Ci vedo una metafora in tutto questo...". In uscita giovedì 17 marzo.

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RICHMOND FONTAINE - You Can't Go Back If There's Nothing To Go Back To

La Décor Records è lieta di presentare il decimo album in studio dei re dell'alternativecountry Richmond Fontaine, alla loro prima uscita dopo 5 anni di assenza. Il compositore della band, Willy Vlautin, ha dedicato questo disco a tutti quelli che hanno raggiunto il limite, stanno per raggiungerlo o sono lì lì per scontrarcisi. È un disco che parla del prezzo da pagare per vivere come si vive. Registrato e prodotto a Portland, Oregon, da John Askew nei Flora Studios, "You Can't Go Back" vede alla batteria Sean Oldham, Dan Eccless alla chitarra e Paul Brainard alla pedal steel. Freddy Trujillo (The Delines) e il suo basso si sono uniti per la prima volta alla band mentre l'amica di lunga data Jenny Conlee (The Decemberists) ha dato il suo contributo alle tastiere. Con un'atmosfera così familiare, il cantautorato di Vlautin ha avuto ampio spazio per raggiungere profondità, intimità e intrinseco valore artistico. Disponibile da giovedì 17 marzo.

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