Rock

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CONOR OBERST - Salutations

Le preoccupazioni per la salute sembrano passate, quindi Oberst ci può persino scherzare su, e nel retro della copertina sembra stia subendo una rianimazione a bordo piscina, con  Jim Keltner impegnato a chiamare  il 118… Salutations è la versione full-band di Ruminations, il disco un po’ oscuro, uscito da pochi mesi,  che ha seguito il ricovero ospedaliero del poliedrico e versatile  cantautore di Omaha; lì c’era solo lui, qui c’è Jim Keltner alla batteria e i Felice Brothers come backing band (più Jonathan Wilson, M.Ward e Gillian Welch). Il tutto, oltre a rendere più piacevole l’ascolto della decina di brani già sentiti in Ruminations, ci consegna altri sette brani, forse un po’ meno densi, ma sicuramente dotati di un buon impatto sonoro, con i fratelli Felice a fare il verso alle band di Dylan, ma soprattutto a ‘quella’ Band…Che dire, infine, di questi dischi quasi gemelli? Se Ruminations vi è piaciuto, siate certi che il fratellone vi farà anche saltellare nella stanza grazie a fisarmonica e violino! (Fausto Meirana)

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GRANDADDY - Last Place

C’è in libreria, da qualche tempo, la ristampa di uno splendido romanzo di Kurt Vonnegut che si intitola Cronosisma.Il sarcastico scrittore americano immagina che un giorno il tempo cominci ad avvitarsi su se stesso, né futuro né passato, dunque, e una continua coazione a ripetersi degli ultimi eventi, avvitati in un loop temporale. Questo fa venire in mente un disco bello, importante e incredibilmente fuori tempo massimo come Last Place. Spieghiamoci: Jason Lytle aveva sciolto la band una decina d’anni fa, addio formalizzato con il notevole Just Like the Fambly Cat. Poi s’era rintanato a vivere tra i monti, facendo uscire un paio di dischi a suo nome che erano esattamente quanto ci si poteva aspettare: ottimo artigianato autoriale, senza il guizzo Grandaddy che spiazza e lascia qualche bella unghiata sull’anima. Adesso tornano, come se i dieci anni fossero archiviati in un filmino di dieci minuti.

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ALASDAIR ROBERTS - Pangs

Dopo la solitaria austerità acustica del precedente "Alasdair Roberts", risalente ormai ad un paio d'anni fa, il grande folk singer scozzese, probabilmente il più importante "trovatore" britannico da Martin Carthy in avanti, torna a firmare un disco a suo nome (il nono in quindici anni, oltre alle innumerevoli e diversificate collaborazioni), avvalendosi del luminoso contributo (a dispetto dello scuro titolo di questa nuova pubblicazione) di una nutrita e valorosa band. Un Roberts qui spesso e volentieri "abbracciato" ad una chitarra elettrica (pratica che non gli è nuova), strumento che lui suona un po' alla maniera di un Wizz Jones (da una parte), nelle sue rare derive elettriche, e di un musicista medioevale (dall'altra), grazie a certi staccati estatici e stranianti, quasi indipendenti dal relativo sostegno armonico (ma la suggestione è probabilmente azzardata).

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SON VOLT - Notes Of Blue

Pare sia ispirato al blues classico quest'ultimo disco dei Son Volt, vera e propria creatura artistica del cinquantenne Jay Farrar, il quale con Jeff Tweedy e gli Uncle Tupelo diede inizio, ormai molti lustri fa, alla grande stagione dell'alternative country, ovverosia a quell'intuizione che un certa formulaicità potesse essere riproposta a partire da "inquadrature" differenti o come filtrata dalla "magica" interposizione di un prisma. Dall'ascolto intenso di bluesmen rurali come Mississippi Fred McDowell e Skip James (i mentori indicati da Farrar) sarebbe dunque nato questo "Notes Of Blue", timido gioco di parole tra l'espressione blue notes e la parola blues. L'album parte in modo elegante e però un po' convenzionale ("Promise The World"), per poi subito accendersi ed acquistare efficacia espressiva, grazie a uno spettacolare (e tutto sommato insolito per i Son Volt) sferragliare di chitarre elettriche ("Back Against The Wall", e soprattutto "Static", "Cherokee St" e poi "Lost Souls" e Sinking Down"). L'anima più morbida e riflessiva di Skip James (fin qui è stata omaggiata solo quella più ruspante e sorniona di Fred McDowell) viene rievocata dagli arpeggi country blues e dal canto assottigliato di "Storm" o di "Cairo and Southern". Ma il blues qui è ovviamente solo una sorta di nobile pretesto, non risiede certo nella riproposizione di un linguaggio né tanto meno di una codificata forma musicale, bensì nell'evocazione di un sentimento e nell'incisiva rielaborazione di alcune scarne cadenze. Per il resto questo breve documento discografico, coerente e ordinato, si nutre (in buona parte) della consueta desolazione alternative country (molto più post rock che blues, la quale è musica della vita, e non della tristezza, o non solo), per declinare ancora una volta in modo sapiente e ispirato una sempre valida idea di folk rock. Niente male. (Marco Maiocco)

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MIND OVER MIRRORS - Undying Color

La partenza è di quelle da moderno folk radicale, ipnotico, seriale, ossessivo, nemmeno particolarmente variato nella sua "ottusa" e "ingolfata" iteratività, sembra quasi di sentire i Black Twig Pickers a contatto con una qualche tarantolata danza del nostro sud magico. Poi si entra in ronzanti territori catartici ancor più sperimentali, tra il ripetitivo minimalismo di matrice colta (Terry Riley, Steve Reich), un'elettronica d'antan dal procedere quasi rituale e voci sperdute di impronta nordica o addirittura "neoclassica". Violini morbidi e "molleggiati" tornano poi a dialogare con la vellutata "voce" di un harmonium indiano e una serie di sintetici suoni analogici, la cui circolare artificialità può ricordare la nobile ed euristica esperienza del kraut rock e al contempo le sperimentazioni più pop di un Alan Parsons (a venire subito in mente è "I Robot"). Ne risulta una sorta di neo-folk da camera, sospeso tra un'avanguardia rurale, prefigurante possibili primitivi scenari futuri (non necessariamente apocalittici: potremmo anche essere in un'oleografica tregua miyazakiana), e una sofisticata e lentamente pervasiva drone-music (giusto per rifarsi al ronzio di prima). Ma l'intento del chicagoano Jaime Fennelly e dei suoi collaboratori sembrerebbe prima di tutto di tipo contemplativo e naturalistico (per quanto aggiornato), ovvero sia riprodurre in musica, anche attraverso l'artificio, colori e sfumature tipiche del paesaggio, sì da realizzare persistenti e suggestive campiture sonore, capaci anche di riflettere la ciclicità degli eventi naturali. Un soundscape singolarmente composito e avvolgente, il loro, in perfetto equilibrio tra meditazione estatica e allucinazione profetica, creativamente sganciato dai più scontati schemi di molta della popular music contemporanea. Da ascoltare. (Marco Maiocco)

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PAUL ROLAND – White Zombie

Il mondo "voodoo" è comparso altre volte nei dischi del poliedrico Paul Roland; stavolta l'artista inglese gli dedica un vero e proprio concept album; le note da lui redatte per l'inserto di copertina spiegano l'origine della scelta; raccontano che nell'estate del 1994 incontrò a New Orleans Dr. John, "The night tripper", dal quale venne iniziato all'antico culto; fu un'esperienza esoterica che ebbe un sorprendente effetto sulla sua vena compositiva; elaborò infatti 22 canti con l'idea di usarli come colonna sonora di "White Zombie", un film del 1932 con Bela Lugosi; tale progetto rimase però inattuato; tre anni fa l'incontro con valenti artisti e produttori nostrani (tra i tanti Max Marchini, Paola Tagliaferro, Paolo Tofani, Annie Barbazza...) fece sì che non andasse perduto, anzi, che sfociasse, dopo una lunga e attenta gestazione, in una nuova e più completa opera, pubblicata ora dalla italiana Dark Companion in edizione limitata numerata a mano. Tra le tracce del disco, evocative delle atmosfere voodoo e spesso in francese-creolo, alcune gemme nel suo inconfondibile stile come "Wake! Madalene wake!", "Summoners of soul" e "20 years ago"; proprio rifacendomi a quest'ultima posso dire che ascoltare "White Zombie" sia come compiere un viaggio nel quale approdiamo verso lidi sconosciuti e misteriosi; forse non ci cambieranno, ma sicuramente lasceranno il segno. (Marco Bonini)

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