Rock

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LEIF VOLLEBEKK - Twin Solitude

Questo bel disco, malinconico e lento si regge soprattutto sulla bella voce di Vollebekk, cantautore canadese che si era fatto notare alcuni anni fa con North Americana; Twin Solitude non nasconde la derivazione dall’affollato parterre dei songwriter nordamericani, casomai ne evidenzia il lato intimo, ricorrendo ad arrangiamenti scarni ma estremamente curati. La batteria, ad esempio, è registrata quasi allo stesso livello della voce e talvolta copre anche l’assenza del basso, mentre in molti dei brani c’è un piano elettrico che riporta alla stagione eletta di quello strumento, gli anni ’80/’90. Vollebekk sostiene di ispirarsi a Dylan, ma dice anche he tenta di dimenticarlo quando suona; qui ci sono comunque almeno due omaggi chiari e limpidi: l’ossessiva Michigan, che contiene  l’incedere inconfondibile di Walk On The Wild Side di Lou Reed, e  East Of Eden che nasce da una specie di jam sulla riscrittura  di un brano di Gillian Welch con  l’andamento  un po’ zoppicante dei brani di Neil Young con i Crazy Horse. Bello anche Elegy il brano scelto come lancio dell’album, una ballatona tra Jackson Browne e Mark Eitzel. (Fausto Meirana)

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RHIANNON GIDDENS - Freedom Highway

Un sacco di punti dati come smarcati nella storia (globale, per la verità) dei diritti civili negli Stati Uniti si sono rivelati tutt’altro (che smarcati) nell’ultimo anno e spiccioli. Parallelamente, anche la musica di protesta è uscita dalla polvere degli scaffali e dei cofanetti di Woody Guthrie per rifarsi (ahimè) attuale. Certo, non è più principalmente folk (Beyoncé e Kendrick Lamar hanno inciso dischi di protesta, e hanno fatto rumore) ma può essere ancora folk. E veniamo a R Giddens che qui (fin da una programmatica cover degli Staple Singers) calca i passi di tanti pionieri andati sulla “Freedom Highway” americana. E su una base di solide ballate folk acustiche inserisce svisate soul, funk, rock e hip hop a movimentare il panorama. Una bella voce e una personalità oggi definita completano il quadro. Bella musica per tempi incerti. (Marco Sideri)

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SODASTREAM - Little By Little

Di ritorni è pieno il mondo (musicale); anzi, è stracolmo. Praticamente ogni gruppo/cantante in vita (o meno) ha fatto un rientro (o comeback o rentrée) sulla scena negli ultimi 20 anni. Del resto, la nostalgia è una delle principali chiavi di lettura per il presente musicale (guardiamoci negli occhi: quante ristampe avete comprato nel 2016?). C’è modo e modo di tornare, però. E i Sodastream lo fanno bene: con un disco nuovo, inedito, fedele -ma non arreso- alla linea. Little By Little è 10 canzoni folk pop, palleggiate tra il contrabbasso e l’acustica (da sempre gli strumenti del mestiere per il duo), piene di melodia e ritornelli, con la voce delicata di Karl Smith e il contrappunto puntuale di Pete Cohen che sembra ieri e invece sono passati più di dieci anni (sentite che meraviglia Grey Waves). Vogliamo dire bentornati? Diciamolo: Bentornati. (Marco Sideri)

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PENTANGLE - Finale

Ammettiamolo, fa un certo effetto ai fan di vecchia data vedere quella scritta che dice “in memoriam Bert Jansch e John Renbourn”, giusto a destra sotto la foto del gruppo all’interno del doppio cd. Però questo è il dato pregnante di certa musica: possono anche scomparire dal pianeta gli artefici, le note resteranno per sempre. Se sono note di grandi. E i Pentangle sono stati grandsissimi. A un ragazzo giovane diremmo che nessuno come loro ha saputo far lievitare in salsa alchemica folk inglese, rock gentile e sprazzi insospettabili di jazz creativo, accompagnando il tutto con l’incanto di una vice femminile, quella di Jacqui McShee, che sembrava arrivare diretta dalle schiere delle fate gaeliche. Poi c’era Danny Thompson, un bassista che sapeva pesare ogni cavata sul legno, e Terry Cox alle percussioni, uno che ha sempre preferito sottrarre e alludere piuttosto che aggiungere tocchi ridondanti. Nel 2008 i Pentangle hanno dato i loro concerti d’addio. E chi credeva di trovarsi di fronte ad arrugginiti e svaporati musicisti nostalgici ebbe la sorpresa di ascoltare invece gente per la quale l’anagrafe era un mero optional. C’è tutto, qui: da Cruel Sister a Goodbye Pork Pie Hat, il brano che Mingus scrisse in memoria di Lester Young. Un incanto che resterà. (Guido Festinese)

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MIKE OLDFIELD - Return to Ommadawn

La critica italiana, nel complesso, ha lavorato di sega elettrica e mazza ferrata nel recensire il nuovo disco di Mike Oldfield. Al contrario di quella anglosassone. In genere, quando non si hanno argomenti a sufficienza per dichiarare forme d'odio puro e auto-alimentato per stagioni musicali che appaiono agli antipodi di certa sbrigativa essenzialità da tre-accordi-tre-per-carità-sennò-sembra-jazz, magari con un po' di elettronica sparsa per mascherare il tutto, si liquida tutto con una battuta. E se uno provasse a scrollarsi di dosso la pigrizia e si mettesse semplicemente ad ascoltare, come si suol dire, senza pregiudizi? Succederebbe che troverebbe un signore che (apparentemente) torna sul luogo del benedetto delitto della metà degli anni Settanta, e riscrive una suite conforme divisa in due parti ognuna della durata esatta della facciata di un ellepì. Suonandosi tutti gli strumenti – bene - esattamente come vuole lui. Allora aveva ventidue anni, ora ne ha sessantatre. Nel mezzo un sacco di passi falsi.

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MARK EITZEL - Hey Mr. Ferryman

Conoscere poco gli American Music Club e solo alcuni dei tanti dischi solisti di Mark Eitzel non è un buon punto di partenza, tuttavia correrò il rischio, cominciando dal fatto che alla guida di questo progetto c’è Bernard Butler, chitarrista degli Suede, ma soprattutto, da vent’anni a questa parte, produttore in costante crescita (Aimee Mann, Bert Jansch, The Veils, Tricky e gli ultimi due cd di Ben Watt). Per le canzoni introspettive e dense di Eitzel, Butler ha preparato arrangiamenti scintillanti e generose dosi delle sue chitarre; per alcuni recensori, un po’ troppo, ma non direi, comunque  Hey Mr. Ferryman suona bene, ma le lunghe canzoni richiedono comunque un certo impegno, visti i ponderosi testi e i temi un po’ contorti del cantautore californiano; la confezione comprende lel iriche ed è importante leggerle durante l’ascolto  perché l’espressiva voce di Eitzel rende  bene gli stati d’animo descritti. Sono cinquanta minuti un po’ lunghi, raffinati e pieni di parole. Ma ne vale di sicuro l'impegno e poi si può passare al resto, cominciando magari dall’antico  60 Watt Silver Lining del 1996 .(Fausto Meirana)

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