Rock

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SEAN NOONAN - Tan Man's Hat

I dischi belli e lievemente sconvolgenti sono rari. Rarissimi, forse. Questo è un disco splendido, e decisamente sconvolgente. Perché mette in conto talmente tanti apporti e soluzioni sonore che si rischia il giramento di testa. Proviamoci. Sean Noonan è un batterista e compositore che arriva dalla scena punk jazz newyorchese degli anni ’90. E’ un irlandese folle innamorato di Zappa e di ogni musica che non sia banale. Malcom Mooney è un’icona vivente: era il primo cantante dei Can, mezzo secolo fa, glorioso ensemble kraut rock dedito a musiche così aliene che ancora oggi sono all’avanguardia. Jamaaladeen Tacuma era il bassista elettrico dei Prime Time di Ornette Coleman, Ava Mendoza una chitarrista sperimentale californiana che ha lavorato con Nels Cline (Wilco, avant jazz vario), Alex Marcelo un tastierista aperto a ogni musica. Se sopravvivete ai primi due brani, che sembrano fatti apposto per sconcertare e mettere alla prova l'ascoltatore, sappiate che troverete ballate insostenibili per delicata fragranza e avvampanti fiammate elettriche alla Pixies, il ricordo di “Riders On the Storm” dei Doors e quello del Rock in Opposition che fu, echi di free jazz nudo e crudo, dei King Crimson più involuti, di Tim Buckley, e derive strumentali che tutto sfiorano, e da nessuna parte mettono radici. E ogni volta che entra la voce stropicciata di Mooney, il rischio del luccicone è lì in agguato. (Guido Festinese)

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BOB DYLAN - Travelin' Thru - The Bootleg Series Volume 15

Si avvicina il Natale ed ecco che lo zio Bob ci lancia in pasto l’ennesimo Bootleg Series, volume quindicesimo; questa volta il disco indaga sulla collaborazione tra Johnny Cash con  le leggendarie sessions condivise. Diciamo subito che la parte del leone la fa il gigantesco ‘fuorilegge’, mentre Dylan, colto in una delle fasi più controverse della carriera (tra John Wesley Harding e Self Portrait) non ne esce benissimo… Il primo dei tre dischi consta di versioni alternative da JWH e da Nashville Skyline: poche sorprese, una outtake non memorabile (Western Road) due belle versioni con linea melodica alterata di As I Went Out One Morning e I Pity The Poor Immigrant. Il secondo disco è  interamente dedicato alla collaborazione Dylan-Cash, con il titolare (Dylan) che si fa un po’ mangiare dall’ospite, dal suo vocione e dal micidiale chick-a-boom dei rodati session men nashvilliani.

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Lloyd Cole trova nell’elettronica una nuova ispirazione, anche se la sua frequentazione con certe sonorità risale al passato; già Plastic Wood (2004)  era un disco strumentale, elettronico, completamente diverso dalle canzoni pop cui l’artista inglese ci aveva abituati. Per non parlare della più intensa  collaborazione con Hans-Joachim Rodelius:  Selected Studies Vol. 1 è del 2013 storia quasi recente visto che uscì nello stesso anno del convincente disco ‘normale’ Standards. Non sorprende troppo, quindi l’adozione di una strumentazione del tutto sintetica per Guesswork, disco che giunge dopo sei anni di pausa. Si tratta di un disco di pop dominato dall’elettronica, ma pur sempre un disco di splendide canzoni, con qualche ritmica robotica ed ossessiva e più di un  debito verso artisti come i Kraftwerk e, in generale, con il suono ‘cosmico’ di impronta germanica. Ma le melodie vincono su tutto, e in questo Lloyd Cole ha una certa esperienza, da Rattlesnakes in poi, pur con alti e bassi; collaborano a Guesswork anche due vecchi amici dei Commotions: il chitarrista Neil Clark e il tastierista Blair Cowan. (Fausto Meirana)

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Ci vuole molto coraggio a essere onesti. E non è un motto rubato alle cattive teorie (e pratiche) della politica. Parliamo di musica, che peraltro con la società tutta ha parecchio a che fare.  Dunque anche con l’onestà. Chi non ha nulla da dire, traveste ogni propria necessitata uscita discografica da “evento epocale”. Operine asmatiche e asfittiche diventano capolavori annunciati. Poi c’è gente come Martino Coppo e Paolo Bonfanti, che la prima prova d’onestà la forniscono con un’altra parolina finita fuori moda, o inflazionata dai social: amicizia. L’onestà in musica loro, invece, senza andare a scomodare santi fondatori della roots  music con radici nordamericane, e ife ancor più remote nella Vecchia Europa e in Africa, è fare, bene, quello che sai fare perché è una vita che ci provi, e alla fine i decenni ti lasciano pure qualche fiocco  grigio in più, ma anche una facilità sorprendente nel maneggiare materiali musicali che sgorgano come ruscelletti sorgivi in Val di Maira. O dove volete voi. Va bene anche Torriglia. Sta di fatto che qui c’è una botta preziosa e unica di country rock, roots rock, appunto, blues e rhythm and blues, ballate sofferte e memorabili bluegrass  che ti fa venir voglia di metter il lettore in “replay”, alla faccia di tutto il feticismo vinilitico degli ultimi anni e dei dischi da girare. E il mandolino folletto di Coppo e le chitarre pulsanti di Bonfa trovano un signore assoluto delle corde come Larry Campbell, oro a ventiquattro carati ( battere su Internet il nome se non vi dice nulla, please). Nicola Bruno al basso e Stefano Resca alla batteria, Roberto Bongianino dalla Bonfanti Band a maneggiare saturo hammond e fisa, Teresa Wililams che presta la voce di fata in un paio di brani, come Campbell, peraltro. Onestà musicale? Qui c’è il Manifesto di Ventotene dello stesso. Anzi, di Genova & Casale. (Guido Festinese)

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OMNI - Networker

Terzo album per gli Omni, power trio che include l’ex Deerhunter Frankie Broyles alla chitarra e Philip Frobos alla voce e basso (il terzo membro, nonostante le foto in rete, è difficile da individuare, potrebbe essere il produttore Nathaniel Higgins o un batterista ospite...). Con Networker il trio di Atlanta passa sotto l’egida della Sub Pop,  senza perdere la forza che pervadeva i precedenti due dischi per la Trouble In Mind: Deluxe (2015) e Multi-Task (2016). A conferma che in Georgia c’è sempre stato (e c’è) un interesse verso la New Wave inglese fin dai tempi dei R.E.M., gli Omni si ispirano ai gruppi come i Gang Of Four e i Wire, aggiungendo ingredienti molto graditi come  l’obliquità vocale di David Byrne, un tocco di Devo e, talvolta, lo scatto frenetico degli XTC dei primi due album. L’intero album totalizza una mezz’ora soltanto di musica, ma gli undici brani sono scattanti e urgenti come non si sente spesso. Buon ascolto! (Fausto Meirana)

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TAXI WARS - Artificial Horizon

Per chi ha amato i dEUS, il gruppo belga guidato da Tom Barman, l'apprezzamento verso i  Taxi Wars sarà quasi automatico, anche se la proposta musicale è piuttosto diversa. Qui, e da alcuni anni a questa parte, Barman collabora  con un trio di jazz piuttosto elastico negli sconfinamenti tra i generi musicali; Artificial Horizon è già il terzo disco di questo gruppo che forse meriterebbe più visibilità. Oltre agli strumenti del leader accompagnano i brani basso,batteria e sassofono, sconfinando in territori distanti tra loro come il trip-hop o le colonne sonore di Bernard Herrmann, senza contare le più ovvie similitudini con artisti come Nick Cave per dirne uno... Detto della grande verve di Barman, sono in grande evidenza il potente sax di Robin Verheyen e la ritmica sicura  di Nicolas Thys al basso e Antoine Pierre alla batteria. Da non perdere il loro concerto, al Raindogs House di Savona, il 30 ottobre prossimo. (Fausto Meirana)

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