Rock

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TIFT MERRITT - Stitch Of The World

Tift Merritt, una  ‘splendida  quarantenne’ del Texas non è una nuova voce del country-rock americano, ma forse nel passato l’abbiamo un po’ evitata e solo ora possiamo rimediare con questo bel disco (il sesto, solamente, in quattordici anni). La Merritt sconta un po’ la somiglianza del suo repertorio, e certi vezzi vocali, con la grandissima Emmylou Harris; niente di male, comunque, vista la notevole classe di questo disco, prodotto da Sam Beam (Iron&Wine) e arricchito dalla partecipazione  di sidemen  di prima grandezza come il batterista  Jay Bellerose (Joe Henry, Allen Toussaint, Regina Spektor ecc.) e il chitarrista Marc Ribot (Tom Waits, Elvis Costello e mezzo mondo insieme…). Naturalmente anche il barbuto produttore offre, a gratis, immaginiamo, il suo caratteristico apporto vocale in alcuni brani. Bel lavoro, per ingannare bene  il tempo aspettando Emmylou… (Fausto Meirana)

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DEAR READER - Day Fever

Dear Reader è il nome con il quale l’artista sudafricana (ma residente a Berlino) Cherilyn  MacNeil prosegue il lavoro del gruppo fondato nel 2008 con il bassista Darryl Torr;  Sommando  le due incarnazioni, Dear Reader arriva al quinto album, Day Fever,  confermando  la buona vena che consiste in un pop alternativo con arrangiamenti vocali e strumentali di grande efficacia, immediatamente godibili fin dal primo ascolto. Veramente ben riuscito il singolo, I Know You Can Hear It, che nella tracklist viene posizionato verso la conclusione dell’album, preceduto da tre importanti brani: il  moderatamente sperimentale Wake Him , con un bel arrangiamento di fiati,  il delicato ed intimo Placate Her e il percussivo e misterioso If Only Is . Ottimo disco per chi ama le voci femminili non banali, tra Kate Bush e Laura Gibson, diciamo, per stimolare la curiosità… (Fausto Meirana)

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MACY GRAY - Stripped

Sono molti anni che Macy Gray semina, ma il grande raccolto deve arrivare, a dispetto di belle avventure come la rilettura integrale di un disco di Stevie Wonder, o le collaborazioni con Carlos Santana. Chi per caso non avesse ancora incrociato le piste di questa magnifica signora delle note, in pratica una voce alla Tina Turner con angoli screziati di sapide stregonerie alla Kate Bush, o alla Alela Diane, passando pure per Janis Joplin, cominci pure con questo nuovo Stripped. Si fa accompagnare da piccoli stregoni del jazz mainstream contemporaneo, un nome su tutti: il trombettista stellare Wallace Roney, e tira fuori dal cilindro una voce drammatica, screziata, allusiva. La magia comincia con l'iniziale Annabelle, prosegue con il cinque quarti smagliante di Sweet Baby, transita poi, verso la fine, per la più bella versione della Redemption Song marleyana che sia stata realizzata ad oggi, tutta spigoli e impuntature. Una meraviglia. (Guido Festinese)

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HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS - Until The Hunter

La storia della musica (pop) è anche storia di cotte e innamoramenti: le folle che urlano isteriche per i Beatles, le lettere d’amore (i tweet d’amore) alla pop star di turno. Ogni genere musicale ha i suoi/le sue icone; mutatis mutandis, ovviamente. Bene, Miss Hope Sandoval è un’icona, per il dream pop/folk dei tardi anni ’90 con la sua voce sussurrata e i suoni (tra)sognati che l’hanno circondata nei Mazzy Star e poi per una peripezia tra progetti (i Warm Inventions appunto, condivisi con il batterista Colm O’Ciosoig di casa MBV) e collaborazioni (da Bert Jansch ai Jesus & Mary Chain). Until The Hunter inizia benissimo con la lunga Into The Trees, uno sfondo informe di elettronica e nebbia su cui si adagia la voce di Hope, e vira poi verso ballate folk, restando sospeso tra (timide) sperimentazioni e (rassicuranti) melodie. Così sono tutti contenti. (Marco Sideri)

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JOHN ZORN - Commedia dell'Arte

Nessuno può dire se questa sia una delle migliori opere dell’ultimo Zorn, perché nessuno, considerata la sua monumentale produzione, può dirsi certo di aver ascoltato tutte le opere dell’ultimo Zorn. Allora limitiamoci ad affermare che queste cinque composizioni per piccoli ensemble dedicate alla Commedia dell’Arte e presentate in anteprima quest’anno al Guggenheim Museum, sono un progetto molto riuscito: benché, come sempre più spesso accade, il sassofonista newyorchese non suoni in alcun brano, la scelta di far interpretare le cinque diverse maschere -  Arlecchino, Colombina Scaramouche, Pulcinella e Pierrot – da altrettanti gruppi diversi – rispettivamente un gruppo di fiati, un quartetto vocale, un piano trio, un brass quintet e un quartetto di violoncelli – assicura una grande varietà musicale e, soprattutto, un’altissima qualità esecutiva. Siamo dalle parti della musica contemporanea da camera (curiosamente l’altra opera dedicata alle maschere italiane - quattro sono le stesse - è un disco del 1962 del Modern Jazz Quartet di John Lewis, anche quello catalogabile come ‘jazz da camera’), in particolare con le dissonanze iniziali di “Harlequin” e con il finale di un “Pierrot” quasi ‘lunaire’. La scintillante vocalità di “Colombina”, il jazz di “Scaramouche” dove il piano free di Stephen Gosling è superbamente assecondato dal contrabbasso di Christian McBride e dalla batteria di Tyshawn Sorey, la fanfara quasi minimalista di Pulcinella completano una Commedia che raggiunge senza dubbio lo stato dell’Arte. (Danilo Di Termini)

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BOB DYLAN - The Real Royal Albert Hall 1966 Concert (Live)

Royal Albert Hall, Londra, quartiere nobile di South Kensigton, maggio del 1966, Bob Dylan e la Band quasi al completo (Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson) stanno facendo la storia della popular music, stanno cambiando il mondo (in meglio, o in peggio, chissà!?). Da quel momento la rivoluzione passerà per il sound (elettrico, sferragliante, urlato), prima ancora che dalle poetiche sulfuree parole. La gente "scappa", abbandona la prestigiosa sala, protesta: il simbolo di un folk radicale e autoriale - quasi trent'anni dopo il leggendario e già dissacrante concerto della Benny Goodman Orchestra alla Carnegie Hall di New York - ha acceso gli altoparlanti: inaudito! Il suono è ruggente, roboante, arrabbiato e abbandonato, come mai era stato prima: è il famoso tour inglese del 1966.

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