Rock

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MOANING - Moaning

Debutto “lungo” (anche su dura poco più di una mezz’ora) per una band di Los Angeles che pesta sugli strumenti da quasi un decennio;  Moaning ha lo stesso nome del gruppo e presenta un post-punk torrenziale dominato dalla chitarrona di Sean Solomon. Con lui c’è una sezione ritmica precisa e feroce composta da Pascal Stevenson al basso e Andrew MacKelvie alla batteria. Il bassista si fa notare anche per l’uso indovinato di certi synth anni’ 80 che danno colore in alcuni brani.  Solomon canta spesso in un tono a metà tra una blanda disperazione e un indignato risentimento, condizioni che ricorrono anche nei testi, che hanno a che fare, quasi sempre, con delusioni  sentimentali. La voce, talvolta, è un po’ seppellita nel mix, ma nel complesso si tratta di un disco fresco e compatto, anche se non originalissimo. Si vedrà in futuro, anche se la Sub Pop è abbastanza una garanzia… (Fausto Meirana)

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DAVID BYRNE - American Utopia

La prima prova ‘tutto da solo’ dal lontano 2004 dell’ex Talking Heads (in mezzo colonne sonore, un concept album su Imelda Marcos con Fatboy Slim, un disco con St. Vincent) comincia bene, con “I Dance like This”, metà ballata, metà martello pneumatico, due lati che voce di Byrne è sempre riuscita a tenere insieme impeccabilmente. E prosegue meglio, con “Gasoline And Dirty Sheets” e “Every Day Is A Miracle” - in cui il punto di vista sulla vita è quello di un pollo! - due brani in cui lo smalto sembra essere tornato quello dei giorni migliori. E se pur con qualche occasionale cedimento “American Utopia” si rivela (attenzione, ha bisogno almeno di un secondo ascolto, date retta) una tra le opere migliori del musicista scozzese (sì, di nascita, anche se a due anni raggiunge il continente americano) dai tempi di “Rei Momo”. Ovviamente il ‘tutto da solo’ di cui sopra va preso con il beneficio d’inventario: segnaliamo la presenza di Isaiah Barr degli Onyx Collective al sax, di Sampha alle tastiere e di Brian Eno un po’ dappertutto: ci sarà un motivo se "Everybody's Coming to My House"! (Danilo Di Termini)

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KYLE CRAFT - Full Circle Nightmare

Nel rock contemporaneo ognuno si sceglie i propri maestri: un sessantennio abbondante di esperienze fornisce gran messe di modelli. Kyle Craft, ventinove anni, originario della Louisiana (un posto dove la temperatura musicale è piuttosto alta, e le note assai pastose) racconta di avere nel suo carniere di prossimo trentenne ascolti da David Bowie, John Lennon, Aerosmith. Aggiungeremmo anche, e in dosi abbondanti, tutto il glam rock inglese e americano d'antan, a cominciare da Mott The Hoople, Silverhead e Sweet. Più un andamento ciondolante e sapientemente tenuto lontano dalla pulizia sonora che fa pensare a certo dylan elettrico. Insomma, originalità poca, convinzione e buona scrittura molta. Ma se non vi piacciono le voci glam spesso impuntate su acuti indispettiti non fa per voi. (Guido Festinese)

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BIRTH OF JOY - Hyper Focus

Molto, molto difficile resistere al fascino di un disco come questo.  Anche se nulla sapete del gruppo e aspettative non ne avete. Mettiamola così: loro sono un power trio olandese con organo hammond infiammato, chitarra affilata e batteria che non perde un colpo. Sono al quinto disco, non dei novellini. Modelli evidenti e idolatrati:i Deep Purple di In Rock e di Fireball, i Doors nelle fasi in cui più lasciavano andare un suono saturo e distorto, Atomic Rooster, perfino i poco ricordati hard rockers Budgie. Per l'oggi invece si potrebbero tranquillamente citare Blues Pills, Buffalo Summer, Black Keys, Wolfmother. Ma non certo My Bloody Valentine, come qualcuno ha provato a dire. Siamo dunque  in piena celebrazione dei watt grandi, grossi, saturi e mobili, con opportune screziature di psichedelia,  un genere che non passa mai di moda, ma che ha bisogno di classe strumentale e idee per non essere una bolsa e posticcia ripetizione di quanto già esistente. Loro ce la fanno, e con l'aria di divertirsi molto. Divertendo anche noi. (Guido Festinese)

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EZRA FURMAN - Transangelic Exodus

Un bravo cantante (o romanziere, scrittore o insomma creatore di storie) vive della propria personale epica. Può essere in maggiore (l’americanità jeans e chitarra di Springsteen), in minore (l’ironia dimessa di Cohen) o in chi-se-ne-importa (il distacco tossico di Lou Reed, per restare ai famosissimi). Però l’epica c’è, o almeno dovrebbe: su quella si misura la personalità dell’artista. Ezra Furman con Transangelic Exodus fa intravedere la propria personale epica e fa un deciso passo avanti rispetto al prima. L’abbiamo lasciato pimpante indie cantante (Perpetual Motion People, 2015), lo ritroviamo alle prese con un concept (elettronico, glam ma non troppo, melodico e avvolgente) sul cambiamento, l’identità di genere, l’intolleranza, con canzoni potenti e ben scritte. A voler essere banali-banali potremmo chiudere parlando di bozzolo e farfalla. (Marco Sideri)      

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THE BREEDERS - All Nerve

C’è un senso di (piacevole) resa nel parlare (bene, come vedrete) del nuovo disco delle Breeders nel 2018, a 25 anni circa da quando un disco delle Breeders poteva considerarsi “nuovo”. Sono, queste di All Nerve, belle canzoni staccate da ogni contesto culturale o sociale (o estetico, perfino); sono ricordi di altre culture (quella “alternativa” di metà anni ’90) buttati nella baraonda odierna. E quindi per venire al punto: Kim Deal e compagnia sanno scrivere canzoni e qui si sente; sanno anche arrangiarle e sporcarle e renderle personali (e qui si sente); sono a proprio agio nella melodia della ballata come nella distorsione della chitarra. Non c’è nulla che non vada in All Nerve. Solo è strano percepire come classico (nel senso del country, per dire) un modo di fare musica che fu anti-classico. La rilevanza è andata, le canzoni restano. (Marco Sideri)

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