Rock

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MICHAEL BUBLÉ - Nobody But Me

Parlare di Michael Bublé può anche essere stucchevole e sicuramente è ininfluente (tra l’altro due aggettivi che si adattano perfettamente alla sua musica). Ma solo se ci si appropinqua al soggetto come se fosse un artista qualunque. Errore, Michele, che è un intenditore, va studiato come si studia un marchio, un’azienda, una slot-machine, una macchina da soldi insomma. Prendete il suo sito, www.michaelbuble.com: vi accoglie una slide con quattro di quattro faccioni, uno per confermarvi che sì, siete proprio nel suo sito; una con la sua foto attuale e quella di quando aveva 7 anni che, in un “3 D lenticolare” recita il comunicato stampa, unite nella copertina del CD; una con la foto del suo nuovo profumo, By Invitation, fine fragrance for women, presentato il 24 agosto scorso a New York; e l’ultima che vi conduce al suo fan club, dove avreste potuto acquistare per soli 123 dollari e 99 centesimi il Luxury Package e cioè disco autografato, profumo, porta-occhiali e borsa (di pezza) del vostro amato; avreste, se foste stati veloci, perché tutto quel ben di dio è sold-out, terminé, finito; dovete accontentarvi del Glam package a soli 97 dollari (e 99 certo) da cui il crudele ha tolto l’autografo e la borsa (di pezza). Che importanza volete poi che abbia la musica: 10 brani, 35 minuti scarsi di brani originali (dove si fa aiutare da Meghan Trainor e da Black Thought uno dei Roots), standard (“The Very Thought of You”, “My Baby Just Cares for Me”, classici del pop (“God Only Knows”, sì quella di Brian Wilson) e due brani curiosamente usciti nel mercato anglo-sassone a pochi mesi di distanza, ma nel 1961, “My Kind of Girl" e “On a Evening in Rome (Sott'er celo de Roma)”, originariamente cantate da Matt Monro e Dean Martin. Ecco il punto: Bublé vive nel 1961, in pieno boom economico, tra Vacanze Romane e Dolce Vita, in cui in Italia “c'è la luna brilla e strette/ Strette come è tutta bella a passeggiare/Sotto il cielo di Roma” (cit.). E Nessuno, tranne lui, può permettersi di cantare a metà tra Bobby McFerrin e Louis Prima, nella canzone che dà titolo all’album, un manifesto programmatico, anzi, meglio, un piano industriale vero e proprio. Dling dling, due ciliegie e una fragola, un altro gettone please. (Danilo Di Termini)

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SHIRLEY COLLINS - Lodestar

Lodestar è il grande, grandissimo ritorno sulle scene per Shirley Collins; l’ottantunenne folksinger non cantava e incideva da quasi quarant'anni a causa di un problema chiamato disfonia, che è, più o meno, la perdita delle abilità necessarie a cantare; sembra che il problema sia nato dopo la traumatica   separazione da Ashley Hutchings, il turbolento creatore di gruppi come i Fairport Convention, gli Steeleye Span e la Albion Band. Recentemente,  grazie anche a David Tibet dei Current 93, la Collins  è tornata  sul palco per narrare la sua storia e piano piano riprendere confidenza con la sua arte; solo ora, superati anche alcuni problemi di salute,  esce questo nuovo disco, registrato nel suo cottage e concepito con l'importante aiuto di Ian Kearey ( già bassista nella Oyster Band degli inizi) e i due Cyclobe(ed ex Coil) Ossian Brown e Stephen Thrower.  Il repertorio è assolutamente consono alla storia della Collins e agli stilemi  folk revival inglese del quale fu  una delle iniziatrici (Folk Roots, New Routes con Davey Graham è del ‘64)  ma ci sono anche interessanti connubi con il folk americano, che riportano al suo passato di ricercatrice negli USA con il grande Alan Lomax.

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JOSHUA HYSLOP - In Deepest Blue

La critica internazionale ha menzionato, come riferimenti necessari per avvicinarsi al disco di Hyslop, i nomi di Damine Rice, di Sufjen Stevens, di Ryan Adams, insomma di tutta quella  galassia di figure che sono tornate ad imbracciare strumenti acustici, e a scrivere canzoni che da una part confluiscono nel gran mare del folk, comunque lo intendiate, dall'altra sono stretta contemporaneità “popular”. Tutto vero, Però se fate mente locale al fatto che il dolcissimo menestrello Hyslop (voce come un sussurro quasi timida nel proporre le sue belle frasi appoggiate sul fingerpicking) arriva da Vancouver, è impossibile non mettere in conto anche ricordi lontani eppure luminosi di gente come Bruce Cockburn, Joni Mitchell, e, chiusura del cerchio, Eric Andersen.  Hyslop è il perfetto complemento sonoro per una giornata di freddo intenso in cui dalla finestra si guardi mulinare nella danza qualche fiocco di neve. E se poi le stagioni, come si suol dire “non sono più quelle di una volta”, e non c'è il manto bianco, pazienza: le belle canzoni si ascoltano volentieri comunque. (Guido Festinese)

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LAMBCHOP - Flotus

I Lambchop, creatura bizzarra di Kurt Wagner, sono un gruppo di Nashville, ma con il country c’entrano assai poco; in vent'anni di carriera hanno cambiato veste tante volte, fino a diventare un ensemble con fiati ed archi, per tornare poi ad una formazione più ristretta, che è quella attuale. Flotus è l'acronimo di First Lady Of The United States, ma Wagner insiste sul fatto che voglia dire invece For Love Often Turns Us Still frase che può essere tradotta in ' Perché l'amore, spesso, ci fa statue di sale'. Anche l'ascoltatore di Flotus, in effetti, può rimanere un tantino bloccato di fronte all'uso smodato, ma così 'moderno', di un artifizio come l'Auto Tune (o Vocoder, come l'abbiamo sempre chiamato); molti dei brani, quasi tutti in effetti, lo usano più o meno intensamente, e, se alle prime volte si è ben disposti, a lungo andare si rivela un effettaccio disturbante e nocivo per i brani.

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CONOR OBERST - Ruminations

Disco acustico e bellissimo, Ruminations  nasce però in un contesto di dolore o quantomeno di grande preoccupazione; a Conor Oberst è stata  diagnosticata  una cisti al cervello,  ma  il cantautore ha reagito riprendendo subito in mano la chitarra e infine, isolandosi nel suo  ‘buen retiro’ in Nebraska,  creando quest’album in totale solitudine per  registrarlo poi in soli due giorni. Ben diverso quindi dai precedenti dischi, Ruminations possiede comunque i tratti distintivi dell’autore conosciuto anche e  soprattutto come Bright Eyes (anche se l’ultimo disco con questo nome risale a diversi anni fa); ballate limpide, ironico-malinconiche con testi sempre interessanti e ritornelli che restano in mente come, qui, quello di Barbary Coast (Later) o quello di A Little Uncanny. A Conor, ringraziandolo dell’ennesimo buon disco, mandiamo comunque i nostri auguri di pronta guarigione aspettando la prossima uscita. (Fausto Meirana)

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DAVID CROSBY - Lighthouse

Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate,  tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora  tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito. Il segreto era lì, a un palmo di mano: sottrarre.

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