Rock

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JOE HENRY - Thrum

A tre anni da “Invisible hour” e dopo il progetto dedicato al mito della ferrovia di “Shine A Light” insieme a Billy Bragg, ritorna Joe Henry, musicista che nell’immaginario, nonostante quattordici album alle spalle, resta più un produttore di successo che un songwriter a tutti gli effetti. Invece Henry ha già ampiamente dimostrato buone abilità di scrittura, oltre alla capacità, ineluttabile per un produttore, di utilizzare al meglio musicisti anche lontani dal suo universo, come accadde con Ornette Coleman in “Scar”. Questa volta la scelta di registrare live in studio con la tecnica del direct-to-tape, con un gruppo limitato ad un trio in cui alla sua chitarra fanno da contrappunto i fidati David Piltch al basso e Jay Bellerose alla batteria (con qualche aggiunta occasionale di tastiera e fiati, questi ultimi del figlio Levon) segna il disco con atmosfere sommesse e malinconiche. Si potrebbe pensare ad un progetto da rubricare all’interno della categoria ‘americana’, ma come accade per tutti i grandi alla fine la definizione di genere risulta stretta per l’originalità di un autore e di un disco da assaporare con la giusta attenzione per scoprirne appieno le molteplici sfumature. (Danilo Di Termini)

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42 DECIBEL -  Overloaded

Nostalgici  degli Acdc di Bon Scott, ugola scorticata e suono non esattamente rifinito? Ecco il disco per voi. E siccome il mondo è globalizzato, anche troppo, se non  avete storto il naso sul fatto che i ragazzi di Highway to Hell arrivavano dalla terra dei canguri, non lo storcerete neppure di fronte all'evidenza del dato che ci racconta come i 42 decibel arrivino dall'Argentina. Quindi: chi si aspetta qualche seppur debole eco di tango a infiltrare la spessa matassa hard rock, è completamente fuori strada. Qui si suona dall'inizio alla fine uno spietato, rauco, fumigante hard rock di scuola Acdc, con occasionali pennellate zeppeliniane, accenni alle bande southern rock più dure, ad esempio i ZZTop, e via citando. Si sarà compreso: come per i Buffalo Summer, qui è attiva una macchina del tempo con il puntatore rivolto al passato: un (bel) disco così, di hard rock puro e nudo potrebbe essere uscito nel '71, e non cambia di una virgola nulla. Né la considerazione ex post, né l'amore per certe faccende con i watt tutti dichiarati, e i Marshall che cominciano a fumare, a fine scaletta.  (Guido Festinese)

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SHILPA RAY - Door Girl

Viviamo in un epoca ‘retro’, lo ripetono ormai tutti fino alla nausea e non si capisce se per giustificare una mancanza di prospettiva futura o perché siamo (auto)condannati a replicare il passato nella speranza di riuscire a modificare il presente, come fa Bill Murray in “Ricomincio da Capo”. In ogni caso, ogni iniziativa nostalgica risulta assolutamente sterile e fine a se stessa, se è incapace di concepire al suo interno una consapevolezza che permetta di superare l’inutile rimpianto di un ‘antico’, spesso solo immaginato e mai vissuto. Shilpa Ray, un passato post-punk da front-woman di gruppi come  Beat The Devil e Happy Hookers, ha sovente rivolto lo sguardo indietro (una magnifica versione di “What A Difference Day Makes” uscita in musicassetta, una cover di Prince, “When Doves Cry”, pubblicata solo in 45 giri l’anno scorso), ma in maniera (ri)evocativa e mai commemorativa, arricchendo sempre la proposta con il vissuto della propria esperienza. Così la ragazza della porta (accanto) del titolo non è l’ideale donna che tutti vorrebbero sposare, bensì il resoconto del suo lavoro come addetta all’ingresso di un club  del Lower East Side di New York. Tra quelle strade può accadere di ritrovarsi in mezzo al delirio di “EMT Police and the Fire Department”, alle sonorità hip-hop di "Revelations Of A Stamp Monkey", al pop anni ‘50 di “Shilpa Ray's Got a Heart Full of Dirt” dove fa capolino il riff di “Tears of my Pillow” di Little Anthony & the Imperials. La voce affascinante, limpida come solo una certa Debbie Harry riusciva ad essere, sporca come ogni cantante di blues che si rispetti, si fonde con un’originalità musicale (che comprende l’uso dell’armonium, omaggio alle sue ascendenze indiane) davvero rara di questi tempi. (Danilo Di Termini)

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VALPARAISO - Broken Homeland

Un gruppo di musicisti francesi che alla definizione "band" preferisce quella di "collettivo musicale", una città latino-americana capace di evocare il fascino eterno e misterioso del mare, un produttore di grande esperienza come John Parish. Queste, in sintesi, sono le premesse della bellezza arcana eppure modernissima di Broken Homeland, album d'esordio dei Valparaiso. Come in una sorta di viaggio sonoro dai tratti epici, i Valparaiso e i loro illustri ospiti (Howie Gelb, Phoebe Kildeer e Johh Haden, solo per citarne alcuni) si muovono con disinvoltura tra ballate intimistiche e suggestioni indies. I tredici brani dell'album parlano di oscurità e maree, cieli incandescenti, sabbia e onde battute dal vento e del miraggio di una quiete lontana. Broken Tides, Constellation, la title track Broken Homeland, Dear Darkness e Le Septéme sono brani di grande impatto emotivo, realizzati con una classe sorprendente. E a giudicare dall'esordio discografico, il futuro artistico dei Valparaiso appare ricco d'aspettive. (Ida Tiberio)

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WOLF PARADE - Cry Cry Cry

Sette anni. Uno fa in tempo a cambiare Paese, abitudini, centri affettivi della vita, se fato e contingenze hanno così deciso. E anche musica, se di mestiere quello fa. Spencer Krug e Dan Boeckner, autori e voci dei canadesi Wolf Parade, un  gruppo che ha sempre saputo compendiare quasi ogni sponda musicale dell'indie rock hanno lasciato passare sette anni dall'ultimo lavoro in  studio. Musica cambiata o no, dunque? Quando inserite nel lettore Cry Cry Cry tutto parte a razzo, con la micidiale accoppiata Lazarus Online e You're Dreaming, indie rock colto infiltrato di tastierine irriverenti sulle chitarre, voci cupe e salmodianti, un  po' alla 16 Horsepower che furono, ma senza venature alt country.

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JOEL CATHCART - Flotsam

Joel Cathcart, diciamolo subito, è un genovese acquisito, visto che è originario dell’Irlanda del Nord; qualcuno può averlo visto suonare quella strana ‘pentola/astronave’ che è lo Hang nelle strade della nostra città, suscitando curiosità e ammirazione. Oltre a percuotere quell’aggeggio, Cathcart è anche un cantautore ‘tradizionale’ con voce (una bella voce) e chitarra. Questo Flotsam (uscito qualche mese fa)  è il suo secondo disco, viene dopo ‘Praglia’, debutto forse meno personale di questa nuova opera che ci consegna una decina di canzoni piuttosto delicate e curate con qualche tocco dissonante,  ma sempre di gran fascino, ‘canzoni come gli oggetti che lascia la mareggiata’ che è poi il significato letterale del titolo. Per ognuna di queste, nel curatissimo packaging del cd, c’è un’illustrazione dell’artista Michele Lepera, di cui vorremmo sapere qualcosa di più... Apprezzabili i contributi dei quattro musicisti che collaborano con Cathcart: gli archi di Laura Monti e Mattia Tommasini, il contrabbasso di Pietro Martinelli e la tromba (o il flicorno) di Stefano Bergamaschi. Tutti e due i dischi sono disponibili in negozio. (Fausto Meirana)

Top ten del mese

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