Rock

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NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL - The Visitor

La morale di “Al lupo! Al lupo!” è una delle più semplici e efficaci della tradizione popolare: se fai sempre la stessa cosa, presto o tardi la gente smette di darti retta. Neil, contrariamente ad altri colleghi più pigri, vive la sua terza età sfornando album a ripetizione (2 nel 2012, 2 nel 2014, 1 nel 2015, 2 nel 2016, “Al disco! Al disco”, si potrebbe dire); tutti degni, pochi o nessuno memorabile (dissentiranno i FAN, ma loro fanno storia a parte). È stato facile, quindi, comprare e ignorare The Visitor (toh, un altro disco tardo di NY). Fedele alla fiaba, The Visitor è, invece, il miglior Neil da “Le Noise” del 2010. È un disco rock sulla vena di “Freedom” (1989), con tocchi acustici squisiti e solide ballate torrenziali (alla Neil Young, potremmo dire). È un disco solido senza quel sentore di pilota automatico che ogni tanto spuntava di recente. Ci voleva. (Marco Sideri)

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CHRIS HILLMAN - Bidin' My Time

Ci sono molti motivi per amare questo disco, a parte l'ovvia considerazione che è un gran disco, musicalmente parlando, e una magnifica macchina del tempo che spesso orienta le lancette della storia in un imprecisato momento storico che sta, diciamo, tra il 67 e la metà del decennio successivo. Il motivo è che per il rientro in pista di Chris Hillman dei Byrds a distanza di dieci anni dal precedente lavoro, la curatela è stata affidata al grande Tom Petty: produttore e musicista, qui, con la sua solida band, dunque ultimo lavoro su cui il biondo di “Damn the Torpedoes” è riuscito a mettere le mani. Gli altri amici accorsi a dare una mano a questo disco che suona come una bella reunion dei Byrds in session con gli Heartbreakers, la band di Dylan, e la Nitty Gritty Dirt Band se proprio vogliamo metterci tutti, sono Roger McGuinn, David Crosby, la Desert Rose Band. Avrete capito cosa aspettarvi: scintillante jingle jangle sound chitarristico, armonizzazioni precise e celestiali, brani ben scritti e ben suonati a caccia di spirito “country rock”  originario.

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ANTONIO SANCHEZ - Bad Hombre

A riprova di quanto le (brutte) storie della politica vadano a ricadere sulla vita quotidiana di tutti, musicisti compresi, c'è ad esempio la sorte di migliaia di musicisti messicani negli Usa. Per il Presidente Trump, sbrigativamente, pressoché chiunque arrivi dal Paese sotto gli Usa è un “bad hombre”, una persona malvagia. Cioè non esattamente “bianco, anglosassone  protestante” come dovrebbe essere il mondo a stelle e strisce. C'è molta rabbia in questo disco solo del batterista Antonio Sanchez: con il ricavato di una colonna sonora fortunata s'è comprato una casa con una cantina trasformata in studio di registrazione, e lì è nato Bad Hombre. Introdotto da note mariachi, e poi intessuto di poliritmie vertiginose smontate e rimontate con una selva di macchine elettroniche,  con cupe tessiture ambient e strappi apocalittici quasi rock, echi e un senso di claustrofobia che deve essere quello che si respira perfino negli spazi aperti dove già esiste un pezzo di muro per separare i “malvagi” dai bravi bianchi armati fino ai denti. I muri, come diceva Tabucchi, si possono solo abbattere o scavalcare. E quelli di cupa grettezza culturale sbriciolare con dischi lucidi come questo. (Guido Festinese)

 

 

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VAN MORRISON - Versatile

Anche in musica a volte può essere utile cominciare dai numeri: 72 anni compiuti (in agosto), 38 album in studio, 42 concerti nel 2017. Non c’è che dire, Van the Man sta bene e non sembra intenzionato a  ritirarsi a vita privata. Buon per noi perché tra alti e bassi il livello qualitativo della sua produzione resta sempre altissimo: dopo aver omaggiato i grandi del rhythm and blues in “Roll With the Punches”, il penultimo disco uscito a settembre di quest’anno, con “Versatile” rilegge una decina di immortali standard jazz, aggiungendo anche sei nuovi inediti. Se, con una voce che inevitabilmente risente del passare degli anni, confrontarsi con Bo Diddley, Sam Cooke o Jimmy Rushing può essere problematico, con titoli come “A Foggy Day”, “I Get a Kick Out of You” o “Bye Bye Blackbird”, la musicalità infinita e il mestiere di Morrison riesce ancora a sorprendere e convincere. (Danilo Di Termini)

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BONNIE "PRINCE" BILLY - Wolf Of The Cosmos

Questo potrebbe essere il trentatreesimo disco di Bonnie Prince (comprese le uscite con l’identità di Will Oldham e dei vari Palace), ma ovviamente nessuno, nemmeno lui, può esserne certo. Limitiamoci allora a dire che si tratta del secondo album del 2017, dopo “Best trobadour”, l’omaggio al monumento country Merle Haggard. Ma anche con “Wolf of the Cosmos” siamo dalle parti del tributo, visto che in realtà si tratta di “Sonata Mix Dwarf Cosmos“, il primo disco della cantante norvegese Susanna Karolina Wallumrød (Susanna and the Magical Orchestra) completamente risuonato e cantato da Billy. A voler fare metacritica si potrebbe scrivere un saggio sui motivi di una simile operazione (che già altri hanno fatto: viene in mente “Kind of Blue” risuonato nota per nota da Mostly Other People Do The Killing o, in altro ambito, lo “Psycho” di Gus Van Saint girato con le stesse inquadrature e gli stessi tagli di montaggio hitchcockiani).  Ma restando nella recensione musicale segnaliamo che il risultato è un eccellente album di folk tendente al country, mentre l’originale era contrassegnato da atmosfere più marcatamente jazz. Facendo suonare contemporaneamente i due dischi – i brani sono nello stesso ordine – il confronto non ha evidenziato differenze particolari nello svolgimento, per cui se già avete “Sonata” forse potete rinunciare a questo acquisto. Viceversa, un bel disco del Bonnie Prince più crepuscolare da aggiungere alla collezione. (Danilo Di Termini)

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GARY LUCAS & NONA HENDRYX - The World Of Captain Beefheart

Mentre è da poco uscito un box di 4 cd (“Sun Zoom Spark: 1970 to 1972”: contiene tre album - "Lick My Decals Off, Baby", "The Spotlight Kid" e "Clear Spot" più i soliti inediti o presunti tali), l’opera di Captain Beefheart è anche celebrata da uno dei suoi massimi esegeti, quel Gary Lucas che molti conoscono per la sua collaborazione con Jeff Buckley. Il funambolico chitarrista fin da ragazzino ha avuto in Don Van Vliet (questo il vero nome del ‘capitano’) il suo punto di riferimento, tanto da riuscirne a diventare prima amico e poi a suonare nelle edizioni più recenti della Magic Band. Per rievocare l’opera di Beefheart (scomparso nel 2010) Lucas ha allestito un gruppo con il bassista Jesse Krakow,il tastierista Jordan Shapiro (Gods and Monsters) e il batterista Richard Dworkin (Alex Chilton group). Ma sopratutto ha chiamato Nona Hendryx, una delle tre Labelle (sì, quelle di “Lady Marmalade”), nota anche per aver partecipato ai primi tour dei Talking Heads. È lei il valore aggiunto del disco, capace di muoversi tra i dodici brani (tratti da sei dischi compresi tra il 1967 e il 1978) con meravigliosa duttilità: con il free funky di “Sun Zoom Spark” e con la malinconia di “My Head Is My Only House Unless It Rains”, con il blues di “Sure 'Nuff 'N Yes I Do”, la dolcezza di “I'm Glad” e le atmosfere zappiane di “The Smithsonian Institute Blues (or The Big Dig)”. Lucas si conferma chitarrista strabordante, a volte anche troppo, ma la voce di Nona riduce tutto intorno al silenzio. (Danilo Di Termini)

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