Rock

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JOAN SHELLEY - Joan Shelley

Joan Shelley è arrivata al quinto album, ma la scopriamo solo ora,  con il disco omonimo, mossa che spesso significa una ripartenza, un cambiamento; forse per questo ha scelto la produzione di Jeff Tweedy dei Wilco, per i quali la cantautrice del Kentucky ha aperto alcuni concerti;  Tweedy, comunque, si è limitato a limare gli eccessi e a contenere gli arrangiamenti, generando un disco omogeneo e godibile, con un obiettivo chiaro: mettere in risalto la voce della Shelley e in primo piano i testi. Le canzoni oscillano tra la canzone d’autore, con Joni Mitchell e Vashti Bunyan come riferimenti obbligati, e un certo folk revival d’autore alla Gillian Welch, d’altronde, anche la Shelley ha un chitarrista ombra, il fido Nathan Salzburg, che svolge lo stesso compito di David Rawlings con la Welch.  Ottimo disco, breve, fresco e tranquillo, magari solo un po’ fuori stagione, compratelo per l’autunno, davanti al caminetto sarà a proprio agio… (Fausto Meirana)

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  MAC DeMARCO - This Old Dog

Terzo album per Mac DeMarco, cantautore canadese di lontane, ma spesso rivendicate, origini italiane; come spesso capita al disco numero tre, si tratta del disco della maturità, o almeno della consapevolezza. Le bizzarrie sul palco, vero e proprio tic, incontrollabile, ma apprezzato dal pubblico, sembrano molto lontane in questo disco pacato cantato in modo  confidenziale e portato avanti con arrangiamenti elettroacustici semplici ma raffinati  dove tutti gli strumenti sembrano provenire  dallo stesso punto nello spazio. DeMarco scrive da sè tutti  i brani e suona tutti gli strumenti; di questi ultimi piacciono soprattutto la presenza ‘vicina’  delle chitarre e i suoni ‘antichi’ del piano elettrico, ma ci sono anche tastiere elettroniche usate per creare delle tessiture attorno alle semplici strutture delle canzoni. Della voce si è detto che somigli a quella di Lennon, e forse, in alcuni brani questa sensazione spunta qui e là, ma non è un tratto saliente di questo disco, la cui tracklist forse sfugge un po’ all’attenzione dell’ascoltatore oppure, da un altro punto di vista, si fa ascoltare senza fatica. (Fausto Meirana)

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DON BRYANT - Don’t Give Up On Love

Don Bryant è un bellissimo signore nato a Memphis 75 anni fa. Magari il nome vi dirà poco, ma forse “I Can’t Stand the Rain”, il brano originariamente scritto per la moglie Ann Peebles, vi farà drizzare le orecchie. Bene, ora che siete attenti, preparatevi all’ascolto di uno dei più bei dischi soul degli ultimi anni, suonato a livelli stratosferici da un gruppo di musicisti, giovani leoni e vecchie leggende degli ‘studios’ della città più musicale degli States, tra cui Marc Franklin e Art Edmaiston (tromba e sax della Gregg Allman Band), Charles Hodges e Howard Grimes (organo e batteria di molti dischi di Al Green e della storica etichetta HI records). Si parte con un classico come “A Nickel And A Nail”, si prosegue con la funkeggiante “Something About You”, poi una splendida ballad come “It Was Jealousy” subito doppiata da “First You Cry”, giusto per attraversare l’intera gamma espressiva di una voce eclettica, all’altezza di suoi contemporanei ben più celebri. Dieci soli brani per nemmeno trentacinque minuti di musica; ma nessun problema, impossibile non ricominciare l’ascolto dall’inizio. (Danilo Di Termini)

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ANGALEENA PRESLEY - Wrangled

A chi crede che la nuova country music nashvilliana sia poco più che la rifrittura di pacchiani cliché vagamente reazionari, perché tanto “uomini in nero” alla Johnny Cash non si vedono più all'orizzonte, consigliamo di cambiare prospettiva. E di guardare all'altra metà del country, quella femminile. Che non è fatta solo di boccolute signore ossigenate, ma anche di quarantenni tose come Angaleena Preseley. Originaria del Kentucky, figlia di un minatore e di una maestra. Una che non le manda a dire, e che apre il suo secondo disco solistico, dopo le avventure con le altre bad girls che si facevano chiamare  Pistol Annies con un brano - cazzotto che si intitola Dreams Don't Come True, i sogni non si avverano mai. C'è parecchia amarezza, una bella dose di sconforto e molta salutare aggressività nel country asprigno, a volte quasi sulfureo rockabilly femminista  -  pur rispettoso delle forme esteriori - di Angaleena Presley. E Wrangled (e cioè, più o meno, “incastrata: a giudicare dalla copertina dove appare furente, legata e imbavagliata) regge il passo dall'inizio alla fine. Con un gioiellino scritto assieme a Guy Clark a sorpresa: Cheer Up Little Darling. (Guido Festinese)

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FAZERDAZE – Morningside

Amelia Murray (in arte Fazerdaze) viene da Auckland, Nuova Zelanda. Ha 24 anni, una voce dolcemente evocativa e una netta predisposizione per il songwriting. Dopo un EP registrato tre anni fa, la ragazza approda all’agognata pubblicazione dell’album d’esordio che mette in evidenza un numero molto consistente di spunti sonori (Bjork, PJ Harvey, Julia Holter…) e una vocalità densa di arcane suggestioni. Morningside fluttua con elegante leggerezza tra riff di chitarra, percussioni, sintetizzatori, in bilico tra suoni attualissimi e ancestrali. Lucky girl (bellissimo l’intro acustico), Bedroom talks, Shoulders e Friends sono moderne ballate suggestive che affrontano la malinconia, le immancabili preoccupazioni della vita quotidiana e le relazioni umane con acume e passione. Un buon esordio, dunque, per la ragazza del Nuovo Mondo. Il talento e la creatività fanno già parte del suo bagaglio: il viaggio è appena iniziato. (Ida Tiberio)

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SLOWDIVE - Slowdive

Dopo quello dei Jesus & MC ecco un altro ritorno forte da un nome di seconda fila (o di culto, insomma: che se ne parla molto ma vende poco). Gli Slowdive, tra i rari alfieri del suono shoegaze o dream pop, di nuovo in studio dopo 22 anni, sulla scia di una tournée di rientro del 2014. Gli Slowdive sono sospesi tra elettricità ed elettronica, tra le voci di Neil Halstead e Rachel Goswell, tra suoni d’ambiente e melodie pop. Gli Slowdive sono più contemporanei oggi di quando hanno iniziato: la loro formula ibrida e eterea nel frattempo è diventato un linguaggio ben definito nel pop moderno (vedi alla voce Beach House). Slowdive è un disco che completa il catalogo e non un regalo nostalgico a fan oramai canuti o quasi. È una cosa romantica (ci sono splendidi pianoforti), ipnotica (il basso circolari di Sugar For The Pill) e fascinosa. (Marco Sideri)

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