Rock

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IAMTHEMORNING - Lighthouse

Non tutto quanto è pubblicato dall'etichetta di Steven Wilson è un capolavoro, ci mancherebbe altro.  Ma che il gelido signore dei Porcupine Tree abbia un intuito formidabile per l'eccellenza è sicuro. Ad esempio mettere sotto contratto i misteriosi Iamthemorning è stato un colpo da maestro. Tant'è che questo (splendido) cd s'è conquistato, con merito, il Prog Award di quest'anno come migliore pubblicazione internazionale. Il gruppo è in realtà un duo russo, aiutato da musicisti come Colin Edwin al basso e Gavin Harrison alla batteria, dunque pezzi da novanta. Loro sono  Mariana Semkina, voce inquietante da angelo imprevedibile, immaginate un incrocio riuscito tra Kate Bush e Annie Haslam dei Renaissance, lui, Gleb Kolyadin è un pianista e tastierista di bravura trascendentale. Entrambi di formazione classica, e si sente, ma con evidenti ascolti meditati di musiche da tutto il mondo, note gaeliche in primis, jazz, pentagrammi sperimentali, e via citando. Costruiscono melodie potenti e melanconiche assieme, e quando credi di poter liquidare il tutto con la supponenza del “già ascoltato”, loro torcono il suono, le idee, gli arrangiamenti, e ti portano in strane terre incognite. (Guido Festinese)

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NADA SURF – Peaceful Ghosts

Il lungo percorso discografico dei Nada Surf, gruppo di pop-rock alternativo di Manhattan, approda infine, dopo quasi venticinque anni di alti e bassi, al disco con l’accompagnamento di un’orchestra sinfonica; si tratta di un passo già compiuto da diversi artisti sia nel passato remoto che in quello più recente, basta ricordare i Deep Purple, i Procol Harum, Peter Gabriel,  Joni Mitchell, i Calexico, gli Walkabouts e persino i nostrani La Crus… Diciamo che uno su tre/quattro di questi esperimenti ha funzionato almeno in parte, ma spesso la coltre di suoni ‘classici’ ha soffocato anche le migliori intenzioni. Nel caso di Peaceful Ghosts, registrato dal vivo in Germania  con la Babelsberg Film Orchestra di Potsdam,  si può parlare di esperimento riuscito del tutto, forse perché il repertorio scelto dalla band guidata da Matthew Caws e Daniel Lorca, fra i molti brani disponibili, ha privilegiato quelli più adatti alla contaminazione  e allo smussamento degli angoli più vivi. Tra queste le notevoli  Inside Of Love e 80 Windows.  Un’ ottima occasione, quindi,  per scoprire o riscoprire una band che cala parecchi assi sul tavolo anche in questa versione morbidamente autunnale. (Fausto Meirana)

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NATHAN BOWLES - Whole & Cloven

Nathan Bowles è un coraggioso polistrumentista della Virginia (oggi residente in North Carolina), appassionato di percussioni, ma soprattutto virtuoso banjoista ipnotico e sperimentale, tra gli odierni innovatori della profonda tradizione appalachiana (rimandiamo alle sue collaborazioni con Steve Gunn e al suo capolavoro "Nansemond"), letteralmente capace di tradurre in suoni i segni e le suggestioni del paesaggio, quasi restituendolo al suo inconsapevole stato primitivo, svincolato da uno sguardo culturale o dalle trasformazioni dell'agire umano. Un musicista "primitivo", insomma, sprofondato in un'arcaica e ancestrale old time music intrisa di tutto il suo composito humus di elementi, e al contempo decisamente aperto al rischio e all'innovazione. La tradizione in Bowles non risiede tanto nell'aggiornata formulaicità quanto nella ritualità del gesto, nell'appassionata ricerca sonora, nella rievocazione fantasmatica, nel costante richiamo alla terra custodito nelle corde del suo banjo; per il resto (quando la composizione non prende il sopravvento) spazio a improvvisazioni, a ricorsive digressioni sonore, ossessive iterazioni variate, sospesi mantra acustici, esoterici passaggi minimali (e qui, in questo senso, il capolavoro è rappresentato dai quasi undici minuti di "I Miss My Dog"). La stilizzata copertina di "Whole & Cloven" sa tanto di richiamo esplicito a questa radicalità atavica (quasi sciamanica) proiettata nella contemplazione dell'infinito: in primo piano un dipinto di John Henry Tooney, artista afroamericano originario dell'Alabama, che rimanda a preistoriche pitture rupestri come rielaborate (però) dai tratti semplici e consapevolmente retrospettivi di certa avanguardia novecentesca. "Whole & Cloven", terzo disco solista di Bowles, è come di consueto un album prevalentemente strumentale, con la sola eccezione di "Moonshine Is The Sunshine", cover di un misconosciuto brano di Jeffrey Cain del 1972. Sette episodi che (lo abbiamo detto) mettono in stretta correlazione il profondo substrato rurale della cosiddetta tradizione appalachiana, l'old time folk americano, la mountain music più inquieta e misteriosa, con soluzioni strumentali decisamente moderne e avanguardistiche. Diversamente da quel che accade in "Nansemond", qui Bowles sembra parlare più di sé che descrivere e raccontare l'ambiente circostante. Le sue questa volta sembrano meditazioni personali sui temi dell'assenza e dell'abbandono. D'altronde Bowles ha dichiarato di essersi sentito più sciolto e pronto alla confidenza nella realizzazione di questo lavoro, tanto da essere addirittura riuscito (in alcuni momenti) a separarsi dal rassicurante alter ego banjo, magari per usare un pianoforte (nella singolare e inattesa "Chiaroscuro") e denunciare così il suo debito anche nei confronti della musica classica. L'opera di Bowles (lui che potrebbe passare da un successo bluegrass all'altro) appare come un sincero invito alla meditazione, alla ricerca interiore, prim'ancora che musicale. Un esempio di coerenza e serietà (non per questo poco spassoso), nel quale le ragioni della tecnica sono in perfetta sintonia ed equilibrio con quelle dell'espressività. (Marco Maiocco)

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BEN GLOVER - The Emigrant

E' ben noto che i matrimoni misti, ancorché spesso problematici, sono quelli destinati a portare in dote all'umanità un bello sparigliamento di geni. Succede lo stesso anche in musica, e il trionfo, nel secolo scorso, di tutte le musiche afroamericane (dal ragtime al tango passando per il blues, il rock, il bluegrass, il son cubano, il jazz, e il resto si aggiunga a piacere) ha garantito alle musica tutta un bell'apporto di vitalità. Quando gli irlandesi furono costretti, da una sciagurata carestia a metà '800, peraltro abilmente e sadicamente sfruttata dai nobili inglesi, a far rotta in massa per l'America, ne è scaturita una serie di musiche di incroci possibili e impossibili che ancora oggi lascia un senso di stupore. E di gioia all'ascolto. Ci han provato i De Dannan e i Chieftains, ad esempio, a ripercorrere le piste, ora aggiungiamo, con medaglia d'onore, il signor Ben Glover. Che ha dalla sua una voce virile e ammaliante, un tocco sulla chitarra preciso, e il miracolo  di una scrittura facile per cose difficili, perché le canzoni sono bellissime al primo ascolto. Con un piede nell'Isola di smeraldo, e quindi un mulinare discreto e palpitante di piccole cornamuse ed altri attrezzi della tradizione, ed uno negli States dove sbocciava la gran fioritura della country music. The Emigrant è un disco quasi commovente. Pressoché perfetto. Di una forza tranquilla che, di questi tempi, pochi hanno eguagliato. (Guido Festinese)

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JOHN PRINE - For Better, Or Worse

Gli anni  non regalano quasi niente a nessuno, sia chiaro. A volte un po' di saggezza, ma anche quella in molti la scambierebbero per un po' di calendario e acciacchi in meno. John Prine ha settant'anni, e l'aspetto non fa sconti a uno come lui che il piede sull'acceleratore l'ha tenuto volentieri per decenni.  La voce, invece, secondo quel singolare paradosso delle musiche afroamericane tutte, ha acquistato bellezza ruvida e fascino, mamo a mano che si sgranavano gli anni. Per  cui questo nuovo For Better, or Worse ( più o meno traducibile come: “nella buona e nella cattiva sorte”), proseguendo un discorso iniziato una quindicina danni fa ha il merito, in mezzo ad arrangiamenti pedissequamente country rock più o meno tutti uguali, con gran tripudio di steel guitar, di lasciar sbalzare fuori la voce ammaccata e splendida del nostro. Si prosegue un discorso nel senso che quattordici dei quindici brani sono duetti con gran signore del country e dell'alt country: da Alison Kraus a Susan Tedeschi, da Kathy Mattea ad Amanda Shires, intensi e divertiti. Sempre che si ami il genere, si intende. Chiude la spoken poetry di Just Waitin', dalla penna “maledetta” di Hank Williams: che da sola vale l'acquisto. (Guido Festinese)

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RICHARD SHINDELL - Careless

A volte i dischi sarebbe bene farli partire esattamente dalla fine, a rovescio. E poi proseguire random, lasciando che sia il lettore a decidere. Almeno si eviterebbero pesanti luoghi comuni dettati dal un primo frettoloso ascolto. Ad esempio se uno si mette ad ascoltare il nuovo disco di Richard Shindell, rocker del New Jersey misteriosamente approdato in Argentina , rischia di abbandonarlo poco dopo, se non è profondamente interessato al country rock e all'Americana in genere, e parte dall'inizio: Stray Cow Blues è esattamente quanto promette il titolo. Un blues pesantemente cadenzato e con l'andamento sornione del country rock. Sarebbe un peccato, però, perché è ben vero che Shindell appartiene a pieno titolo ai generi prima indicati, mettendo in conto anche un po' di maturo alt countrry, ma dissemina nei suoi ultimi lavori tasselli tanto sorprendenti quanto pregiati. The Dome, che chiude il disco, sono cinque minuti di cosmic american music pura, con lunghe scie psichedeliche, e introdotto da un altro brano ben curioso, Satellites.  E The Deer On The Parkway frammenta e fa incespicare il classico andamento country rock con mille idee ritmiche e metamorfosi del profilo melodico. Nel brano che intitola, Careless (che sembra un bell'outtake dei Rem più in forma, merito anche della voce simil Michael Stipe) entra anche una tromba davisiana a rifinire le frasi, e ci sta benissimo, in mezzo al mulinare di corde. Insomma, mettiamoli da parte, i luoghi comuni. (Guido Festinese)

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