Rock

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SLOWDIVE - Slowdive

Dopo quello dei Jesus & MC ecco un altro ritorno forte da un nome di seconda fila (o di culto, insomma: che se ne parla molto ma vende poco). Gli Slowdive, tra i rari alfieri del suono shoegaze o dream pop, di nuovo in studio dopo 22 anni, sulla scia di una tournée di rientro del 2014. Gli Slowdive sono sospesi tra elettricità ed elettronica, tra le voci di Neil Halstead e Rachel Goswell, tra suoni d’ambiente e melodie pop. Gli Slowdive sono più contemporanei oggi di quando hanno iniziato: la loro formula ibrida e eterea nel frattempo è diventato un linguaggio ben definito nel pop moderno (vedi alla voce Beach House). Slowdive è un disco che completa il catalogo e non un regalo nostalgico a fan oramai canuti o quasi. È una cosa romantica (ci sono splendidi pianoforti), ipnotica (il basso circolari di Sugar For The Pill) e fascinosa. (Marco Sideri)

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BONNIE PRINCE BILLY - Best Troubador

Si nasce incendiari e muore pompieri, o almeno così pare. È il caso di Will (Palace, Palace Bros., Bonnie Prince Billy) Oldham che non ha cambiato musica in modo drammatico dagli esordi (primi 90) ma al principio frequentava gli Slint e i Tortoise e cantava “If I could fuck a mountain, Lord / I would fuck a mountain” e oggi, invece, pubblica dischi doppi di cover country da Merle Haggard. Merle, per chiudere il cerchio, è quello che cantava “Non fumiamo marijuana a Muskogee” come risposta lla controcultura degli anni 60. Quindi country puro e duro, che Will declina con la sua voce un po’ storta e incornicia in arrangiamenti luminosi e piani.

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PAUL WELLER - A Kind Revolution

Sono passati quarant’anni dal debutto con i Jam e dopo la felice esperienza degli anni ’80 con gli Style Council, Paul Weller arriva, tra alti e bassi, al tredicesimo capitolo della sua carriera solista. Il primo ascolto di “A Kind Revolution” non desta particolari sorprese, anzi, suona abbastanza prevedibile e scontato. Non aiuta la scelta di far uscire il cd in confezione tripla - una deluxe edition, senza nemmeno aspettare un paio d’anni - che tra strumentali e remix disperde non poco l’attenzione (e personalmente mi mette di cattivo umore). Ma il culto maniacale per l’uomo impone il riascolto: lentamente quello che era sembrato banale e sfocato assume contorni più definiti e affascinanti. Sarà merito della presenza di Robert Wyatt alla voce e alla tromba in “She Moves With The Fayre”, sarà risentire Boy George ai cori di “One Tear”, ma un brano alla volta il disco cattura l’attenzione; anche con l’intro latino di “New York” o con la ballad dedicata al pittore Edward Hopper, colui che riusciva a pennellare “dreams in muted symphonies”.

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WILLIE NELSON - God’s Problem Child

Qualcuno lo aveva dato addirittura per morto, tanto che quest'ultima registrazione avrebbe dovuto intitolarsi "I'm Not Dead". Ma a quasi ottantacinque anni suonati Willie Nelson vive e lotta ancora insieme a tutti noi e confeziona caparbio il suo sessantunesimo album in studio (c'è da non crederci), a brevissima distanza dal recente tributo a Ray Price, storico leader dei Cherokee Cowboys, con i quali a Nashville il texano Nelson aveva cominciato. Un lavoro che è una meraviglia, dalla prima all'ultima nota, intriso di eleganza, compostezza, misura, lontano da ogni forma di declino, all'insegna di un country rock (qui in funzione aggettivante) indiano e anticonformista, che non ha mai smesso di essere considerato "fuorilegge", perché decisamente sganciato (se non altro in termini di contenuti e approccio) dal più conservativo canone nashvilliano. Una manciata di canzoni (alternanza di morbidi e saltellanti 2/4 in mid tempo e veri e propri lenti, spesso in un tripudio di sgranate "chitarrine" alla Chet Atkins e "svenevoli" pedal steel "hawaiane") prevalentemente scritte con il fido Buddy Cannon, sempre in veste di produttore. A fare eccezione alcune tracce, tra le quali l'autorevole title track (blues più intenso e "cavernoso") firmata da Jamey Johnson e Tony Joe White, con la partecipazione di Leon Russell (altro atipico storico country singer) in una delle sue ultime registrazioni, e l'omaggio ricordo ("He Won't Ever Be Gone"), composto da Gary Nicholson, a Merle Haggard, scomparso anch'egli (proprio come Russell lo scorso novembre) giusto un anno fa (e per altro al centro dell'appena pubblicato ultimo trobadorico lavoro di Bonnie "Prince" Billy). In "True Love" e "Little House on the Hill" è invece la brava Alison Krauss a provvedere alle armonie vocali, così come Sheryl Crow era intervenuta nel pregevole lavoro gershwiniano di un paio d'anni orsono. Dopo le ultime elezioni americane, Nelson e la sua immancabile bandana alla Gil Evans invitano, nella rockeggiante "Delete And Fast-Forward" (altro che country!), a dimenticare, a cancellare addirittura l'affronto, e ancora una volta a guardare in fretta avanti. D'accordo, ma per il momento godiamoci questa sua ultima prodezza. (Marco Maiocco)

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MÚSICA URBANA - Iberia

Se i Gentle Giant o Hathfield & The North fossero nati nella Penisola Iberica, e per di più in terra catalana, che musica avrebbero suonato? Oggi, con questa ristampa, possiamo dire che avrebbero suonato una complessa, elaborata matassa di musiche come questa: un prog jazz rock labirintico, vivace come un bimbo irrequieto e un po' ipercinetico. Un prog jazz rock tratti entusiasmante, a volte disorientante per ricchezza e opulenza di situazioni sonore che ogni tanto lascia filtrare accenni e accordi di flamenco, echi di nacchere, ardite discese sulle corde. I Música Urbana operavano a Barcellona, creatura musicale di Joan Albert Amargós, fiatista e specialista di tastiere, che era riuscito a convogliare nel nuovo progetto membri del gruppo prog Maquina!,ma soprattutto un bassista (e mandolinista) di eccezionali doti tecniche come Carles Benavent, uno che aveva suonato con Miles Davis, Paco De Lucia e Chick Corea. Per il resto in formazione c'erano flauto, basso e batteria, chitarra elettrica e chitarra classica spagnola, tromba: dunque una caratura timbrica decisamente particolare. Iberia, uscito nel '78 è un gran disco, per chi ama profili ritmici irregolari, cambi di tempo al volo, contrappunto e unisoni nello stesso brano, e a discrete velocità. Eppure non è la tecnica che lo fa vivere, ma un bello stato di grazia per fortuna scontornato dal tempo. (Guido Festinese)

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GARLAND JEFFREYS - 14 Steps To Harlem

Cosa vi aspettereste da un vecchio zio di settantaquattro anni che andate a trovare una domenica pomeriggio nella sua casa di mattoni di Brooklyn? Oltre a bibite e dolcetti anche una buona dose di storie e ricordi; e se lo zio fosse un musicista, canzoni. In realtà, nel caso aveste la fortuna di essere il nipote di Garland Jeffreys, il problema sarebbe trovarlo a casa, visto che il giovanotto sta per iniziare un lungo tour che lo porterà anche in Italia, il 25 giugno, a Vicenza. E allora immaginiamo che abbia affidato a questo quindicesimo disco i suoi racconti: l’infanzia con il padre che si recava ad Harlem per lavorare (la canzone che dà il tiolo all’album), un’adolescenza (”Schoolyard Blues”) complicata dalla sua identità multirazziale (newyorchese, ma di origine portoricana, troppo scuro per i bianchi,  tropo chiaro per i neri: “Colored Boy Said”), l’amore per sua moglie (”Venus”) e il tempo che se ne va (“Time Goes Away”) con sua figlia (o vostra cugina) Savannah alla voce a al pianoforte. Il ragazzo poi ha sempre goduto di buone frequentazioni (e di ottima fama): ad esempio l’amicizia ai tempi del college con Lou Reed, ricordato con la cover di “Waiting for the Man” e dallo struggente violino di Laurie Anderson in “Luna Park Love Theme” (che a New York è sinonimo di Coney Island, baby).

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