Rock

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MARY GAUTHIER - Rifles & Rosary Beads

Siamo abituati a considerare le amare canzoni di Mary Gauthier quasi un esorcismo per i propri demoni esistenziali: una pratica di sublimazione che ha regalato dischi di rara intensità. Qui il presupposto è esattamente rovesciato: la Gauthier fa molti passi indietro, e decide di appoggiare un'associazione che si occupa di reduci traumatizzati dalle mille missioni militari che gli Usa hanno in corso, uno scherzetto che costa al Paese milioni di dollari, e una media di venti suicidi al giorno. Assieme a loro Mary ha scritto le canzoni di “Fucili & grani di rosario”. quasi un microfono aperto di storie vere su chi ha visto l'inferno, ne è stato parte, e se l'è pure riportato a casa: e a volte i diavoli erano gli stessi commilitoni, come nel racconto della meccanica in divisa in “Iraq”, dove gli stupratori sono i commilitoni.

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BABA SISSOKO - Mediterranean Blues

Baba Sissoko da parecchio tempo fa base in Italia, e le sue piste musicali hanno avuto modo di incrociare molto spesso quelle di altri grandi musicisti: dall'Art Ensemble of Chicago a Enzo Avitabile, in sostanza. E' un maestro dello ngoni, il piccolo cordofono che, nella forma suonata dai griot dell'Africa subsahariana è conosciuto anche come xalam, l'antenato in linea diretta del banjo nordamericano. La voce di Baba è possente, e spesso oltre allo ngoni trova modo di usare il tama, il “tamburto parlante” che riesce a riprodurre le curve melodiche di molte lingue parlate attorno al golfo di Guinea. Ogni titolo di questo splendido disco inciso dal vivo nella Piazza del Duomo a San Pietro Patti (Messina) contiene la parola “blues”, e non è un abuso: nella latenza della pentatonica usata in Africa occidentale sta la radice del blues come lo conosciamo, come hanno spiegato autorevolmente molti etnomusicologi. Qui però non troverete filologia, ma un flusso ammaliante e incendiario, spesso attizzato dalla chitarra “psichedelica” di Angelo Napoli, coadiuvato da clarinetto e tastiere di Alessandro de Marino, basso elettrico di Erick Jano, batteria di Kalifa Kone, più un paio di micidiali armonicisti ospiti. (Guido Festinese)

 

 

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GLEN HANSARD - Between Two Shores

Terzo disco solista per Glen Hansard, anche se l’irlandese ha dalla sua la partecipazione al film The Commitments di Alan Parker, poi una discreta carriera come leader dei Frames e infine il sodalizio sentimental-artistico con Marketa Irglova nei Swell Season e nel film Once. La grande dote di Hansard è incentrata soprattutto nella potenza ed efficacia delle esibizioni dal vivo, siano esse in una strada di Dublino o in una hall americana. Con Between Two Shores riesce finalmente ad inserirla su disco, mentre  i precedenti Rhythm And Repose (un po’ sedato e timido) e il seguente Didn’t He Ramble, anche se di ottimo livello, non avevano centrato il bersaglio in questo senso . Il consueto mix di folk, rock e soul funziona qui alla grande con omaggi chiari a Van Morrison (le iterazioni e i mugolii di Lucky Man) e a Springsteen (Wheels On Fire). Ritorno apprezzato di alcuni membri dei Frames e di  Marketa Irglova ( lei solo nell’ultimo brano…). (Fausto Meirana)

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THOM CHACON - Blood In The USA

 Viene definito il Dylan di Durango, ma in realtà Thom Chacon, almeno in questo disco, sembra rendere omaggio a Bruce Springsteen (quello di The Ghost Of Tom Joad) e a Steve Earle (quello che tutti vorremmo ritrovare a scrivere canzoni come queste …).  Di Dylan però c’è il bassista Tony Garnier (e non è poca cosa) più  un certo soffio d’armonica a bocca. Blood In The Usa centra i problemi degli USA in una manciata di canzoni che toccano i temi del lavoro, dello stato della nazione e  degli immigrati messicani, con la consapevole amarezza che qualcosa sta andando storto nella terra delle opportunità.

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CHARLOTTE GAINSBOURG - Rest

Miss Gainsbourg è un tale incrocio di culti e boulevard culturali che bisognerebbe metterla in un museo: figlia di Serge G e Jane Birkin, musa di Lars Von Trier, musica con Beck e Jarvis Cocker, vincitrice a Cannes, madre, icona e attivista. Insomma, volendo selezionare un volto per la consapevole, sofisticata e multiforme creatività di inizio millennio, Charlotte è perfetta. È perfetta anche perché, e veniamo a noi, quando pubblica, interpreta, fa qualcosa quel qualcosa tendenzialmente funziona; funziona seriamente. E funziona Rest che è un album sofisticato e avvolgente, con suoni magniloquenti (tra i produttori si schiera persino un Daft Punk) e la voce di CG che naviga, quieta e sicura, le strofe. Lo sfondo è ritmico e sintetico; non è un disco folk, Rest, non in senso formale; è un disco di chanson moderna, personale, dolente e luccicante, tra elettronica, sussurri e respiro orchestrale. (Marco Sideri)

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NEIL YOUNG + PROMISE OF THE REAL - The Visitor

La morale di “Al lupo! Al lupo!” è una delle più semplici e efficaci della tradizione popolare: se fai sempre la stessa cosa, presto o tardi la gente smette di darti retta. Neil, contrariamente ad altri colleghi più pigri, vive la sua terza età sfornando album a ripetizione (2 nel 2012, 2 nel 2014, 1 nel 2015, 2 nel 2016, “Al disco! Al disco”, si potrebbe dire); tutti degni, pochi o nessuno memorabile (dissentiranno i FAN, ma loro fanno storia a parte). È stato facile, quindi, comprare e ignorare The Visitor (toh, un altro disco tardo di NY). Fedele alla fiaba, The Visitor è, invece, il miglior Neil da “Le Noise” del 2010. È un disco rock sulla vena di “Freedom” (1989), con tocchi acustici squisiti e solide ballate torrenziali (alla Neil Young, potremmo dire). È un disco solido senza quel sentore di pilota automatico che ogni tanto spuntava di recente. Ci voleva. (Marco Sideri)

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