Rock

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TANGERINE DREAM - Quantum Gate

La verità, subito: questo è il miglior disco dei Tangerine Dream da almeno una decina d'anni a questa parte. Idee, scampoli di melodie pentatoniche affascinanti da quattro, cinque note che si rincorrono e deflagrano come piccole supernova, il battito fremente dei sequencer. In pratica una macchina del tempo un po' aggiornata che riprende le piste siderali di Rubycon e Stratosphear, eppure qualcosa è cambiato. Altra verità, allora, e dura da sopportare: questo è il primo disco dei Tangerine Dream in cui non ci sia in formazione neppure uno dei fondatori del seminale e visionario ensemble che inventò, assieme ad altri pionieri, la musica elettronica in Germania, quattro decenni fa. Edagar Froese se n'è andato un paio d'anni fa. Aveva fatto in tempo ad abbozzare idee e punti centrali di questo disco, il primo di una serie che avrebbe dovuto indagare, in suono, misteri e paradossi della fisica quantistica. Le idee le hanno riprese in mano Thorsten Quaeschning, Ulrich Schnauss e Hoshiko Yamane, già da tempo in formazione. Hanno germinato, sono diventate pura bellezza. Froese può esser fiero dei suoi “ragazzi di bottega”. (Guido Festinese)

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STILLS & COLLINS - Everybody Knows

Qualcuno, non in Italia, s'è divertito a strapazzare questo disco, il primo inciso assieme da Stephen Stills e Judy Collins (sì, proprio, lei la signora “dagli occhi blu” che cantavano assieme Crosby, Stills & Nash, quasi mezzo secolo fa). Varrebbe insomma la finta regola per cui i Rolling Stones sono “giovani per sempre”, e tutti gli altri da reparto geriatrico. Le cose non stanno così: Stills ha la voce più affaticata, ma se tentate un blind test sugli armonici della signora Collins, l'anagrafe non vi aiuterà: ci sono tutti. E conta il nobile artigianato rock e autoriale dei nostri, che si divertono a citare anche Dylan e Cohen, con versioni misurate e convincenti di vecchi classici, gran spolvero di arpeggi acustici, classe ed eleganza a fiotti, un inizio pressoché perfetto con Handle with Care. Un disco, insomma, che potrebbe stare accanto, mutatis mutandis, a quello recente di Crosby. La qualità non va mai in pensione. (Guido Festinese)

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DAVID CROSBY - Sky Trails

 

A settantasei anni compiuti (il 14 agosto) David Crosby sembra godere di una seconda giovinezza: dal 2014 a oggi ha pubblicato tre dischi solisti, tanti quanti ne aveva incisi fino a quel momento dal meraviglioso esordio di “If I Could Only Remember My Name”. Il percorso iniziato con “Croz” e  “Lighthouse”, prosegue con questo album in si cui rinnova la collaborazione, nella scrittura e nella produzione, con il figlio James Raymond (il cognome diverso si spiega perché i due si sono ritrovati negli anni ‘90 quando il ragazzo, adottato, ha scoperto chi era il suo vero padre). Al di là dei legami biologici, la propensione al jazz di Raymond, assecondata dalla presenza di Michael League degli  Snarky Puppy e di musicisti come il sassofonista Steve Tavaglione e il bassista Mai Agan, evidentemente cultori dei Weather Report periodo Pastorius, contribuisce a sospingere le atmosfere musicali dell’album verso un jazz vocale e crepuscolare, in cui gli Steely Dan (l’apertura di "She's Got to Be Somewhere") incontrano la West Coast più raffinata (non a caso l’unico brano non originale è una struggente "Amelia" di Joni Mitchell, da “Hejira” del 1976).

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THE WEATHER STATION  The Weather Station

Il problema di certi dischi è solo essere raccontati; che poi non è, tecnicamente, un problema dei dischi ma, tutto al più, di chi deve recensirli. Questo omonimo disco di The Weather Station (all’anagrafe Miss Tamara Lindeman) è una noia mortale da leggere: folk rock, al femminile, un po’ malinconico un po’ no, con qualche aria tradizionale (celtica, americana) e qualche slancio pop (indipendente, byrdsiano). È quasi impossibile non citare Joni Mitchell (ma quella pura di “Blue”, non quella involuta di poi). È facile parlare di sirena country rock. “The Weather Station” è una noia mortale da leggere ma le sue canzoni sono una meraviglia da ascoltare: rotonde, melodiche, tradizionali, lievi e pesanti come il migliore pop. Le canzoni ti prendono gentilmente al collo e non mollano più. Semplicemente brava, anzi, Brava, con la maiuscola. (Marco Sideri)   

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LCD SOUNDSYSTEM - American Dream

L’ironia di questo disco (che a scanso di equivoci è ottimo) sta nel fatto che LCD Soundsystem (e il loro padre-padrone James Murphy) sono oggi dei classici; mentre quando hanno iniziato, nei primi 2000 o giù di lì, stavano sulla cresta dell’onda sonica. Erano la rivoluzione; sono istituzione. Si erano sciolti (nel 2011) e sono tornati. “American Dream” è un album dimesso, piega a una riflessione (adulta, stratificata) suoni e modi un tempo tempestosi (elettronica, techno, dopo punk). Le canzoni sono lunghe e complesse con un cuore pop che sfocia in ritornelli (call the police) e movenze disco (tonite) alternati a pseudo ballate avvolgenti e a battuta bassa (oh baby). Il quarto disco degli LCD Soundsystem è una aggiunta sostanziale e sostanziosa a un catalogo già valido. È un disco rock che non usa un linguaggio rock. È un classico/moderno. (Marco Sideri)  

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DETROIT EMERALDS - I Think Of You - The Westbound Singles 1969-75

La Westbound Records, attiva a Detroit dal 1968 al 1979, nonostante i primi album dei Funkadelic, qualche successo nell’epoca disco con Ohio Players, Fantastic Four (“Night People) e C.J. & co. (“Devil’s Gun”) e pur con una coppia di produttori come Dennis Coffey e Mike Theodore (il primo album di Rodriguez del 1970 era opera loro), non ha mai raggiunto lo status della sua concittadina Motown, ma neppure quello più circoscritto di etichette di genere come Salsoul o Philadelphia. Oltre agli artisti citati poteva contare anche sui Detroit Emeralds, gruppo vocale formato da Ivory e Abrim Tilmon ai quali si era aggiunto, dopo la dipartita di altri due fratelli, l’amico d’infanzia James Mitchell. Raggiunto il Michigan dall’originario Arkansas, i tre erano approdati all’etichetta con un  album che nel 1971 aveva piazzato tre singoli nella Billboard Hot 100. L’anno dopo è la volta di You Want It, You Got It” (in copertina una bella ragazza e una Mercedes, che nella Motor-town doveva suonare come un vero e proprio affronto), con altre tre hit, tra cui  "Feel the Need in Me", che resterà il loro successo più limpido, tanto da essere riproposto quattro anni dopo nell’album omonimo, in una versione dilatata da Tom Moulton che lo trasfomerà in pezzone da dancefloor. Ma la compilation si ferma prima - lasciando fuori anche l’ultimo  “Let's Get Together” -  perché dopo il terzo album “I'm in Love with You”, il gruppo si era preso una pausa tanto che James Mitchell aveva fondato i Floaters (e scritto un enorme successo come “Float on”). Insomma una raccolta che un piccolo sforzo avrebbe potuto essere più completa e mostrare al meglio l’evoluzione di un gruppo non di primo piano ma comunque interessante e che si sarebbe sciolto di lì a poco con  la morte a soli 37 anni di Abrim Tilmon. (Danilo Di Termini)

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