Rock

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GREGG ALLMAN - Southern Blood

Gregg  Allman se n'è andato dal pianeta il 27 maggio scorso. Era malato, e provato parecchio dal male che lo stava consumando. Però, come tutti i vecchi leoni del rock, ha voluto lasciare un ultimo dono che funzionasse un po' da compendio delle tracce lasciate dal suo passaggio. E con caparbietà, nervi e muscoli tesi per un ultimo sforzo, e l'aiuto decisivo, in studio,, di un fuoriclasse dì come Don Was è nato il suo disco finale, accompagnato dal gruppo che lo seguiva sui palchi da quando non c'era più la Allman Brothers Band. Gente degnissima, professionisti innamorati di quel suono torrido e sensuale, caracollante e infiltrato di mille schegge musicali “altre” che è stato (e sarà) il southern rock. E dunque, per questo disco che già in copertina mette una passerella di legno su un tratto paludoso della Louisiana (ricordate lo “swamp rock”?), quasi a dire: “passate oltre, ma la strada maestra è questa”, Gregg ha scelto di cantare il Dylan di Going, Going, Gone da Planet Waves, Once I Was di Tim Buckley, Song for Adam di Jacksone Browne ( che era presente in studio, al momento della registrazione), la struggente ed inimitabile “Willin'” di Lowell George, “Black Muddy River” di Jerry Garcia, e così via.

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NEIL YOUNG - Hitchhiker

Scavando scavando, ma con molta calma, dai ben forniti sotterranei  di Neil Young cominciano ad uscire i fantomatici dischi perduti, depennati, rinviati o reincisi dal bizzoso canadese. Primo di questi a vedere la luce  è Hitchhiker, che a ben vedere più che un disco finito e pronto per i negozi  sembra una specie di anteprima esclusiva per le orecchie del produttore David Briggs, non a caso la selezione si apre con Neil che sbraita  ‘Are you ready, Briggs?’. L’incisione è  superba e i brani suonati uno dietro l’altro, o così sembra... La maggior parte di essi ha poi trovato posto  in diverse uscite: Rust Never Sleeps, Comes A Time, American Stars ‘n Bars, Le Noise. Solo in qualche caso c'è un senso forte d’incompiuto, come nella versione piuttosto  essenziale di un gran pezzo come Powderfinger, e i due veri inediti,  Hawaii e Give Me Strength potevano forse rimanere tali, ma tutto sommato la forza delle esecuzioni, con voce e chitarra in primissimo piano  giustifica  pienamente l’acquisto e l’interesse collezionistico verso Hitchhiker, in attesa di Homegrown, Toast, Chrome Drerams e chissà che altro. (Fausto Meirana)

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IRON AND WINE - Beast Epic

Finalmente tornato ad incidere come solista (perchè Iron and Wine è solo lui, anche se sembra il nome di una band) Sam Beam si lascia indietro le due collaborazioni di lusso degli ultimi anni, una con Ben Bridwell dei Band Of Horses e una con la cantautrice Jesca Hoop, consegnandoci un disco raffinato e sostanzialmente acustico. Il cantautore della Carolina non abbandona né la sua barba da profeta,  né l’abilità nel comporre melodie  che entrano in testa al primo ascolto. Se nell’ultimo disco solista (Ghost On Ghost) gli arrangiamenti erano pesanti e un po’ ‘alla moda’, qui tutto fila liscio, tra contrappunti di archi, armonie vocali e qualche tocco magico come la steel guitar di Summer Clouds.

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STEVEN WILSON - To The Bone

Steve Wilson, nototiamente, è il musicista più occupato del mondo. Quando non è chiuso in sala con mixer a rivedere il catalogo di qualche gigante del prog classico è comunque al lavoro con una delle mille derive discografiche che lo assorbono. Alla faccia di chi si ricorda anche e sopratutto il Wilson leader dei Porcupine Tree, che ormai esistono solo nei ricordi. Perché, anno più anno meno, si tende a dimenticare che il signore del neoprog ha comunque un trentennio di attività sulla schiena, nonostante l'aspetto da nerd eterno ragazzo da computer. I suoi dischi da solista negli ultimi anni hanno rappresentato un po' una summa di dove si poteva arrivare all'inizio del terzo millennio: belle melodie malinconiche, occasionali sciabolate metal, derive psichedeliche d'antan, classe ed eleganza nella scrittura e nella scelta degli arrangiamenti. Qua e là qualche segno di stanchezza ha cominciato ad affiorare, sotto la polpa solida dell'impianto: ad esempio nel ripetitivo Hand. Cannot. Erase. Qui si cambia tiro e registro: se i momenti prog “classici” esistono, in un paio di occasioni si ascolta un Wilson più pop, più lieve. E come lui stesso ha dichiarato, i modelli di questo To the Bone li trovate nel decennio più "sospetto", per il prog: quello di XTC e Talk Talk. Certo, quando prende in mano le cose lui è difficile avvertire cadute di stile. Ma chi si attendeva l'iterazione di una formula bella ma anche un po' logora qui sarà sorpreso. (Guido Festinese)

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NADINE SHAH - Holiday Destination

C'è modo e modo di essere cantautori (autori e cantanti di canzoni). Il requisito è saper palleggiare suoni noti con un risvolto personale. Poco importa, poi, da dove si parte. Spesso è il folk (o il blues); altre volte, no. Qui, no. Nadine S (terzo album lungo) ha radici post punk o, addirittura, un filo jazzati nel senso new wave del termine. Dentro infila una voce e dei testi personali e politici (da cantautore, appunto) che contribuiscono al fascino dell'album in modo sostanziale (2016, per esempio, attacca con ritmo tribale, chitarra tagliente e "da quando ho 30 anni / non so cosa mi capita / guardo troppa televisione / ... / leggo gli ingredienti sulle confezioni di cibo / mi dicono sia bene per me / i miei amici si stanno tutti purificando"). Tra ampi passaggi strumentali e una sana indignazione d'autore, Holiday Destination è un bel modo per tornare dall'estate. (Marco Sideri)

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FLEET FOXES - Crack-Up

Tanti artisti dichiaratamente pop (melodici, morbidi, di facile assunzione e pronto sollievo) nascondono, in fondo in fondo, la malcelata voglia di essere astrusi, scontrosi e profondi. È il fascino di quel che non siamo: un classico. Ecco quindi i Fleet Foxes (che erano folk, barbuti e melodici per due dischi di buon successo) tornare alla carica con un album stratificato, involuto, moderno; solo a sprazzi melodico e luminoso come in passato. C’è una ragione, tecnica, per questo: Robin P (leader e autore principale del gruppo) nei sei anni trascorsi dall’ultimo “Helplessness Blues” si è iscritto all’Università, ha studiato letteratura ed ha abbandonato quel coté rustico e agreste che tanta fortuna gli ha portato. E così le ballate sono sepolte tra suoni trovati, ritmi industriali, percussioni, effetti e atmosfera. Un ascolto denso e stratificato. (Marco Sideri)

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