Rock

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VAN MORRISON -  ... It's Too Late To Stop Now... Volumes I-IV Warner 1974/2016

Ci sono una quantità tale di generi e sottogeneri musicali che, oramai, è lecito inventare qualunque cosa; nessuno può dire: non esiste. E quindi occupiamoci, per tre CD e una recensione, di soul celtico. Breve introduzione: il soul celtico è soul con radici scozzesi o irlandesi, è una migrazione al contrario di modi americani su una tradizione (folk) europea. I rappresentanti sono vari (va citato per forza Kevin Rowland) ma è difficile trovare un manifesto, per questo genere meticcio; un album di rappresentanza.

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THE CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD - Anyway You Love, We Know How You Feel

E quattro. La “fratellanza” inventata dal Mr. Chris Robinson, un tempo metà esatta delle menti e e dei cuori che mandavano avanti i Black Crowes approda al quarto lavoro in studio, dopo un exploit a doppietta, ormai diversi anni fa, e un terzo capitolo, Posphorescent Harvest che non aveva convinto tutti. Chi conosce Robinson sa cosa attendersi, più o meno: dove il più o il meno signifca quanto il rocker oggi cinquantenne con la voce slabbrata (un misto fra il Bowie degli esordi e il piccato Dylan metà anni Sessanta) voglia aggiungere o togliere dai suoi ingredienti claccic rock.

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LISA HANNIGAN - At Swim

Lisa H (irlandese, al terzo disco lungo) è una rappresentante del ceto medio musicale; ceto che, come quello medio e basta, sta scomparendo insieme con l'industria musicale come la conoscevamo. Medio perché sospeso tra tentazioni indipendenti e precisione emersa; medio perché malinconico ma con giudizio, senza esagerare o strafare; medio perché buono per navigati ascoltatori e passanti distratti. Le undici ballate qui sono acustiche e spaziose, prodotte da Aaron Dessner di casa National, ben scritte e ben suonate, con arrangiamenti da colonna sonora di un film intimo (We, The Drowned è un esempio magistrale tra tocchi di piano e archi tenebrosi). Meno diretto dei due dischi che l'hanno preceduto, At Swim è anche più complesso e completo, più maturo, si sarebbe detto un tempo. Una bella sorpresa in minore, per cominciare l'autunno. (Marco Sideri)

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FAIRPORT CONVENTION - Live in Finland 1971

La scena è quella del Ruisrock Festival, Turku, in Finlndia, l'anno è il 1971. Il gruppo che si presenta sul palco ha poco a che fare, a livello di organico, con la band (filo-americana nelle scelte) di poco tempo prima. Il focus ora è tutto su un repertorio di “traditional” inglesi, ma il diverso assestamento di musicisti è di eccellenza, comunque: è rimasta l'implacabile chitarra ritmica (soprattutto) di Simon Nicol, c'è Dave Mattacks alla batteria, Dave Pegg al basso, e soprattutto quel folletto dal fraseggio incandescente sul violino elettrificato che è Dave Swarbrick. Racconta lo stesso Nicol nelle note che il gruppo a quel punto aveva un piglio allegro ed aggressivo che poteva ricordare i Creedence Crelarwater Revival nell'impatto, anche se la base erano vorticosi tour de force nell'affrontare antichi classici “british” a velocità radiante. Ecco allora che, al riascolto, questo nastro perfettamente inciso ci restituisce un'istantanea necessaria e che mancava dei Fairport, in uno dei loro momenti più intensi. E una Mason's Apron così acida, indiavolata e veloce non l'avete mai ascoltata. (Guido Festinese)

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 JAYHAWKS - Paging Mr. Proust

E dunque: Mark Olson se n'è andato, e sembra per non tornare più. Ha altro da fare. E le sorti di un marchio discretamente glorioso come quello The Jayhawks sono nelle mani e nella testa di Gary Louris, che ha dovuto affrontare un bel plotone di diavoli, per uscire dal torpore chimico che l'aveva quasi stroncato. Tant'è che un brano si intitola “Leaving the Monsters Behind”. Però i  miracoli a volte accadono, lo sappiamo, e così va a finire che Paging Mr. Proust è un disco straordinariamente vivo e vegeto, come nessuno si sarebbe aspettato. L'alt country d'origine fa capolino solo in qualche punto, dove sulla pulsazione fluttuante del tutto entra una bella chitarra rumorosa e strappata, alla Wilco. Ad esempio in Ace. Il resto invece si muove in una sorta di crepuscolare dark power pop, per così dire, che a volte ruba spiccioli di canto ai Beach Boys, più spesso ai Byrds più problematici, quasi sempre è onore delle armi al riferimento più diretto di tutti, i REM (sarà un caso che Peter Buck sia uno dei produttori?). Molti i brani memorabili, quando proprio non te li saresti attesi, da una band orfana. Bentornati, anche con il cambio di prospettiva. (Guido Festinese)

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MEDITERRANEAN ENSEMBLE - Shurhùq

“In un momento storico di crisi tra i popoli e scontri ideologici, la nostra curiosità per le musiche tradizionali e moderne di tutta l'area del Mediterraneo ci fa sentire parte di una nazione senza dei confini, dove la musica ci fa ritrovare segni e storie millenarie, che fondendosi tra loro diventano la colonna sonora di una nuova identità culturale”: così, si presentano nelle note i quattro musicisti del Mediterranean Ensemble. Due maneggiano chitarre e corde etniche (il saz), uno il contrabbasso, il quarto batteria e percussioni, etniche e no. C'è poi la voce bella e “antica” di Uccio Aloisi ad introdurre la storica Tarantella del Gargano. Per il resto qui troverete, in mobilissimo assortimento, variazioni sul fado, la virtuosistica Ciarda di Monti che già Beppe Gambetta ha riportato all'attenzione qualche tempo fa, un brano di Theodorakis, la ripresa di un brano di Eugenio Bennato, un piccolo tributo a Django Reinhard e lo swing moanouche, ed altro ancora. A spasso per il Mediterraneo, davvero, e sotto l'influenza dello Shurhùq, il vento scirocco: come dovrebbe essere, e come integralismi incrociati non ci permettono (quasi) più. (Guido Festinese)

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