Rock

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BEN WATT - Fever Dream

Nel 2014 Ben Watt era tornato ad incidere nuove canzoni dopo un turbolento periodo della sua vita, tra malattie, lutti, scrittura e l’attività di DJ e produttore discografico. Hendra è stato il disco del ritorno, dopo una trentina d’anni, e ha ricevuto una buonissima accoglienza dalla stampa e, soprattutto, da chi lo ricordava come la metà maschile degli Everything But The Girl, il gruppo fondato assieme alla compagna di vita Tracey Thorn. Nelle interviste che promuovono Fever Dream Watt sostiene che difficilmente il duo si ripresenterà sulle scene, mentre la sua carriera solista sembra prendere il volo con questo disco, che, pur restando nel solco scavato da Hendra, sembra compattare maggiormente l’ispirazione; il lato malinconico domina e  le riflessioni su vita, amicizie e rapporti interpersonali sono al centro della scrittura. Continua anche qui la fruttuosa collaborazione con Bernard Butler degli Suede, le cui chitarre caratterizzano con gusto e semplicità  le delicate composizioni di Watt. (Fausto Meirana)

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PJ HARVEY - The Hope Six Demolition Project

Questo disco è il risultato di cinque anni di viaggi, meditazioni ed esperimenti di PJ in giro per il mondo. Già nel 2011 Miss Harvey parte per l’Afghanistan con il fotografo Seamus Murphy; l’idea è seguire la guerra fino ai giorni nostri, dopo l’esercizio di revisione storica di Let England Shake (2011) sui campi insanguinati della prima guerra mondiale. Da lì, viaggi in Kosovo, America, eventi, libri, video e anticipazioni che prendono, oggi, forma, finalmente, di disco. Disco che rimane fedele al linguaggio (elettrico, melodico, diretto) del precedente, semplificando la formula e riducendo all’osso i suoni. PJ H oramai padroneggia l’arte di scrivere canzoni; queste qui sono un ideale punto d’incontro tra certe sofisticazioni recenti e il suono viscerale dei celebrati esordi (torna qua e là persino una personale ipotesi blues). Un (altro) gran bel disco. (Marco Sideri)

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SAM  BEAM & JESCA HOOP - Love Letters For Fire

Ancora una collaborazione per Sam Beam (Iron&Wine) dopo quella, non troppo riuscita, con Ben Bridwell, Sing Into My Mouth, uscita lo scorso anno. L’altra metà del progetto è questa volta la cantautrice californiana (ma residente a Manchester) Jesca Hoop; il suo interessante passato annovera attività diverse come il babysitting a casa di Tom Waits (una moneta a quattro facce, dice di lei, segnalandone l’ecletticità) la partecipazione ad un tour di Peter Gabriel come corista e cinque album da solista. L’irrequieto  percorso artistico di Sam Beam trova dunque una partner convincente per un disco che viene definito ‘di duetti’, e di questo si tratta, anche se spesso la voce della Hoop sembra preponderante. La brevità di Love Letters For Fire, che non raggiunge i quaranta minuti, ma accumula ben tredici brani, lascia l’appetito per altre canzoni, e questo è sempre un buon segno. Tra i collaboratori, un piccolo combo quasi acustico, spicca la batteria di Glenn Kotchè dei Wilco. (Fausto Meirana)

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BLACK MOUNTAIN - IV

I Black Mountain sono una comune musicale; espressione di per se demodé che ben inquadra anche la musica di questo ultimo IV (che è coerentemente il quarto album del gruppo). I Black Mountain fanno rock molto, ma molto, anni 70; il che significa che dentro ci trovate del folk, della psichedelia, un pochino di elettronica, qualche riff pesante, qualche coro angelico, qualche deviazione progressiva. I BM archiviano la (relativa) compattezza dell’ultimo Wilderness Heart (2010) e si concedono spazi ampi dove le canzoni vagano, placide e stralunate, per lunghi minuti. L’effetto è particolarmente felice; una scrittura solida e un’attenzione marcata nel dosare gli arrangiamenti rendono IV un disco fluido e gradevole da ascoltare, nonostante i molti passati che si rincorrono all’interno. Siti meno eleganti di questo potrebbero definirlo un disco da cappelloni. (Marco Sideri)

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CHARLES BRADLEY - Changes

Il confine tra modello, copia, tributo, replica, ispirazione e plagio è labile ed è, pure, al centro di molta musica degli ultimi decenni. Ci sono dischi (tanti) che guardano indietro in modo spudorato e strafottente. Scegliere quali ascoltare è questione di personalità (dall’autore); unico criterio valido quando il riciclo è pacificamente il linguaggio in uso. Ecco: C Bradley, scovato a imitare James Brown sui palchi polverosi dell’America di serie B, personalità ne ha da vendere. Dopo una vita di ordinarie e profonde difficoltà (recuperate, se vi va, il bellissimo documentario Soul of America, 2011) Charles si è messo a cantare la sua propria versione del soul tradizionale grazie alla benemerita Daptone di NY. Changes è il suo terzo disco ed è bello come i precedenti. Anzi, un filo di più: è un disco dove il passato si fa presente, e manco te ne accorgi. (Marco Sideri)

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ERIC BIBB AND NORTH COUNTRY FAR WITH DANNY THOMPSON -  The Happiest Man In The World

E' ben vero che la somma aritmetica di molti fattori positivi non garantisce di per sé risultati d'eccellenza, com'è ben dimostrato da tanti “flop” di supergruppi nella storia delle musiche popular di ogni latitudine, ma è altrettanto vero che pedine ben scelte e ben mosse difficilmente fanno giocare brutte partite. Eric Bibb, ad esempio, mette con questo disco un bel sigillo sulla sua personale ricerca del disco perfetto col gruppo perfetto. Perché il sessantaquattrenne bluesman da anni in residenza europea ha attorno la North Country Far, ovvero tre dei migliori strumentisti “roots”, dalla Finlandia, e in più c'è il colpo da maestro di mettersi accanto, a distribuire toniche pastose, Danny Thompson, il gran signore del contrabbasso del folk progressivo inglese. Risultato: un disco di ammaliante bellezza e (apparente) semplicità, concluso trionfalmente con una versione acustica e bluesy di You Really Got Me, pregiata ditta Kinks, che, ancora una volta, ci fa vedere da dove arrivino le cose. (Guido Festinese)

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