Rock

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CIRCLES AROUND THE SUN - Interludes For The Dead

Chi, il 27 giugno scorso, ha avuto la fortuna di assistere al primo concerto d’addio dei Grateful Dead negli Usa s’è trovato in una strana situazione sonora: quando non suonavano i Dead dalle casse usciva una deliziosa, infinita, sinuosa musica che ricordava quella dei protagonisti sul palco dell’addio, ma che dei Dead non era. In un colpo, abbiamo chiarito il mistero, scoperto il più bel disco 2015 di sognante, satura psichedelia del tutto degna dei nobili antenati di Frisco, e aggiunto un nuovo gruppo al parterre delle jam band migliori al mondo. I Circles Around The Sun sono una creatura di Neal Casal, chitarrista degli Hard Working Americans, di Ryan Adams ed altri signori del rock. Che s’è scelto degni compagni a tastiere, basso e batteria, e s’è chiuso in studio due giornate a jammare nello spirito del “Morto Riconoscente”. Ne è scaturito un doppio cd a tratti esaltante, che più che un nobile plagio d’autore sembra il risultato di un download da un universo parallelo, dove esistono i Circles, e i Grateful costruiscono per loro “Interludi”. (Guido Festinese)

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Perfino i detrattori più spinti degli Hawkwind si ammorbidiscono quando sentono nominare Space Ritual: la monumentalità space rock di quel doppio disco uscito nel 1973 in un certo senso incute rispetto. Che poi il gruppo di pirati spaziali capitanato con esiti alterni da Dave Brock abbia fatto anche di meglio, negli anni, lo sanno quelli che con il gruppo veterano hanno lunga frequentazione e pochi preconcetti: come dovrebbe essere, per ascoltatori maturi. Sta di fatto che Hawkwind torna sul luogo del perfetto delitto space rock, e come hanno fatto tanti altri gruppi storici ripercorre da cima a fondo il “Rituale dello Spazio”, con qualche aggiunta poetica qui e là, ed un secondo cd con altri classici assortiti. Ospiti: John Etheridge con la sua chitarra classicamente jazz rock, e Brian blessed a cui va la parte vocale del magnifico Sonic Attack. Nostalgia? E come si fa a dirlo, visto che da allora continuano ad essere gli Hawkwind tali e quali, qualche volta meglio? (Guido Festinese)

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DAVID BOWIE - Blackstar

n.d.r. Prologo della recensione. Questo scritto ci è stato mandato da Marcello, e pubblicato, il giorno dell'uscita del disco. Dopo la morte di Bowie, per rispetto verso l'artista, lo stesso autore ci ha chiesto di toglierlo. Ora mi sembra giusto ripubblicarlo, in quanto questo era il pensiero del recensore prima della sua morte e non è  certo cambiato dopo il tragico evento. Tra l'altro Valeri è sempre stato un grande  fan di Bowie e mi aveva prenotato il disco ben prima dell'uscita. Non mi sembrano quindi giuste, non le critiche, ma gli insulti toccatigli su facebook alla lettura della sua recensione. Ognuno ha il suo pensiero, quello di Marcello Valeri era, e rimane, questo.

Bisogna scegliere, è necessario. Essere oggettivi o soggettivi, significanti o significati. Con questa premessa mi accingo a disquisire sul nuovo lavoro di David Bowie, l’atteso Blackstar, di cui tanto già si è detto e tanto si dirà. Ed ora dirò io. Se la title track con i suoi nove minuti e rotti ha, in qualche modo, una sua ragione d’essere in quanto summa astuta di una carriera mai doma, per il resto rimangono due ripescaggi, recenti tra l’altro, delle già non superlative Sue (or in a season of crime) e Tis’ a pity, she’s a Whore (uscite entrambe in 10” per un Record Store Day), una canzone del lavoro teatrale omonimo, Lazarus, intro alla Cure e rimandi alle pellicce psichedeliche, dove si immagina una prosecuzione della vicenda de L’Uomo che cadde sulla Terra, e tre possibili B-sides che chiudono un lavoro, per fortuna di non eccelsa durata. A Bowie si perdona la senilità attiva, il mito dell’eterno ritorno (e Lazarus, in tutte le sue accezioni, è quasi un nome de plume) e la mirabolante fragilità ma non si possono più trasgredire le necessità che il suo status, in termini di aspettative, pone in essere. Semplificando: travestire idee di canzone, quando va bene, se non abbozzi di melodia, in veste di supposto avant jazz, che già è retrò, non significa consegnare un lavoro tramandabile ma costituisce lo scaltro aggiungere solo una nota, polisemica, a piè di pagina, di una lusinghiera ma trascinata biografia.

Se ne leggeranno meraviglie ma io scelgo la strada oggettiva. (Marcello Valeri)

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JULIA HOLTER - Have You In My Wilderness

Have You In My Wilderness, quarto disco lungo o giù di lì di Miss Holter, è stato votato disco dell’anno sia da Uncut che da Mojo, due delle pubblicazioni musicali sopravvissute all’eccidio della carta. È segno di un fascino ecumenico che effettivamente emerge dalle 10 tracce del disco. Sono canzoni pop (belle melodie, bella voce chiara) vestite da canzoni sperimentali (sospensioni, qualche ritmo ripetuto, John Cage citato nelle interviste). Sono canzoni che riportano alla mente nomi come Kate Bush, o anche una Bjork depurata degli eccessi e del piglio nordico. Canzoni avvolgenti che scontano una certa freddezza, un’impressione di musica di testa più che di cuore (le atmosfere cambiano e abbondano, tutte perfette ma in un certo modo distanti). È un difetto secondario, però; una questione di gusto, direbbero alcuni. Il disco è, senza dubbio, bello. (Marco Sideri)

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JEFFREY LEWIS & LOS BOLTS - Manhattan

Tra i tanti movimenti, trend o pretesi tali che hanno allietato (e funestato) la musica negli ultimi anni quello del “anti-folk” non è tra i peggiori. Sostanzialmente si tratta di una versione moderna e scombinata del revival folk degli anni 60. Pochi i nomi di rilevo della scena, tra questi il fumettista, cantante, chitarrista fai-da-te J Lewis. Manhattan è un’ode a New York che cambia (“ultimi uomini di una tribù dalla terra sparita” sono i newyorchesi che resistono agli affitti stellari), cantata alla maniera di Jonathan Richman, come una versione senza droghe e sesso di Lou Reed. Il folk di JL pare quasi rap, appoggia parole a raffica su arpeggi ripetuti ed è consigliato senza riserve a chi mastica (o almeno non sputa) l’inglese. Qui, nulla è complicato; tutto è colorato e a due dimensioni, come nei fumetti (che è una cosa buona, se ve lo steste chiedendo). (Marco Sideri)

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Edith Piaf sta alla canzone francese più o meno come Billie Holiday al jazz: due figure luminose e tragiche al contempo, due esempi di fragilità che si fanno arte vera e celebrazione dell'incontro con gli altri. Lei, la donna minuscola come una bambola cresciuta nella precarietà più assoluta e costretta a cantare  per i nazisti, durante l'occupazione, fu la musa inquieta ed intelligente degli esistenzialisti, che si riconoscevano nella tenacia pudica delle sue parole, e nelle interpretazioni che mettevano in scena la vita accanto all'arte. Anna Granata non è un'appassionata delle canzoni di Edit Piaf: la magnifica vocalist ascoltata in Elianto, Anarchistes, e accanto a Riccardo Tesi ha voluto invece ricercare la donna vera, sotto le spoglie del mito che comunque tutto confonde e impasta. Così ha selezionato dalle lettere segrete della Piaf a un uomo rimasto sconosciuto frammenti di frasi, le ha ulteriormente disseccate ha aggiunto testi, ha creato campioni sonori,  poi s'è affidata alle cure di Marco Monfardini, esperto di elettronica, e alle partiture e suoni per violoncelli di Damiano Puliti e Gianluca Sibaldi. Risultato: un montaggio sonoro fibrillante ed inquieto, molto vicino a certe cose di Björk o di Laurie Anderson. Ascoltare per credere. E per andare a riascoltarsi, con orecchie nuove, Edith Piaf. (Guido Festinese)

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