Rock

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RENAISSANCE - DeLane Studios 1973

Di recente la signora della voce Annie Haslam ha dato preziosa testimonianza di sé collaborando (assieme a gente come Robert Wyatt, Andy Latimer, Dave Stewart) a un disco avvolgente e morbidissimo come Stream , di Dave Sinclair, piccola rinascenza canterburiana. Adesso arriva qualcosa dal passato, ed è un passato molto luminoso: i nastri registrati ai DeLane Studios nel 1973.  Poca gente ad applaudire, concentrazione massima sulle volute di quel suono classicheggiante ed elegantissimo, con più tentativi di imitazione, all'epoca, della Settimana Enigmistica, ma ineguagliato. Si parte con Can You Understand? E si approda, a Prologue. In Ashes Are Burning ci sono Andy Powell e Al Stewart. Una perla rimasta a sonnecchiare negli archivi che può ritornare a slpendere: basta aver voglia di viaggiare con la fantasia, come succedeva tanto, tanto tempo fa, quando forse si era meno cinici e con un futuro ancora incartato in pacco regalo. (Guido Festinese)

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BEACH HOUSE - Thank You Lucky Stars

Abbiamo già parlato di quest’album, parlando del suo predecessore. Thank You… (ottobre 2015) è il secondo disco dei Beach House nel giro di pochi mesi e, parola del gruppo, non è un’appendice di Depression Cherry (agosto 2015); è proprio un disco nuovo. E, parola del recensore, è un disco nuovo molto bello. Il rock sognante e sfumato dei BH acquista in queste canzoni una qualità quasi bambinesca: paiono carillon certe melodie; sono meno rock rispetto alle precedenti; sono ridotte all’osso di ritmi, tastiere e la bella voce della cantante V Legrand. Intorno c’è una nebbia elettrica che, per chi si diletta a definire, rimanda al dream pop; nel mezzo, un passo cadenzato che a tratti pare quasi un valzer d’altri tempi (Common Girl, Elegy To The Void). Disco affascinante e di sostanza, questo qui; una combinazione in via d’estinzione. (Marco Sideri)

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TOMMY CASTRO - Method To My Madness

Ci sono dischi che nascono e crescono bene per tutto, tranne che per un particolare. Il particolare che non funziona nel nuovo lavoro id Tommy Castro è di immediata evidenza: l'orrida copertina fumettistica dove il nostro sembra Hannibal The Cannibal in veste da piacione. Non era meglio una bella foto, o tutt'altro? Questo a parte, il resto funziona a meraviglia, e se un disco stipato di rock filante, riffoni pesanti ma motivati alla Hendrix, abbondanti speziature New Orleans e rhythm and blues, shuffle strascicati, rock 'n' roll come di Fender comanda, e via citando è, come dicono gli anglosassoni “la vostra tazza di tè”, l'acquisto è pressoché obbligato. Non c'è un pezzo debole, e  tutti suonano come se fosse l'ultima volta. O, almeno, la penultima. (Guido Festinese)

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CIRCLES AROUND THE SUN - Interludes For The Dead

Chi, il 27 giugno scorso, ha avuto la fortuna di assistere al primo concerto d’addio dei Grateful Dead negli Usa s’è trovato in una strana situazione sonora: quando non suonavano i Dead dalle casse usciva una deliziosa, infinita, sinuosa musica che ricordava quella dei protagonisti sul palco dell’addio, ma che dei Dead non era. In un colpo, abbiamo chiarito il mistero, scoperto il più bel disco 2015 di sognante, satura psichedelia del tutto degna dei nobili antenati di Frisco, e aggiunto un nuovo gruppo al parterre delle jam band migliori al mondo. I Circles Around The Sun sono una creatura di Neal Casal, chitarrista degli Hard Working Americans, di Ryan Adams ed altri signori del rock. Che s’è scelto degni compagni a tastiere, basso e batteria, e s’è chiuso in studio due giornate a jammare nello spirito del “Morto Riconoscente”. Ne è scaturito un doppio cd a tratti esaltante, che più che un nobile plagio d’autore sembra il risultato di un download da un universo parallelo, dove esistono i Circles, e i Grateful costruiscono per loro “Interludi”. (Guido Festinese)

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Perfino i detrattori più spinti degli Hawkwind si ammorbidiscono quando sentono nominare Space Ritual: la monumentalità space rock di quel doppio disco uscito nel 1973 in un certo senso incute rispetto. Che poi il gruppo di pirati spaziali capitanato con esiti alterni da Dave Brock abbia fatto anche di meglio, negli anni, lo sanno quelli che con il gruppo veterano hanno lunga frequentazione e pochi preconcetti: come dovrebbe essere, per ascoltatori maturi. Sta di fatto che Hawkwind torna sul luogo del perfetto delitto space rock, e come hanno fatto tanti altri gruppi storici ripercorre da cima a fondo il “Rituale dello Spazio”, con qualche aggiunta poetica qui e là, ed un secondo cd con altri classici assortiti. Ospiti: John Etheridge con la sua chitarra classicamente jazz rock, e Brian blessed a cui va la parte vocale del magnifico Sonic Attack. Nostalgia? E come si fa a dirlo, visto che da allora continuano ad essere gli Hawkwind tali e quali, qualche volta meglio? (Guido Festinese)

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DAVID BOWIE - Blackstar

n.d.r. Prologo della recensione. Questo scritto ci è stato mandato da Marcello, e pubblicato, il giorno dell'uscita del disco. Dopo la morte di Bowie, per rispetto verso l'artista, lo stesso autore ci ha chiesto di toglierlo. Ora mi sembra giusto ripubblicarlo, in quanto questo era il pensiero del recensore prima della sua morte e non è  certo cambiato dopo il tragico evento. Tra l'altro Valeri è sempre stato un grande  fan di Bowie e mi aveva prenotato il disco ben prima dell'uscita. Non mi sembrano quindi giuste, non le critiche, ma gli insulti toccatigli su facebook alla lettura della sua recensione. Ognuno ha il suo pensiero, quello di Marcello Valeri era, e rimane, questo.

Bisogna scegliere, è necessario. Essere oggettivi o soggettivi, significanti o significati. Con questa premessa mi accingo a disquisire sul nuovo lavoro di David Bowie, l’atteso Blackstar, di cui tanto già si è detto e tanto si dirà. Ed ora dirò io. Se la title track con i suoi nove minuti e rotti ha, in qualche modo, una sua ragione d’essere in quanto summa astuta di una carriera mai doma, per il resto rimangono due ripescaggi, recenti tra l’altro, delle già non superlative Sue (or in a season of crime) e Tis’ a pity, she’s a Whore (uscite entrambe in 10” per un Record Store Day), una canzone del lavoro teatrale omonimo, Lazarus, intro alla Cure e rimandi alle pellicce psichedeliche, dove si immagina una prosecuzione della vicenda de L’Uomo che cadde sulla Terra, e tre possibili B-sides che chiudono un lavoro, per fortuna di non eccelsa durata. A Bowie si perdona la senilità attiva, il mito dell’eterno ritorno (e Lazarus, in tutte le sue accezioni, è quasi un nome de plume) e la mirabolante fragilità ma non si possono più trasgredire le necessità che il suo status, in termini di aspettative, pone in essere. Semplificando: travestire idee di canzone, quando va bene, se non abbozzi di melodia, in veste di supposto avant jazz, che già è retrò, non significa consegnare un lavoro tramandabile ma costituisce lo scaltro aggiungere solo una nota, polisemica, a piè di pagina, di una lusinghiera ma trascinata biografia.

Se ne leggeranno meraviglie ma io scelgo la strada oggettiva. (Marcello Valeri)

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