Rock

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 CARRIE RODRIGUEZ - Lola

Qualcuno forse il nome lo ricorderà, quando Carrie era il contraltare femminile di Chip Taylor. Dischi in duo belli e intelligenti di country rock contemporaneo. Poi lei ha deciso di approfondire le conoscenze strumentali (suona, benissimo, l'inconsueta chitarra tenore a quattro corde e il fiddle), ed ha anche cominciato a scrivere splendide canzoni, senza dimenticare però mai però che il suo cuore batte colpi alternati: è una Texana di Austin, ma il cognome dichiara anche molte, molte stille di sangue messicano. Praticamente l'incubo musicale di Donald Trump. Adesso con Lola esce, a testa alta, con un disco che oltre a presentare struggenti versioni di classici latini offre anche struggenti ballad in inglese, e un tono indolente e avvolgente che conquista al primo ascolto. C'è un ulteriore segreto. La chitarra elettrica country rock quasi “metafisica” come quella di “Paris,Texas” di Ry Cooder è quella di Bill Frisell. Evidentemente divertito e partecipe di questa curiosa avventura tex mex pura. (Guido Festinese)

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MOTORPSYCHO - Here Be Monster

I norvegesi Motorpsycho ci hanno abituati ad una continua sperimentazione e ricerca espressiva, oltre che a frequenti svolte linguistiche e stilistiche. Il loro modo di intendere il rock è da una ventina d'anni tutto all'insegna della creatività (grazie anche alle numerose e intelligenti collaborazioni), e di una rielaborazione talmente articolata, autorevole e persuasiva, da sembrare spesso compiutamente autentica, svincolata da "debiti" di qualsiasi sorta. In loro, comunque, convivono miriadi di frammenti della più diversa e storicizzata estrazione: dalla psichedelia al post rock alternativo, dall'hard rock a luminose striature californiane, dal progressive alla drammaturgia in musica, con magari mitologici risvolti nordici, dal jazz all'elettronica, e quant'altro. Uno stile, il loro, che più in generale (soprattutto per quanto riguarda quest'ultima pubblicazione) potremmo definire hard psych prog, come se Pink Floyd e Led Zeppelin precipitassero in un micidiale e vorticoso maelström, con però le voci di Crosby, Still e Nash (ovviamente più spiritati del solito) a condurre la "caduta".

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GREG TROOPER - Live At The Rock Room

Greg Trooper viene dal New Jersey e da molti anni scrive canzoni profondamente “roots” e colme di appassionato intimismo. La strada, le sconfitte, la voglia di riscatto e l’amore, appagante o inquieto che sia, costituiscono l’essenza poetica delle sue ballate, accolte con favore anche da un artista tormentato e creativo come Steve Earle. La dimensione live è quella più congeniale al songwriter americano e il Texas è una sorta di patria d’adozione artistica a cui Greg Trooper deve molto. Infatti, è proprio la città di Austin, straordinaria fucina di talenti musicale, a ospitare il concerto da cui ha origine quest’album. Al Rock Room, uno dei tanti, prestigiosissimi club della città texana, Greg Trooper offre una pregevole esibizione improntata alla schietta, affascinante semplicità degli arrangiamenti (in prevalenza acustici) e alla solida bellezza della sua voce. Sul palco si susseguono ballate come You Can Call Me Hank, Everybody’s a Miracle, One Honest Man e Might Be the Train. In compagnia di Chip Dolan e Jack Sauders, Greg Trooper mette in scena la più apprezzabile ritualità americana, fatta di beautiful losers e di anime inquiete in cerca pace. E il pubblico risponde. Con entusiasmo e coinvolgimento. (Ida Tiberio)

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RICHARD PINHAS - Deleuze, gli Heldon e la filosofia elettronica

Da più parti, si fa notare che l'evoluzione dell'elettronica non è stata un'applicazione di filosofie o di categorie concettuali, ma uno sviluppo esclusivamente tecnologico e strumentale, legato a sua volta al continuo perfezionamento di macchine e software. In gradissima parte, è vero. Non si può negare, tuttavia, che le elaborazioni teoriche – sin dai tempi di John Cage (Darmstadt, 1963), passando per Stockhausen a Dusseldorf e Colonia – abbiano avuto un qualche ruolo, forse mai indagato in forma compiuta ed esauriente. Di certo, la concettualizzazione filosofica è stata basilare per la ricerca e la musica elettroniche degli Heldon di Richard Pinhas, nella Francia degli anni Settanta.
Ancora adolescente, il francese Richard Pinhas si appassionò presto di musica e fondò il suo primo gruppo, i Blues Convention, assieme al futuro Magma Klaus Blasquiz. Dopo il liceo, Pinhas iniziò gli studi di filosofia alla Sorbona e, in parallelo, fondò il gruppo Schizo. Il nome era um omaggio al capolavoro del maestro Gilles Deleuze, L'anti-Edipo (edito in prima edizione nella capitale francese nel 1972, in collaborazione con Félix Guattari). La band – più che altro un progetto aperto, formula espressiva alla quale Pinhas sarebbe rimasto fedele anche in seguito – registrò solamente un singolo autoprodotto nel 1972 e si dissolse in quel medesimo anno, per lasciare libero Pinhas di dedicarsi in via quasi esclusiva ai suoi studi. Questo 45 giri, dal titolo Le Voyageur / Torcol, ottenne un successo di nicchia in ambito underground. Vi si potevano cogliere i primi echi, in musica, della filosofia di Deleuze, del quale Pinhas aveva seguito i corsi all'Università di Vincennes a partire dal 1970 e il cui pensiero cominciò ad influenzare grandemente l'artista. Il testo del primo brano del singolo – nello specifico – era una recitazione da parte di Deleuze, con una voce davvero particolare, di passi scritti da Nietzsche, riscoperto in Francia dal filosofo una decina di anni prima (G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, Paris, 1962). Il tutto su di un accompagnamento rock. Pinhas discusse quindi la sua Tesi di Dottorato, circa i rapporti tra la schizo-analisi deleuziana e la science-fiction, sotto la direzione di Lyotard. L'interesse per la fantascienza, sorta di contraltare letterario e narrativo dell'elettronica più futuristica e tecnologica, si radicò irreversibilmente nel giovane Pinhas, il quale nel 1973 incontrò per la prima volta lo scrittore Norman Spinrad (l'autore de La civiltà dei solari, tradotto in italiano da Nord, di Milano, nel 1970), a Los Angeles. Spinrad presentò anche all'amico Philip Dick Pinhas, che intervistò l'autore di Blade Runner per la rivista francese Actuel.

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GRANT-LEE PHILLIPS - The Narrows

Il motore del disco, leggendo qua e là in rete, sono le radici pellerossa di Grant Lee P; i ricordi e la (dolorosa) eredità dei nativi americani. Questa ispirazione si mostra in ballate tradizionali che esplorano le tante anime del Sud dell’Unione; la buona notizia, però, è che GLP torna a fondere quelle radici (già ben in evidenza nel precedente Walking In The Green Corn del 2012) con un piglio rock, perduto o quasi fin dalla fine dei Grant Lee Buffalo. E così dalle soffici sfumature gospel della conclusiva Find My Way si passa attraverso il passo pop di Cry Cry per finire a Tennesse Rain, che apre le danze elettrica e melodiosa come le migliori puntate del catalogo GLP. Non c’è dubbio che il pubblico di riferimento (!) di GLP nel 2016 sia il pubblico che lo ha seguito negli anni; The Narrows non cambia le carte in tavola. Però è un bel disco; non è poco. (Marco Sideri)

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VIOLENT FEMMES - We Can Do Anything

Come l’altro ottimo e contemporaneo ritorno (quello dei They Might Be Giants) il nuovo disco dei Violent Femmes è un album ingenuo e arzillo inciso da veterani navigati. Mica facile, fare cose del genere: spesso è il mestiere che detta le regole, dopo anni di musica. Invece qui versi come “Posso essere questo o quello / Posso tirare fuori un elefante dal cappello” suonano sorprendentemente speranzosi. La scintilla che anima le canzoni è impalpabile ma potente. We Can Do Anything è (di gran lunga) la miglior cosa che i VF incidono dalla fine degli anni 80. Musicalmente, il discorso è il solito: folk, pop, punk, frizzi, lazzi, ritornelli appiccicosi (Memory, Travel Solves Everything) e romanticismo scalcinato (Foothills, Untrue Love). Alla fine del disco uno è di buon umore. Capite l’importanza della cosa? Di. Buon. Umore. Di questi tempi: manna dal cielo. (Marco Sideri)

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