Rock

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AFRO CELT SOUND SYSTEM - The Source

A volte ritornano, davvero. E con tensione palpabile, e sulla schiena e nella testa tutta la tensione che occhi e orecchie saranno puntati su di loro, nessuno sconto per il nome. Il nome, per loro, conta moltissimo, perché identifica il progetto: Afro Celt Sound System. Accorpa termini immediatamente comprensibili, e immediatamente databili a quegli anni Novanta che vanno ora svaporando, ora tornando nei suoni e nelle estetiche. Loro hanno conosciuto defezioni e rivolgimenti, a volte è prevalso il lato sperimentale ed elettronico, a volte la polpa spessa delle voci e delle percussioni, ma un fatto è certo: chi riesce a resistere ai dieci minuti iniziali che aprono gentilmente il fuoco con due brani come Calling In The Horses e Beware Soul Brothers, pura magia sgranata e un suono che riesce ad essere se stesso continuando ad aggiungere, nella trama dello sfondo, poliritmie, arpe celtiche, kora, uillean pipes, cori angelici, ha davvero il cuore di pietra. E poi sono raffiche di rap africano, torsioni da reel e gighe del Tremila, botta e risposta tra attrezzi del suono che non dovrebbero parlarsi, e invece, a quanto pare, si parlano da sempre. Basta grattare con l’unghia sotto la superficie sporca della storia, per trovare precedenti illustri. Bentornati, comunque. The Source, la sorgente, era tutt'altro che inaridita. (Guido Festinese)

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LAURA GIBSON - Empire Builder

Dischi come Empire Builder furono (un tempo lontano) la norma; dischi malinconici, personali, americani, tendenzialmente indie, con voci particolari nel senso di dissonanti ma non troppo. Poi c’è stata la grande marea dei recuperi e dei ripescaggi, del futurismo a buon mercato, del non esistono più i generi. E quei dischi là sono passati di (relativa) moda. Ma esistono ancora, ovviamente, e vale la pena dirlo quando sono belli, come questo qui. Belli significa, in sostanza, ben scritti; con canzoni dotate di capo e coda; insieme scontrosi (per qualche dissonanza, qualche sbavatura) e classici. Belli significa, anche, ben interpretati; con personalità e proposito. Laura Gibson centra entrambi i tipi di bello; dieci canzoni che alternano folk e indie rock; parlano di cambiamenti e traslochi; funzionano subito ma non stancano sul lungo. Missione malinconicamente compiuta. (Marco Sideri)

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ARTISTI VARI - Southern Family

Dave Cobb è un talentuoso musicista e produttore di Savannah (Georgia), cresciuto in una famiglia di fede pentecostale (i devoti dello spirito santo), all'interno della quale gli unici ascolti ammessi riguardavano musica sacra e country più o meno istituzionale. Pare che Cobb, oltre ad aver coltivato "in segreto" una passione per il funky dei Meters (dai quali almeno una parte del jazz rock ha senz'altro attinto, pensiamo ai primi Headhunters di Herbie Hancock), sia cresciuto ammaliato da un vecchio disco del 1979, prodotto dal britannico Paul Kennerly (poi noto alle cronache per aver sposato Emmylou Harris), e interpretato da una serie di artisti, tra cui Wailon Jennings e sua moglie Jessi Colter, oltre che da Eric Clapton. Un concept album corale, incentrato sulla guerra civile americana, vista dalla parte confederata, che in piena epoca punk ebbe il merito di ravvivare l'attenzione per le articolate sonorità popolari e le forme musicali del vecchio sud. Poco più che quarantenne, oggi Cobb è un affermato produttore di Los Angeles, che non ha smesso di coltivare l'interesse per le variopinte e umanissime musiche del profondo dixie. Dopo aver prodotto lo scorso anno alcuni dischi di assoluto pregio nel campo della reinvenzione (in chiave soprattutto rock) del country nashvilleiano ("Metamodern Sounds In Country Music" di Sturgill Simpson, "Something More Than Free" di Jason Isbell, "Traveller" di Chris Stapleton e "Delilah" di Anderson East), si è nel frattempo prodigato per realizzare questo prezioso "Southern Family", che in effetti dagli elettroacustici anni '70 sembra in buona parte provenire: un'ammaliante e ispirata rassegna di songs, realizzata con il contributo di una serie di ospiti e amici (John Paul White, Jason Isbell, Brent Cobb, Anderson East, Miranda Lambert, Brandy Clark, solo per fare qualche nome), che davvero si presenta come un'illuminata espressione della varietà musicale dell'ex territorio schiavista. A colpire sono l'eleganza e la sottigliezza di un'antologia, che dalla prima all'ultima traccia non perde nulla della sua caratura e intensità, e all'interno della quale trovano spazio, senza alcuna barriera stilistica, come in una grande famiglia, limpido country e cadenze bluesy, ballatone rock e muscle shoals sounds, solare southern gospel e venature funky/soul, bluegrass e intarsi di southern rock. Insomma un disco di americana a tutto tondo, intriso di rispetto e sentimento, senza particolari "smargiassate", e però assolutamente capace di incidere. Da non perdere. (Marco Maiocco)

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MARY CHAPIN CARPENTER - The Things That We Are Made Of

Prodotto da Dave Cobb, vero e proprio mago dell'odierna riformulazione country folk, quest'ultimo lavoro di Mary Chapin Carpenter, autunnale folk singer di Princeton (New Jersey), a tre anni dal precedente "Ashes and Roses" (Zoë Records, 2012), cattura fin dal primo incedere. Lo compongono una serie di ballate profonde e avvolgenti (forse un po' troppo uniformi, ma sontuose nel tratto), che si segnalano per il tono meditativo e autoriale, le morbide sonorità, la sussurrata ed intima carica d'umanità. La Carpenter, interprete austera e solenne, racconta in realtà spesso della propria fragilità, di una personale lotta contro l'apatia, la noia (la depressione?), la riluttanza all'idea di aprirsi agli altri. Qui dispiega il tutto come attraverso una sorta di nebulosa e iridescente grazia soprannaturale, dispensante una specie di corroborante e ristoratrice quiete ipnotica. Brava. (Marco Maiocco)

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GRAHAM NASH - This Path Tonight

Fonti ben informate riferiscono di un Graham Nash oggi decisamente imbufalito con le bizze senili di David Crosby, tant'è che l'inglese id CSN & Y avrebbe giurato di non voler mai più lavorare col baffuto geniaccio musicale del gruppo. Allora, perché Nash pubblica un disco che è forse tra i migliori della sua carriera misurata in decenni, e incappa nel medesimo scivolone che ha seriamente danneggiato diverse prove recenti dell'amico di un tempo? Intendiamo qui la perfida risolutezza nel perseguire un suono anni Ottanta che, comunque lo giri, ha nessun pregio e solo difetti. Bene, fatta la tara sul brano iniziale, che purtroppo sarebbe stata anche un gran bella ballata, troverete qui altri nove brani del tutto degni del nobile artigianato folk rock del Nostro, forse il più sottovalutato del supergruppo, e forse invece montaliano “anello di tenuta”. Belle canzoni, bei testi, voce miracolosamente intatta, come Neil Young, ma un inizio da ripudio con abominio. (Guido Festinese)

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BUFFALO SUMMER - Second Sun

Il difficile secondo disco, come si suol dire. Ma a volte tale è lo slancio propulsivo del primo, che si può anche evitare la sindrome della ripetizione coatta. Anche perché qui c'è ben poco da ripetere: siamo in piena, magnifica “retromania”, e chi ha masticato qualche quintalata di rock puro e duro non  avrà alcuna difficoltà a farsi piacere il lungocrinuto quartetto del Galles. Nello specifico: Led Zeppelin alla carta vetro, e dai primi tre secondi dell'iniziale Money, in pieno delirio di potenza hard blues, una spolverata di Southern Rock di quello più crudo e vischioso, Humble Pie, qualche ricordo di Whitesnake, e via di seguito. Insomma: a Rival Sons e Wolfmother è il caso di accostare questi stradaioli e chiassosi Buffalo Summer. Che operano in un 2016 che somiglia molto a un 1976. (Guido Festinese)

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