Rock

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BOB DYLAN - The Real Royal Albert Hall 1966 Concert (Live)

Royal Albert Hall, Londra, quartiere nobile di South Kensigton, maggio del 1966, Bob Dylan e la Band quasi al completo (Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson) stanno facendo la storia della popular music, stanno cambiando il mondo (in meglio, o in peggio, chissà!?). Da quel momento la rivoluzione passerà per il sound (elettrico, sferragliante, urlato), prima ancora che dalle poetiche sulfuree parole. La gente "scappa", abbandona la prestigiosa sala, protesta: il simbolo di un folk radicale e autoriale - quasi trent'anni dopo il leggendario e già dissacrante concerto della Benny Goodman Orchestra alla Carnegie Hall di New York - ha acceso gli altoparlanti: inaudito! Il suono è ruggente, roboante, arrabbiato e abbandonato, come mai era stato prima: è il famoso tour inglese del 1966.

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STEELEYE SPAN - Dodgy Bastards

Con lo scorrere del tempo la meravigliosa voce di Maddy Prior si è opacizzata, annebbiata come luce lunare annegata tra bianche vaporose nubi, perdendo sì in lucentezza, ma se è possibile guadagnando in forza e determinazione, come già riscontrato nel precedente più epico e fantastico (grazie alle liriche del novelist Terry Pratchett) "Wintersmith", ormai risalente ad un paio d'anni fa. Qui gli Steeleye Span, quasi cinquant'anni di attività e non sentirli, sembrano quasi tornati alle atmosfere degli esordi (ricordate il capolavoro "Hark! The Village Wait"?) con digressive e oscure ballate intrise di mistero, morti violente, passioni, tormenti spirituali e religiosi, e con protagoniste tutta una serie di figure dell'ombra (i "loschi bastardi" del titolo), più o meno dickensiane. Un ritorno alla ballata popolare, quindi, magari quella più sotterranea ed esoterica, pur nell'ambito di una profonda solarità espressiva, attingendo abbondantemente alla famosa e fondamentale raccolta ottocentesca di Francis James Child, e però ancor più innervata di una poderosa, progressiva, a tratti metallica elettricità, in alcuni momenti paragonabile a certe inflessioni Jethro Tull (per così dire). Determinanti in questo senso i nuovi mirabolanti innesti in formazione, ad aggiungersi ai veterani Maddy Prior, Rick Kemp (basso) e Liam Genockey (batteria). Stiamo parlando della sorprendente (vero e proprio valore aggiunto) violinista Jessie May Smart (splendida anche alla voce), a sostituire Peter Knight, del chitarrista, mandolinista e tastierista Julian Littman (per la verità già parte del progetto precedente), e di un altro abile chitarrista dagli spunti cromatici Andrew "Spud" Sinclair (si ascolti il suo spettacolare solo - almeno così crediamo - dalle cadenze rock progressive in "Cromwell's Skull"). Un'ora e un quarto di musica scatenata, ammaliante, ancestrale e sperimentale (la loro): da non perdere. (Marco Maiocco)

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SÃO PAULO UNDERGROUND - Cantos Invisíveis

Sul sito dell’etichetta Cuneiform, l’ultimo lavoro di una delle molte personificazioni di Rob Mazurek (il progetto gemello Chicago Underground, il gruppo con Pharoah Sanders, Pharoah and the Underground, l’Exploding Star Orchestra) è catalogato come Jazz / Tropicalia / Electronic / World / Psychedelic / Post-Jazz. Sembrerebbe una recensione sufficiente, non resta che provare a spiegare come il cornettista di Chicago sia arrivato così lontano: un soggiorno di sei anni in Brasile, l’incontro con musicisti locali e dopo quattro album l’approdo a questa formazione, un trio espanso a quartetto con Mauricio Takara (batteria e percussioni, cavaquinho, Moog Werkstatt, voce) e Guilherme Granado (tastiere, sampler, percussioni, voce), due protagonisti della Psycho-Tropicalia contemporanea e in sette delle nove tracce con lo svizzero (ma ormai brasiliano d’adozione) Thomas Rohrer (rabeca, flauto, sax soprano, percussioni e voce). Tutti usano elettroniche varie, a cui il leader aggiunge il suono della sua cornetta per una proposta musicale che riesce nelle sue intenzioni, quelle di creare un sound trans-continentale tra Nord e Sud America, Africa e anche la meno prevedibile Asia (“Cambodian Street Carnival”), intimo e universale al contempo, spesso affascinante e immediato, altre volte aggrovigliato e impegnativo (i primi undici minuti dei tredici complessivi di “Falling Down from the Sky Like Some Damned Ghost”, tempesta sonora che si scioglie in un rasserenato finale). Il primo ascolto può affascinare o disturbare e al secondo può capitare esattamente l’inverso; ma non a caso il disco si chiama ‘Canti invisibili’: il rischio è non vederli per cui alla scrupolosa classificazione da cui siamo partiti conviene aggiungere ‘Astenersi perditempo’. (Danilo Di Termini)

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THE ROLLING STONES - Blue & Lonesome

Poco sappiamo di questa nuova indie band inglese che si fa chiamare Rolling Stones: bel nome, peraltro. Anche la Rete, in genere prodiga di gossip e anticipazioni tace, o si incanaglisce in giochi di rimandi che, francamente, portano a poco. Sta di fatto che, come vedremo, questo è un disco geniale e sorprendente, e capiremo perché. Intanto gustiamoci la copertina, con improbabili labbroni e una linguaccia sguaiata che potrebbe anche funzionare da esca, tale è la forza iconografica. Ma è il disco che merita parecchi ascolti, e a orecchie attente. Questi Rolling Stones hanno avuto un'idea geniale, una pensata mai avuta prima da nessuna band, per quanto sembri strano: un intero cd di cover di blues fatto da ragazzotti bianchi. Avete capito bene.

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PIERS FACCINI - I Dreamed An Island

Sono certamente mediterranee le isole che Piers Faccini ha sognato, perché in questo disco si percepisce chiara l’influenza del ‘Mare Nostrum’; le canzoni  nascono dal viaggio e dalla collaborazione con molti musicisti dell’ area; i due principali collaboratori sono il violista e violinista  tunisino Jasser Haj Youssef e il fedele percussionista italiano Simone Prattico, che suonano i quasi tutti i brani , ma appaiono anche nomi celebri, in un brano a testa,  come il fenomenale  multistrumentista  franco-iraniano Bijan Chemirami e il bassista Pat Donaldson, vero e proprio  ‘prezzemolo’ delle sale di registrazione con una lunga carriera che va da Sandy Denny a Richard Thompson, passando per John Hiatt e i Green On Red... Il senso di prossimità delle canzoni aumenta per la contaminazione con i dialetti della nostra penisola,  già evidente nel precedente disco di Faccini (con Vincent Segal)  Songs Of Time Lost, che continua qui con inserti di salentino nel brano Bring Down The Wall e con le strofe in siciliano (scritte da Fabrizio Cammarata) di Anima. Ennesimo buon disco per un personaggio poliedrico (è anche pittore di un certo pregio) che meriterebbe, forse, una maggiore visibilità. (Fausto Meirana)

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GILLIAN WELCH - Boots No.1: The Official Revival Bootleg

La buona notizia, ovvero l'uscita di un nuovo disco di Gillian Welch, perde un po’ d’interesse a causa del  fatto che Boots No.1:The Official Revival Bootleg sia  in realtà una raccolta, ma, a ben vedere, non si tratta di  un’antologia da poco… Il doppio cd  celebra il ventennale di Revival, il disco d'esordio della folksinger newyorchese, e ne pubblica la totalità delle outtakes insieme a molti demo (definizione un po’ riduttiva) dei brani che costituivano il disco, progetto incentrato su  di una manciata di canzoni  che sembravano provenire da un altro tempo. Nonostante il disco continui ad essere attribuito alla sola Welch, al suo fianco c’era, allora come adesso, l’efficace e fido David Rawlings con voce e chitarra; ben più che un comprimario, visti i momenti di primo piano che occupa sia col microfono che con lo strumento.

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