Rock

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BLACK MOUNTAIN - IV

I Black Mountain sono una comune musicale; espressione di per se demodé che ben inquadra anche la musica di questo ultimo IV (che è coerentemente il quarto album del gruppo). I Black Mountain fanno rock molto, ma molto, anni 70; il che significa che dentro ci trovate del folk, della psichedelia, un pochino di elettronica, qualche riff pesante, qualche coro angelico, qualche deviazione progressiva. I BM archiviano la (relativa) compattezza dell’ultimo Wilderness Heart (2010) e si concedono spazi ampi dove le canzoni vagano, placide e stralunate, per lunghi minuti. L’effetto è particolarmente felice; una scrittura solida e un’attenzione marcata nel dosare gli arrangiamenti rendono IV un disco fluido e gradevole da ascoltare, nonostante i molti passati che si rincorrono all’interno. Siti meno eleganti di questo potrebbero definirlo un disco da cappelloni. (Marco Sideri)

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CHARLES BRADLEY - Changes

Il confine tra modello, copia, tributo, replica, ispirazione e plagio è labile ed è, pure, al centro di molta musica degli ultimi decenni. Ci sono dischi (tanti) che guardano indietro in modo spudorato e strafottente. Scegliere quali ascoltare è questione di personalità (dall’autore); unico criterio valido quando il riciclo è pacificamente il linguaggio in uso. Ecco: C Bradley, scovato a imitare James Brown sui palchi polverosi dell’America di serie B, personalità ne ha da vendere. Dopo una vita di ordinarie e profonde difficoltà (recuperate, se vi va, il bellissimo documentario Soul of America, 2011) Charles si è messo a cantare la sua propria versione del soul tradizionale grazie alla benemerita Daptone di NY. Changes è il suo terzo disco ed è bello come i precedenti. Anzi, un filo di più: è un disco dove il passato si fa presente, e manco te ne accorgi. (Marco Sideri)

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ERIC BIBB AND NORTH COUNTRY FAR WITH DANNY THOMPSON -  The Happiest Man In The World

E' ben vero che la somma aritmetica di molti fattori positivi non garantisce di per sé risultati d'eccellenza, com'è ben dimostrato da tanti “flop” di supergruppi nella storia delle musiche popular di ogni latitudine, ma è altrettanto vero che pedine ben scelte e ben mosse difficilmente fanno giocare brutte partite. Eric Bibb, ad esempio, mette con questo disco un bel sigillo sulla sua personale ricerca del disco perfetto col gruppo perfetto. Perché il sessantaquattrenne bluesman da anni in residenza europea ha attorno la North Country Far, ovvero tre dei migliori strumentisti “roots”, dalla Finlandia, e in più c'è il colpo da maestro di mettersi accanto, a distribuire toniche pastose, Danny Thompson, il gran signore del contrabbasso del folk progressivo inglese. Risultato: un disco di ammaliante bellezza e (apparente) semplicità, concluso trionfalmente con una versione acustica e bluesy di You Really Got Me, pregiata ditta Kinks, che, ancora una volta, ci fa vedere da dove arrivino le cose. (Guido Festinese)

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E’ paradossale dirlo (ma i paradossi anche “cosmici”, sono parte costitutiva di ogni narrazione distopica), ma il secondo decennio degli anni Duemila sarà ricordato dagli amanti dello space rock classico come uno dei momenti più intensi ed ispirati della band space rock per eccellenza, gli Hawkwind. La ciurma dello spazio è cambiata, s’è avvicendata, ha conosciuto abbandoni definitivi e ritorni a sorpresa, ma l’implacabilità nel mantenere un’estetica apparentemente semplice fatta di suoni floydiani e hard rock spietato, elettronica povera e noise, condita con testi sci-fi e notevole attitudine ecologista è un merito assoluto. Blood of The Earth, Onward, Take Me To Your Leader erano ottimi lavori. Ma The Machine Stops è un disco eccellente, e degno di contendere il podio a Warrior On The Edge Of Time, Levitation ed altri capitoli gloriosi di Capitan Brock, sempre alla cloche della navicella, rattoppata ma ancora filante come il Millenium Falcon di Harrison Ford. Qui si mette in musica un racconto di fantascienza dei primi del ‘900 che anticipava largamente tutte le tematiche di Matrix. Chi, se non loro, poteva  farlo con classe rock british e cadute libere nei buchi neri del rock? (Guido Festinese)

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ALLMAN BROTHERS BAND - Live From A&R Studios, New York

Qualcuno tempo fa ha sottolineato, a ragione, che gli Allman Brothers, pur avendo fatto uscire qualche “live” non trascurabile, dopo la stagione gloriosa del Fillmore East, avrebbero avuto ben altre frecce in faretra. Forse non l'abbondanza bulimica dei Grateful Dead, ma almeno razioni caloriche sufficienti a colmare il vuoto lasciato dalla gloriosa sigla sì. Finalmente i nostro ci hanno ripensato, ed ecco, per l'etichetta che sembra promettere altri tesori, il primo reperto. Che è praticamente (quasi) il Sacro Graal del Southern Rok: l'ultimo concerto con Duane Allman prima del tragico incidente che inghiottì i suoi tumultuosi ventiquattro anni. Repertorio simile al Fillmore, ma risposta sonora perfetta, questa da “live in studio”. E la versione di You Don't Love Me eguaglia e forse surclassa quella già consegnata ai posteri. Dunque, si aprano gli archivi, Mister Gregg Allman: questo è patrimonio sonoro musicale dell'umanità rock. (Guido Festinese)

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THE LAST SHADOW PUPPETS - Everything You've Come To Expec

Chissà cosa hanno di tanto brutto questi anni duemila (10) se appena un musicista ha un po’ di successo (o di denaro) corre a rinchiudersi in una bolla di realtà virtuale che rimanda (o ricalca) un passato più o meno lontano. Guardate Jack White che insegue il blues delle origini; guardate i LSP (Alex Turner di casa Arctic Monkeys e Miles Kane di casa Mile Kane) che, britannici trapiantati a LA, si calano in una fantasia jamesbondiana tutta archi sontuosi e ballate di velluto. Come se fosse il 1963, quello vero. Le canzoni non sono male (ottima, come spesso accade, l’apertura con Aviation), gli arrangiamenti sono curati. Quel che più colpisce, però, sono le (rare) deviazioni; l’essenza di questo disco è dichiaratamente nostalgica. In conseguenza, il suo pubblico di riferimento sono i nostalgici. Anni 2000 o non anni 2000. Il progresso è un’altra roba. (Marco Sideri)

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