Rock

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VIOLENT FEMMES - We Can Do Anything

Come l’altro ottimo e contemporaneo ritorno (quello dei They Might Be Giants) il nuovo disco dei Violent Femmes è un album ingenuo e arzillo inciso da veterani navigati. Mica facile, fare cose del genere: spesso è il mestiere che detta le regole, dopo anni di musica. Invece qui versi come “Posso essere questo o quello / Posso tirare fuori un elefante dal cappello” suonano sorprendentemente speranzosi. La scintilla che anima le canzoni è impalpabile ma potente. We Can Do Anything è (di gran lunga) la miglior cosa che i VF incidono dalla fine degli anni 80. Musicalmente, il discorso è il solito: folk, pop, punk, frizzi, lazzi, ritornelli appiccicosi (Memory, Travel Solves Everything) e romanticismo scalcinato (Foothills, Untrue Love). Alla fine del disco uno è di buon umore. Capite l’importanza della cosa? Di. Buon. Umore. Di questi tempi: manna dal cielo. (Marco Sideri)

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VITA BERGEN - Disconnection

Dunque, esercizio di stile compilatorio. Provate ad andare con la memoria ai gloriosi Gun Club che furono, nel loro cavar fuori melodie strazianti dal cilindro del (post)punk, poi aggiungente la minacciosa, tambureggiante attitudine dei Kevin Cobblers Club, e di club ne otterrete uno nuovo, quello dei Vita Bergen. Che sono in otto, arrivano dalla Svezia, e nel loro Paese si sono meritati un bel riconoscimento come miglior gruppo rock emergente. Tant'è che Glitterhouse ha fiutato la grandezza, e pubblica il primo disco. Che è bello, potente, a tratti squassante per la crudezza asciutta delle due voci innestate su giri armonici tanto semplici quanto efficaci, e ricorda un sacco di altre cose: ad esempio la grandeur degli U2 quando ancora erano dei ragazzi irlandesi con un grande avvenire davanti, molte idee e molto suono, lo spectoriano “wall of sound” applicato alla polpa sonora che avvolge il tutto, e così via. Post punk pop come dovrebbe essere sempre: efficace, diretto, misteriosamente semplice, semplicemente complicato, in modo da attizzare il gran falò del rock che forse non brucia più tanto, ma neppure è cenere. (Guido Festinese)

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GRANT-LEE PHILLIPS - The Narrows

Il concentrato legame tra romanticismo, memorie, sacrifici e tragedie storiche e abilità senza eguali – unito a quelle speranze, paure e isolamento che accompagnano una transizione – forma lo scenario di "The Narrows", l'ultimo album di Phillips in uscita per Yep Roc Records. Inondato da una boscosa e avvolgente e vibrante atmosfera di suoni, le tredici tracce dell'album sono marcate da un bramoso senso di risolutezza. Questo set di brani si muove tra il personale e lo storico – come un obiettivo che zooma avanti e indietro. Si concentra sui Creek e sui Cherokee, da cui Grant‐Lee Phillips discende, e sulle loro vicissitudini su una terra che non possono più chiamare casa. Il disco è imperniato delle storie e delle energie di quei territori e di quelle persone. "The Narrows" bilancia la storia con la personale realtà di Phillips, tra luoghi di nascita, continui scambi tra matrimonio e paternità, e la scomparsa di suo padre. "Un giorno mi avventurerò in quelle terre dell'Arkansas da cui proviene la famiglia di mio padre" spiega Phillips. "C'è una parte giù al fiume vicino alla vecchia casa di famiglia conosciuto come The Narrows – la parte non tanto amichevole in cui lotti contro la corrente e provi a non venir trascinato via. Ci vedo una metafora in tutto questo...". In uscita giovedì 17 marzo.

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RICHMOND FONTAINE - You Can't Go Back If There's Nothing To Go Back To

La Décor Records è lieta di presentare il decimo album in studio dei re dell'alternativecountry Richmond Fontaine, alla loro prima uscita dopo 5 anni di assenza. Il compositore della band, Willy Vlautin, ha dedicato questo disco a tutti quelli che hanno raggiunto il limite, stanno per raggiungerlo o sono lì lì per scontrarcisi. È un disco che parla del prezzo da pagare per vivere come si vive. Registrato e prodotto a Portland, Oregon, da John Askew nei Flora Studios, "You Can't Go Back" vede alla batteria Sean Oldham, Dan Eccless alla chitarra e Paul Brainard alla pedal steel. Freddy Trujillo (The Delines) e il suo basso si sono uniti per la prima volta alla band mentre l'amica di lunga data Jenny Conlee (The Decemberists) ha dato il suo contributo alle tastiere. Con un'atmosfera così familiare, il cantautorato di Vlautin ha avuto ampio spazio per raggiungere profondità, intimità e intrinseco valore artistico. Disponibile da giovedì 17 marzo.

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JEFF BUCKLEY - You And I

La santificazione immediata post mortem è fenomeno diffuso e irritante, nel mondo del rock: vedi alla voce Brian Jones, Kurt Cobain, Jim Morrison, Jimi Hendrix, e via citando. Jeff Buckley incluso. Ma cotanto innervosiente accadimento è pareggiato anche dallo snobismo indifferente ad ogni uscita postuma, a prescindere, come avrebbe detto Totò. Jeff Buckley, o meglio, la sua figura splendida ed evanescente sparita poi per sempre ha patito entrambe le sorti. Il consiglio secco è di evitare polemiche, e di procurarsi subito il disco: che per fortuna non è afflitto da sovraincisioni inopportune, come capitò ad altra raccolta, non è l'ennesimo “live” spacciato per quello definitivo del ragazzo che fece in tempo a completare un solo disco capolavoro, ed è, semplicemente, una raccolta di canzoni, soprattutto “cover”, che nel '93 in studio Jeff provò e incise più che altro per sondare se stesso e il suo repertorio, consapevole che lo attendevano serate intense, a volte estenuanti nel circuito dei locali. E serviva (bel) materiale. C'è una primordiale Grace, e l'idea, letteralmente “narrata”, di Dream Of You And I. Ma troverete anche nuove versioni di Calling You, una Just Like A Woman dylaniana da pelle d'oca, un paio di schegge dolenti degli Smiths, una dai Led Zeppelin, perfino un inedito sondaggio a casa Sly & The Family Stone. Gioiellini tirati fuori da un mucchio di polvere.Tirati a lucido, e che brilleranno, ora, per sempre. (Guido Festinese)

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LUCIANO FEDERIGHI - By The Lonely Lights Of The Blues

Luciano Federighi è uno dei “tesori nascosti” delle note in libera declinazione afroamericana della Penisola. Lo guardi da fuori, e vedi un simpatico colosso barbuto di mezza età che disserta con amabile ed enciclopedica sicurezza di ogni rivolo delle note blu, specialmente quelle che hanno a che fare con gli aspetti più vari della vocalità, ed infatti il Nostro professore e ricercatore è. Poi quando mette le mani su una tastiera, o gli viene un'idea, si trasforma in una perfetta macchina da costruzione di memorabili blues a stelle e strisce, e non solo. Perché dalla sua ha anche un vocione da baritono attraversato da insospettabili armonici al miele, insomma, un Howlin’ Wolf che ha anche la dolcezza di un micio. Questo è l’ultimo disco, e al solito “Big Luciano” si fa aiutare da gente scaltrita che ha un piede nel jazz, e uno nel blues ed affini: vale a dire Michela Lombardi alla voce, Alessio Bianchi alla tromba, Dave Moretti all'armonica (e che armonica!), Andrea Garibaldi al piano, Tiziano Montaresi alla chitarra, Mirco Capecchi al basso. Sedici brani uno più bello dell’altro. E se qualcuno vi dice che non esiste una via toscana al blues, fategli ascoltare questo disco senza dirgli nulla. (Guido Festinese)

Top ten del mese

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