Rock

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SOAPKILLS - The Best Of

Meraviglia delle meraviglie. Ci sono gruppi indie che hanno il tempo di un soffio concesso dagli dei del mercato, si affacciano, scompaiono. E chi ne perde è l'intelligenza musicale complessiva. No, non arrivavano dal Canada o dagli Usa i Soapkills. Erano libanesi di Beirut. Nel primo lustro del 2000, dunque giusto una decina d'anni, fa fecero uscire tre dischi di una bellezza nuda e sconvolgente. Una voce femminile sensuale come la carambola di una veste leggera appesa al sole, elettronica dosata con sapienza alchemica, schegge dub e trip hop ad avvolgere il tutto, echi di un medioriente che appaiono e si dissolvono. E quella sensazione di meraviglioso equilibrio tra pieni e vuoti che solo Bill Laswell, Brian Eno e Jah Wobble hanno saputo maneggiare senza ustionare la musica. Se non ne avete mai sentito parlare procuratevi questo “best”, che peraltro contiene due inediti. Non ve ne pentirete. Per la cronaca, Zeid Hamdan è poi finito anche tra le grinfie dei militari. Ma per fortuna è vivo. E Yasmina, l'altra metà, ha iniziato un'altra carriera a Parigi. Questo resta un sogno che ha lasciato ben più che tracce sconnesse e inarticolate. (Guido Festinese)

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THE BESNARD LAKES - A Coliseum Complex Museum

Più che un gruppo, i Besnard Lakes sono un duo moglie-marito (Jace Lasek e Olga Goreas) di Montreal che si espande in forma di collettivo sonoro al momento di incidere i propri dischi. Al pari dei lavori precedenti, A Coliseum  Complex Museum suona come il prodotto di un’orchestra psichedelica (e anche un po’ shoegaze) che ama evocare atmosfere sognanti quanto quelle dei Tame Impala  - ma a briglia più sciolta - e impreziosite da impasti vocali che rendono esplicito omaggio ai Beach Boys di Pet Sounds e dintorni. L’effetto pastoral-cosmico che ne deriva è ad alto coefficiente di reversibilità e può così capitare di  trovare il disco suadente e vorticoso durante un ascolto e narcolettico e uniforme in quello successivo. Alla fine prevale la sensazione positiva, anche per la presenza di un pezzo epico come Nightingale che farebbe un figurone persino in un disco dei più acclamati concittadini Arcade Fire. (Antonio Vivaldi)

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VARIOUS ARTISTS – GEORGE FEST (A NIGHT TO CELEBRATE GEORGE HARRISON)

Il concerto tributo tenutosi il 28 settembre 2014 al The Fonda Theater di Los Angeles che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Brian Wilson, Norah Jones, Brandon Flowers (Killers), Conan O'Brien, Flaming Lips, Black Rebel Motorcycle Club, Cold War Kids, Ben Harper, Britt Daniel (Spoon), Ann Wilson (Heart), Dhani Harrison, "Weird Al" Yankovic, Nick Valensi (Strokes), Ian Astbury (Cult) e Perry Farrell. Il tributo ha avuto la regia organizzativa di Dhani Harrison, figlio dell'ex Beatles scomparso nel 2001, oltre alla registrazione del concerto il DVD contiene delle interviste con i musicisti intervenuti che raccontano quanto George Harrison sia stato influente per la loro arte, immagini del backstage e delle prove del concerto stesso. Spiega Dhani Harrison: "Ho sempre immaginato un piccolo club dove la mia generazione di musicisti potesse suonare i pezzi più profondi della sua carriera. Così, in modo completamente nuovo e vibrante, mi sono ritrovato sul palco con alcuni dei miei eroi musicali al suono della musica più familiare della mia vita. Spero che l'ascolto possa essere piacevole per voi come lo è stato per me. Sono le migliori interpretazioni che avrei mai potuto immaginare per George".

In uscita venerdì 26 febbraio 2016

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WILLIE NELSON - Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin

La chiave di lettura di questo disco sta nel Gershwin Prize per la canzone popolare assegnato a Nelson dalla Library of Congress nel 2015. Settantatré anni, da Abbot, Texas, primo disco inciso a diciannove, Nelson è una vera e propria leggenda della Musica Americana. E i fratelli Gerswhin sono due tra le colonne portanti di un tempio musicale (qui da noi vissuto più in ambito jazzistico di quanto lo sia negli States) al quale, prima o poi, tutti si recano a portare il loro (con)tributo. Nelson lo fa a modo suo e non potrebbe essere altrimenti; con un gruppo country-oriented, il risultato è sempre piacevole, anche se la voce non è certo quella di un crooner di razza. Peraltro i due episodi meno riusciti del disco sono i duetti, “Let's Call The Whole Thing Off" con Cyndi Lauper e "Embraceable You" con Sheryl Crow: nel primo perché la buffa vocina della Lauper porta la canzone su un piano troppo macchiettistico (e non si può far a meno di rimpiangere Ella & Louis), il secondo perché la Crow è troppo levigata nell’esposizione e non convince vicino alla voce polverosa di Nelson (e anche l’arrangiamento qui pecca nel melenso). Il resto è intrattenimento, ma di gran classe. (Danilo Di Termini)

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MARLON WILLIAMS - Marlon Williams

Marlon Williams è un giovane neozelandese (classe 1992) con l'americana nel sangue (ma non solo in realtà), nativo della cittadina di Lyttelton, circa tremila anime affacciate sull'omonima baia nella meridionale regione costiera di Canterbury. Per metà di origini maori (il villaggio indigeno di Rāpaki è poco distante), sembra che Marlon sia cresciuto consumando i dischi dei genitori (il padre è un musicista dilettante) e che al tempo stesso abbia raccolto e assimilato la lezione del canto corale nella vicina comunità della Christchurch Cathedral, non facendosi nemmeno mancare una prima infarinatura d'educazione accademica. Questo suo esordio, inizialmente indirizzato al mercato australiano e ovviamente neozelandese, e che la statunitense Dead Oceans (l'etichetta di Ryley Walker, per esempio) ha il merito di diffondere su quello internazionale, è una pregevole e soprattutto autorevole raccolta di ballate, che possiede tutto il dramma e la tensione dei grandi spazi americani. In essa si fondono le radici tenebrose delle murder ballads e del folk più austero e rigoroso con il luminoso afflato religioso del gospel, le polverose campiture western con il country più "nero" e fuorilegge, in un'ideale mescola tra Johnny Cash, Elvis Presley, Nick Cave, Roy Orbison, non lasciando da parte il disperato lirismo della famiglia Buckley, o l'allucinata serenità del country di Gram Parson. Poco più di trenta minuti di musica, come accadeva una volta (tre cover e sei composizioni originali), per un esordio da incorniciare. (Marco Maiocco)

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AZIZA BRAHIM - Abbar El Hamada

Ci sono voci che si impongono, perentorie, al primo ascolto. Perché portano l'alito fresco della libertà, la scaturigine profonda dell'insofferenza per chi si ammanta di gelide ragioni di stato per negare esistenza agli altri. Aziza Brahim è la voce, l'ambasciatrice, il dito puntato del popolo Saharawi contro l'indifferenza del mondo. Ancora oggi se provate a chiedere a qualcuno dov'è quella gente, vedrete facce perplesse. Sono una stato negato, come la Palestina, e sono gli abitanti originari del Sahara occidentale. Vessati, imprigionati, racchiusi in campi precari che poi diventano definitivi dal Marocco. E dai complici silenti d'Occidente. La stessa Aziza è cresciuta in un campo. Poi ha fatto base a Cuba, infine, sede definitiva, a Barcellona: il motivo per cui sentirete assertive canzoni anche in spagnolo, qui. La musica è un sontuoso trance blues desertico, infittito di apporti di grandi musicisti dall'Africa occidentale a chitarre e percussioni, e con la la produzione del Principe acquisito del desert rock, Chris Eckman dei Walkabouts, uno che con certe note trasversali ed “etniche” (Dirt Music, Tamikrest, Bassekou Kouyate) ha trovato modo di dar nuova linfa alla popular music. (Guido Festinese)

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