Rock

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BUFFALO SUMMER - Second Sun

Il difficile secondo disco, come si suol dire. Ma a volte tale è lo slancio propulsivo del primo, che si può anche evitare la sindrome della ripetizione coatta. Anche perché qui c'è ben poco da ripetere: siamo in piena, magnifica “retromania”, e chi ha masticato qualche quintalata di rock puro e duro non  avrà alcuna difficoltà a farsi piacere il lungocrinuto quartetto del Galles. Nello specifico: Led Zeppelin alla carta vetro, e dai primi tre secondi dell'iniziale Money, in pieno delirio di potenza hard blues, una spolverata di Southern Rock di quello più crudo e vischioso, Humble Pie, qualche ricordo di Whitesnake, e via di seguito. Insomma: a Rival Sons e Wolfmother è il caso di accostare questi stradaioli e chiassosi Buffalo Summer. Che operano in un 2016 che somiglia molto a un 1976. (Guido Festinese)

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SANTANA - IV

Nelle intenzioni di Carlos Santana questo disco dovrebbe chiudere, dopo quarant’anni (!) una quadrilogia, costituita dall’esordio omonimo, seguito dall’enorme successo di Abraxas (con Samba Pa Ti e Oye Como va) e dal meno convincente ma energico Santana 3. In questi dischi il chitarrista messicano aveva creato un genere nuovo, un ibrido tra la musica latina e il torrido rock-blues dell’inizio degli anni’70 riscuotendo un enorme successo. Successivamente se ne sarebbe allontanato, avvicinandosi al jazz-rock e a collaborazioni importanti con artisti come John McLaughlin e Alice Coltrane fino ai contatti con Miles Davis.  Di recente, al contrario, la musica di Santana ha raggiunto spesso le vette delle classifiche perdendo però in qualità e originalità.

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MAMASUYA & JOHANNES FABER - Mexican Standoff

Mettiamola così: immaginatevi una jam session sapientemente speziata di funghetti lisergici (o di grignolino: va bene lo stesso) tra il Miles Davis del 1972, quello completamente assunto nel cielo dell'elettricità estrema e delle sequenze iterative, il Neil Young delle cavalcate da bufalo impazzito di watt con i suoi Crazy Horse, aggiungete al tutto qualche rarefazione tex mex in odore di Califone e di Americana desolata, e una manciata abbondante di spezie space rock e space jazz da glorioso film di serie b. Risultato alchemico ottenuto: i magnifici Mamasuya con Johannes Faber, trombettista eccellente che, tra le credenziali, ha anche quella di aver avuto a che fare da protagonista con le vicende jazz rock. Vedi dalla voce Billy Cobham. Un disco sorprendente che dimostra, ancora una volta, che chi sa dosare con attenzione, intelligenza e una buona vena di azzardo ingredienti noti ottiene piatti inediti e calorici assai. Nicola Bruno (La Rosa Tatutata, Paolo Bonfanti) e Stefano Resca perni ritmici perfetti a basso e batteria, Matteo Cerboncini alla fiammeggiante chitarra. (Guido Festinese)

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TERRY LEE HALE - Bound, Chained, Fettered

Gli passano per tutti, sono passati anche per lui, i capelli hanno preso abbondanti spruzzate di bianco. La notizia è però che il texano che scrive (splendide) canzoni e, nella scena di Seattle che fu, ottenne stima e riconoscimenti da assai più crudi (punk)rockers è ancora tra noi, ed ha scelto di far base a un oceano di distanza dalla sua terra, a un tiro di fionda da noi. Vive attualmente a Marsiglia, e forse lo spirito libertario, irriverente ed  amaro di Jean Claude Izzo gli ha ispirato indirettamente queste memorabili nove tracce che ci raccontano, ancora una volta, storie di un talkin' blues notturno e sapiente, impreziosito da tocchi alla Ry Cooder, inflessioni dylaniane, crepuscoli loureediani: qualcosa che sarebbe piaciuto ai gloriosi Morphine che furono, e all'attuale Tom Waits. Poi uno va a spiluccare nel libretto e scopre invece che ad accompagnare il nostro ci sono gli italianissimi Sacri Cuori, gente che ha una certa appassionata dimestichezza con i torpori e gli afrori rock blues,  occasionalmente screziati di capriole d'armonica a bocca e sax baritoni grandi, grossi e gentili.  Antonio Gramentieri dei “Cuori”  ha prodotto il tutto. Bene. (Guido Festinese)

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BEN WATT - Fever Dream

Nel 2014 Ben Watt era tornato ad incidere nuove canzoni dopo un turbolento periodo della sua vita, tra malattie, lutti, scrittura e l’attività di DJ e produttore discografico. Hendra è stato il disco del ritorno, dopo una trentina d’anni, e ha ricevuto una buonissima accoglienza dalla stampa e, soprattutto, da chi lo ricordava come la metà maschile degli Everything But The Girl, il gruppo fondato assieme alla compagna di vita Tracey Thorn. Nelle interviste che promuovono Fever Dream Watt sostiene che difficilmente il duo si ripresenterà sulle scene, mentre la sua carriera solista sembra prendere il volo con questo disco, che, pur restando nel solco scavato da Hendra, sembra compattare maggiormente l’ispirazione; il lato malinconico domina e  le riflessioni su vita, amicizie e rapporti interpersonali sono al centro della scrittura. Continua anche qui la fruttuosa collaborazione con Bernard Butler degli Suede, le cui chitarre caratterizzano con gusto e semplicità  le delicate composizioni di Watt. (Fausto Meirana)

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PJ HARVEY - The Hope Six Demolition Project

Questo disco è il risultato di cinque anni di viaggi, meditazioni ed esperimenti di PJ in giro per il mondo. Già nel 2011 Miss Harvey parte per l’Afghanistan con il fotografo Seamus Murphy; l’idea è seguire la guerra fino ai giorni nostri, dopo l’esercizio di revisione storica di Let England Shake (2011) sui campi insanguinati della prima guerra mondiale. Da lì, viaggi in Kosovo, America, eventi, libri, video e anticipazioni che prendono, oggi, forma, finalmente, di disco. Disco che rimane fedele al linguaggio (elettrico, melodico, diretto) del precedente, semplificando la formula e riducendo all’osso i suoni. PJ H oramai padroneggia l’arte di scrivere canzoni; queste qui sono un ideale punto d’incontro tra certe sofisticazioni recenti e il suono viscerale dei celebrati esordi (torna qua e là persino una personale ipotesi blues). Un (altro) gran bel disco. (Marco Sideri)

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