Rock

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SON VOLT - Notes Of Blue

Pare sia ispirato al blues classico quest'ultimo disco dei Son Volt, vera e propria creatura artistica del cinquantenne Jay Farrar, il quale con Jeff Tweedy e gli Uncle Tupelo diede inizio, ormai molti lustri fa, alla grande stagione dell'alternative country, ovverosia a quell'intuizione che un certa formulaicità potesse essere riproposta a partire da "inquadrature" differenti o come filtrata dalla "magica" interposizione di un prisma. Dall'ascolto intenso di bluesmen rurali come Mississippi Fred McDowell e Skip James (i mentori indicati da Farrar) sarebbe dunque nato questo "Notes Of Blue", timido gioco di parole tra l'espressione blue notes e la parola blues. L'album parte in modo elegante e però un po' convenzionale ("Promise The World"), per poi subito accendersi ed acquistare efficacia espressiva, grazie a uno spettacolare (e tutto sommato insolito per i Son Volt) sferragliare di chitarre elettriche ("Back Against The Wall", e soprattutto "Static", "Cherokee St" e poi "Lost Souls" e Sinking Down"). L'anima più morbida e riflessiva di Skip James (fin qui è stata omaggiata solo quella più ruspante e sorniona di Fred McDowell) viene rievocata dagli arpeggi country blues e dal canto assottigliato di "Storm" o di "Cairo and Southern". Ma il blues qui è ovviamente solo una sorta di nobile pretesto, non risiede certo nella riproposizione di un linguaggio né tanto meno di una codificata forma musicale, bensì nell'evocazione di un sentimento e nell'incisiva rielaborazione di alcune scarne cadenze. Per il resto questo breve documento discografico, coerente e ordinato, si nutre (in buona parte) della consueta desolazione alternative country (molto più post rock che blues, la quale è musica della vita, e non della tristezza, o non solo), per declinare ancora una volta in modo sapiente e ispirato una sempre valida idea di folk rock. Niente male. (Marco Maiocco)

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MIND OVER MIRRORS - Undying Color

La partenza è di quelle da moderno folk radicale, ipnotico, seriale, ossessivo, nemmeno particolarmente variato nella sua "ottusa" e "ingolfata" iteratività, sembra quasi di sentire i Black Twig Pickers a contatto con una qualche tarantolata danza del nostro sud magico. Poi si entra in ronzanti territori catartici ancor più sperimentali, tra il ripetitivo minimalismo di matrice colta (Terry Riley, Steve Reich), un'elettronica d'antan dal procedere quasi rituale e voci sperdute di impronta nordica o addirittura "neoclassica". Violini morbidi e "molleggiati" tornano poi a dialogare con la vellutata "voce" di un harmonium indiano e una serie di sintetici suoni analogici, la cui circolare artificialità può ricordare la nobile ed euristica esperienza del kraut rock e al contempo le sperimentazioni più pop di un Alan Parsons (a venire subito in mente è "I Robot"). Ne risulta una sorta di neo-folk da camera, sospeso tra un'avanguardia rurale, prefigurante possibili primitivi scenari futuri (non necessariamente apocalittici: potremmo anche essere in un'oleografica tregua miyazakiana), e una sofisticata e lentamente pervasiva drone-music (giusto per rifarsi al ronzio di prima). Ma l'intento del chicagoano Jaime Fennelly e dei suoi collaboratori sembrerebbe prima di tutto di tipo contemplativo e naturalistico (per quanto aggiornato), ovvero sia riprodurre in musica, anche attraverso l'artificio, colori e sfumature tipiche del paesaggio, sì da realizzare persistenti e suggestive campiture sonore, capaci anche di riflettere la ciclicità degli eventi naturali. Un soundscape singolarmente composito e avvolgente, il loro, in perfetto equilibrio tra meditazione estatica e allucinazione profetica, creativamente sganciato dai più scontati schemi di molta della popular music contemporanea. Da ascoltare. (Marco Maiocco)

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PAUL ROLAND – White Zombie

Il mondo "voodoo" è comparso altre volte nei dischi del poliedrico Paul Roland; stavolta l'artista inglese gli dedica un vero e proprio concept album; le note da lui redatte per l'inserto di copertina spiegano l'origine della scelta; raccontano che nell'estate del 1994 incontrò a New Orleans Dr. John, "The night tripper", dal quale venne iniziato all'antico culto; fu un'esperienza esoterica che ebbe un sorprendente effetto sulla sua vena compositiva; elaborò infatti 22 canti con l'idea di usarli come colonna sonora di "White Zombie", un film del 1932 con Bela Lugosi; tale progetto rimase però inattuato; tre anni fa l'incontro con valenti artisti e produttori nostrani (tra i tanti Max Marchini, Paola Tagliaferro, Paolo Tofani, Annie Barbazza...) fece sì che non andasse perduto, anzi, che sfociasse, dopo una lunga e attenta gestazione, in una nuova e più completa opera, pubblicata ora dalla italiana Dark Companion in edizione limitata numerata a mano. Tra le tracce del disco, evocative delle atmosfere voodoo e spesso in francese-creolo, alcune gemme nel suo inconfondibile stile come "Wake! Madalene wake!", "Summoners of soul" e "20 years ago"; proprio rifacendomi a quest'ultima posso dire che ascoltare "White Zombie" sia come compiere un viaggio nel quale approdiamo verso lidi sconosciuti e misteriosi; forse non ci cambieranno, ma sicuramente lasceranno il segno. (Marco Bonini)

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LEIF VOLLEBEKK - Twin Solitude

Questo bel disco, malinconico e lento si regge soprattutto sulla bella voce di Vollebekk, cantautore canadese che si era fatto notare alcuni anni fa con North Americana; Twin Solitude non nasconde la derivazione dall’affollato parterre dei songwriter nordamericani, casomai ne evidenzia il lato intimo, ricorrendo ad arrangiamenti scarni ma estremamente curati. La batteria, ad esempio, è registrata quasi allo stesso livello della voce e talvolta copre anche l’assenza del basso, mentre in molti dei brani c’è un piano elettrico che riporta alla stagione eletta di quello strumento, gli anni ’80/’90. Vollebekk sostiene di ispirarsi a Dylan, ma dice anche he tenta di dimenticarlo quando suona; qui ci sono comunque almeno due omaggi chiari e limpidi: l’ossessiva Michigan, che contiene  l’incedere inconfondibile di Walk On The Wild Side di Lou Reed, e  East Of Eden che nasce da una specie di jam sulla riscrittura  di un brano di Gillian Welch con  l’andamento  un po’ zoppicante dei brani di Neil Young con i Crazy Horse. Bello anche Elegy il brano scelto come lancio dell’album, una ballatona tra Jackson Browne e Mark Eitzel. (Fausto Meirana)

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RHIANNON GIDDENS - Freedom Highway

Un sacco di punti dati come smarcati nella storia (globale, per la verità) dei diritti civili negli Stati Uniti si sono rivelati tutt’altro (che smarcati) nell’ultimo anno e spiccioli. Parallelamente, anche la musica di protesta è uscita dalla polvere degli scaffali e dei cofanetti di Woody Guthrie per rifarsi (ahimè) attuale. Certo, non è più principalmente folk (Beyoncé e Kendrick Lamar hanno inciso dischi di protesta, e hanno fatto rumore) ma può essere ancora folk. E veniamo a R Giddens che qui (fin da una programmatica cover degli Staple Singers) calca i passi di tanti pionieri andati sulla “Freedom Highway” americana. E su una base di solide ballate folk acustiche inserisce svisate soul, funk, rock e hip hop a movimentare il panorama. Una bella voce e una personalità oggi definita completano il quadro. Bella musica per tempi incerti. (Marco Sideri)

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SODASTREAM - Little By Little

Di ritorni è pieno il mondo (musicale); anzi, è stracolmo. Praticamente ogni gruppo/cantante in vita (o meno) ha fatto un rientro (o comeback o rentrée) sulla scena negli ultimi 20 anni. Del resto, la nostalgia è una delle principali chiavi di lettura per il presente musicale (guardiamoci negli occhi: quante ristampe avete comprato nel 2016?). C’è modo e modo di tornare, però. E i Sodastream lo fanno bene: con un disco nuovo, inedito, fedele -ma non arreso- alla linea. Little By Little è 10 canzoni folk pop, palleggiate tra il contrabbasso e l’acustica (da sempre gli strumenti del mestiere per il duo), piene di melodia e ritornelli, con la voce delicata di Karl Smith e il contrappunto puntuale di Pete Cohen che sembra ieri e invece sono passati più di dieci anni (sentite che meraviglia Grey Waves). Vogliamo dire bentornati? Diciamolo: Bentornati. (Marco Sideri)

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