Rock

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MARK KOZELEK - Sings Favorites

Quest’autunno di Mark Kozelek (Red House Painters, Sun Kil Moon e mille altri piccoli luoghi musicali) è perversamente affascinante. Non sarebbe onesto (anche considerando l’onestà media di un recensore) consigliare ogni tappa del percorso come essenziale. D’altro canto, è l’insieme dei lavori che MK pubblica a restituire l’immagine (affascinante appunto) di un autore scorbutico e logorroico, nostalgico e ispirato, eccessivo e sicuro di sé: un autore degno di tale nome. Questo disco è Mark e un pianoforte a cantare classici (perlopiù classici-classici: c’è Moon River, per dire) con un piccolo gotha della musica indipendente americana a fare le seconde voci (Will Oldham, i Low). La voce è quella di sempre, il pianoforte dona un tono melodioso e sentimentale al procedimento, il fascino c’è tutto. Un capolavoro? Neanche per sogno. Tuttavia. (Marco Sideri)

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ANOHNI - Hopelessness

Nell’era del tramonto del disco, inteso come album, l’unica salvezza per il vecchio formato (©) è un’unità d’intenti e ispirazione granitica. Insomma, nostalgici a parte, il senso di un disco-intero, nel 2016, sta nell’essere eccezionale: lavoro unico e non fila di canzoni, per quanto belle. Hopelessness lo è. Cambia il volto e le carte in tavola per uno dei progetti più rilevanti della musica di ieri (Antony e i suoi Johnsons) trasformandolo in Anohni, eterea e arrabbiatissima cantante elettronica. Il disco è uno sfogo contro lo stato delle cose (il clima, la guerra, Obama) scolpito su battiti elettronici, e rivoltato dalla voce di Anohni, che non perde per strada un millesimo del suo dramma e della sua forza. Potrà dispiacere (a pochi) la svolta di Anohni già Antony? Poco importa. Questo è un disco con un capo e una coda, un album con cui fare i conti. (Marco Sideri)

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DYLAN & PETTY - Live on the Radio '86

I dylaniani non di primo pelo, ed anche quelli dal crine piuttosto diradato ricorderanno un glorioso bootleg di qualche anno fa, Duelling Banjos, di origine italiana. L'anno di registrazione indicato era sbagliato, ma bastava e avanzava la musica, a perdonare gli inciampi cronologici. Perché lì, in quelle quattordici tracce accreditate all'89, ed in realtà incise dalla stazione radio KSAN-FM c'era uno di quei tesori nascosti che Mr. Dylan si ostina a tener celato, alla faccia delle decine di dischetti dedicati alle sue personali Bootleg Series. In sostanza: Mr. Zimmermann ha avuto almeno tre grandi band ad accompagnarlo, escludendo i Grateful Dead e la brutta caduta di Dylan & the Dead (esiste ben altro, di Garcia con l'Ebreo Errante): la Band, ossatura classic rock che più classic non si può, il gruppo variopinto, sbilanciato e creativo della Rolling Thunder Revue, ed infine un folgorante Tom Petty con i suoi Heartbreakers, alla fine degli anni Ottanta. Sul palco era energia, fantasia, potenza ed eleganza. Che qui ritrovate in epitome, e con una precisione di incisione che spesso Dylan ha dimenticato, nei suoi “live”. A meno che non spunti fuori qualcosa di più completo. Questo è un antipasto più che calorico: dall'iniziale Positively Fourth Street ad una palpitante Knockin' On Heaven's Door finale. (Guido Festinese)

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JOE VOLK - Happenings and Killings

Avete presente come lavorano I Crippled Black Phoenix, la compagine a geometria d'organico variabile che è, fuori da ogni dubbio, punta acuminata del neo prog attuale? Loro solleticano, alludono, espandono, contraggono tutto quanto suonato una quarantina d'anni fa. Grossomodo come fa Steve Wilson, che in più aggiunge lampeggianti petrosità metal qui e là. Nel 2013 Joe Volk se n'è andato dalla “fenice azzoppata”, e s'è messo per strada da solo. Questo è il primo risultato, e per molti versi è faccenda sorprendente ed assai gustosa. La voce del nostro appoggiata su viluppi di corde arpeggiate, e poi fruscii, sibili, capriole gentili di sintetizzatori a incorniciare il tutto. Dunque una sorta di “dream pop” psichedelico, gentile e sottilmente inquietante: in pratica un incrocio tra i Mercury Rev e I Pink Floyd che furono di “If”. Gran bel disco, dunque. (Guido Festinese)

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MARISSA NADLER - Strangers

Come per July (2014) la copertina di Strangers è melodrammatica e in bianco e nero; una fedele rappresentazione delle ballate di Miss Nadler che sono melodiose, avvolgenti e curate. Alcune sono esili ed essenziali, altre più gonfie e soniche. La sostanza però è una scrittura solida circondata da arrangiamenti eleganti: pianoforti, archi, organi, elettricità misurata e moderata. La voce di Marissa ondeggia tra il sognante (Hungry Is The Ghost con i suoi riverberi) e il tendente-folk (Shadow Show Diane) e così la musica di questo disco. Strangers abita nello stesso paese di Hope Sandoval e dei Mazzy Star, di Joanna Newsom se non fosse così medievale e fissata con l’arpa, di tante cantantesse che, prima di lei, hanno riletto la canzone tradizionale attraverso lenti indipendenti. Marissa non ha un talento scoppiettante. È brava a modo suo: melodrammatico e bianco e nero. (Marco Sideri)

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BETH ORTON - Kidsticks

Chi ricordasse il mix efficace di acustico ed elettronico dei precedenti episodi discografici di Beth Orton,  per i quali qualcuno coniò il neologismo ‘folktronica’,   potrebbe avere qualche difficoltà con Kidsticks, disco che coincide con il suo trasferimento a Los Angeles e vede come attori principali la stessa Orton alla voce e alle tastiere e Andrew Hung (Fuck Buttons) che cura un arsenale di  aggeggi elettronici soprattutto percussivi. Il disco è incalzante e asciutto fin dai titoli (solo due contengono più di una parola) e gode della peculiare contrapposizione tra ritmo, elettronica e voce. Più volte le sonorità sintetiche richiamano stagioni e gruppi del passato recente, come il drum and bass dei Portishead, la felice vena cantautorale degli ultimi Everything But The Girl  o persino il pop elettronico più  commerciale e danzabile come in ‘1973’. In ‘Dawnstar’ poi, è riconoscibile la cifra stilistica degli Eurythmics di Annie Lennox e Dave Stewart. Solo nel finale le acque si calmano e il brano che dà il titolo al disco è, in controtendenza, poco più di una lieve ninna nanna per chitarra e percussioni. (Fausto Meirana)

Top ten del mese

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