Rock

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CANNED HEAT - Live In Concert 1979

Erano già passati dieci anni dalla leggendaria esibizione nell'altrettanto leggendaria location fangosa di Woodstock, e i Canned Heat decisero di festeggiare a modo loro: preparando una salva di boogie blues tirato a lucido e galvanizzato da molta voglia di buone vibrazioni come non sempre era successo al gruppo, negli ultimi anni. A Parr Meadows, Long Island il “calore in scatola” poté contare, inoltre, sulle dita furiose e sapienti di stride piano, ragtime e boogie woogie di Jay Spell, uno che non ci vedeva, ma suonava come un demonio, e sull'elettrica possente di Mike “Hollywood Fats” Mann. Per fortuna le bobine dei registratori si misero in moto, così possiamo gustarci una delle loro migliori performance lasciate a futura memoria su nastro. Partenza con On The Road Again, finale con Shake 'n Boogie, passando per la tappa obbligatoria di Goin' Up The Country. E il vocino di Bob “Beat” Hite è un marchio di fabbrica gestito senza routine. (Guido Festinese)

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SPAIN - Carolina

Due anni di elaborazione del lutto. E se il lutto ha un nome e un cognome importante, nella storia del jazz, e per di più la persona era apprezzata e stimata da tutti, è un macigno che bloccherebbe le migliori energie. Passo dopo passo, canzone dopo canzone Josh Haden ce l'ha fatta a superare il tutto, e a costruire il nuovo disco degli Spain, il primo in cui non compare come ospite e consigliere Charlie Haden con il suo basso sontuoso.  A volte per andare avanti bisogna sapersi guardare indietro, nelle orme che ci siamo lasciati alle spalle: e per Josh Haden sono quelle che aveva anche Charlie, le radici country senza né sdolcinatezze, né tentazioni regressive. Per cui, se aggiungete alla produzione e a un'infinità di (eccellenti) strumenti a corda dal veterano Kenny Lyon, il violino e la voce di Petra Haden, le percussioni gentili di Danny Frankel avrete pronto il quadro: canzoni semplici, sottilmente drammatiche e pienamente ascrivibili allo slowcore che costeggiano le medesime sponde country degli Yo La Tengo, lasciando un senso di dolcissima malinconia addosso. Senza un minuto di noia, però. (Guido Festinese)

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RADIOHEAD - A Moon Shaped Pool

E se il “Disco Nuovo Dei Radiohead” fosse solo il disco nuovo dei Radiohead? Difficile distinguere le canzoni dal fenomeno quando il gruppo è tanto prodigo d’iniziative e sottintesi (pubblicazioni fulminee, società registrate per ogni album, apparizioni e sparizioni). E però una volta posata la polvere del marketing A Moon Shaped… rimane una delle cose più placide e pacate pubblicate dal gruppo da un bel pezzo a questa parte. Un album arrangiato (molti e belli gli archi) e avvolgente che pesca canzoni anche risalenti (seppure tecnicamente inedite o quasi) e le livella a mo’ di colonna sonora. Il disco riallaccia qualche filo (le ballate esangui di fine anni 90 tornano nelle scalette dei concerti) pur mantenendo il modo futuribile e moderatamente avant dei Radiohead delle ultime ore. Lo si sarebbe detto, un tempo, un (bel) disco di transizione. (Marco Sideri)  

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HUGO RACE FATALISTS - 24 Hours To Nowhere

Ci sono musicisti monolitici (dediti a un suono solo e alle sue sfumature per una vita intera) e musicisti diffusi (che bazzicano luoghi e suoni diversi, per vedere l’effetto che fa). La chiave, per entrambi, è la personalità: se manca, sono dolori. Se, invece, c’è, allora anche ripetizioni e deviazioni possono affascinare. Hugo Race ha personalità, ed è vagabondo, per natura. Qui (insieme agli italiani Fatalists) incarna il lato folk e ombroso della sua ispirazione in ballate rotonde e riuscite. Ci sono arpeggi, duetti, sospiri, qualche accenno rock ma, perlopiù, molta atmosfera e una voce profonda; vale a dire: i due ingredienti chiave di certo cantautorato da punk pentiti. È facile che questo disco (bello il titolo che pare un film di serie B) si perda nella confusione intorno. Peccato, però, perché, nel suo genere, non gli manca proprio nulla. (Marco Sideri)

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SHAWN COLVIN & STEVE EARLE - Colvin & Earl

Protagonisti: Shawn Colvin, cantautrice americana di indubbia sensibilità artistica unita a oscure inquietudini esistenziali e Steve Earl, di cui molto apprezziamo il talento, la determinazione e l’indomito coraggio di ex “angry young man”. Dalla loro collaborazione nasce un album dalla solida impostazione country-rock che alterna interessanti cover e alcuni ottimi brani originali. I due artisti vantano splendide voci in perfetto equilibrio tra passionalità e malinconia, a tutto vantaggio di brani come Tell Moses, Come What May e la bluesy Tobacco Road di John Loudermilk. Vale la pena di soffermarsi anche sulla splendida ballata di Emmilou Harris Raise the Dead e sul classico firmato Jagger Richard per cogliere la varietà degli spunti e il rigore stilistico dei due artisti, accentuato dalla produzioe di Buddy Miller. Chi si concederà l’edizione Deluxe avrà modo di ascoltare anche una cover dei Beatles, Baby’s in Black. Shawn Colvin e Steve Earl hanno avviato una collaborazione destinata a proseguire nel tempo? Visti i risultati, c’è da sperare che quest’album non resti un episodio isolato. (Ida Tiberio)

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SCHNELLERTOLLERMEIER - X

E' terra incognita e, spesso, desolata, quella attraversata dagli svizzeri Schnellertollermeier. Per farlo armatevi di tempo e pazienza, non esattamente due caratteristiche fondanti, al momento. Però sarete ripagati da un palpitante mondo sonoro che offre sì inside e minacce ad ogni svolta, ma anche begli azzardi sonori ai bordi del rock più estremo che sia dato concepire. Loro sono tre, chitarra basso e batteria, non usano la voce, e il prodotto del power trio elettrico è quanto di più distante si possa concepire dal classico rock rinforzato di blues tipico delle formazioni a triangolo. Siamo invece dalle parti dei King Crimson più deliranti e atonali, in regioni che potrebbero appartenere al pianeta kobaiano dei Magma, ed anche, di quando in quando, in progressioni math rock che potrebbero rammentare certe cose dei Battles prima maniera. A volte è davvero difficile credere che i suoni alieni arrivino tutti da una chitarra, ma tant'è. Si parte con un brano monster da venti minuti, quello che intitola, e sembra un viaggio in una terra mutante, ad ogni sguardo, si prosegue con misteriose, assortite durezze e delicatezze che lasciano davvero attoniti. E affascinati. Avant jazz, ambient drone o punk all'assalto? Tutti e tre. (Guido Festinese)

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