Rock

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 SYLVIE GENOVESE - Corde Migranti

La celeberrima Scuola popolare di musica del Testaccio diretta da Giovanna Marini può contare anche sulle grandi energie di una chitarrista eccellente, formatasi a Parigi, etnomusicologa di vaglia: Sylvie Genovese. Nata a Lione, vissuta parecchio in America Latina, stabilitasi poi a Roma. Non sorprenderà dunque che lo splendido viaggio “migrante” indicato dal titolo sia letteralmente così, nelle undici stazioni di questo splendido cd: in spagnolo, in francese, in italiano, da Brassens a Yupanqui. Apparentemente c'è da restare frastornati, alle prese con un’incisione che accosta Io te vurria vasà a Los Hermanos, Brace (cofirmata dal grande Piero Brega che molti ricorderanno nel Canzoniere del Lazio) a Alfonsina Y el Mar: ma tutto è in equilibrio, sulla voce amaramente intensa di Genovese, e sul tintinnare degli arpeggi acustici. (Guido Festinese)

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CASS McCOMBS - Mangy Love

Cass McCombs nei suoi oltre dieci anni di carriera ha inciso un pacco di dischi (una decina, a occhio e croce) percorrendo una strada laterale e quieta di cantautorato moderno. Ha fatto folk e country, rock indipendente, elettricità e corde acustiche, ballate e rare esuberanze rock. Cas McCombs è maturato in silenzio, disco dopo disco, raggiungendo ogni volta una sintesi più piena, un risultato più tondo. Mangy Love, per chi ha ancora tempo e voglia di dedicarsi a un album dal principio alla fine, è un’esperienza appagante e piena; un po’ folk, un po’ persino soul (il passo sornione di Medusa’s Outhouse), un pelo rock (Rancid Girl), con micro sfumature elettroniche (il ritmo programmato di It). Insomma, Mangy Love è un bel disco americano, laterale, quieto, denso e curato. Una cosa quasi (quasi) fuori moda. (Marco Sideri) 

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CHRISTY MOORE - Lily

Ennesimo ritorno in punta di piedi (esce solo per la Sony irlandese) per il (caro) vecchio Christy. Parlando di C Moore, sapete forse che questa recensione è più inutile delle altre. Chi conosce Christy, gli vuole bene. E aspetta ogni nuovo disco come una telefonata da un amico lontano. Non cambia la vita ma di certo scalda il cuore. Chi non lo conosce, certo non deve iniziare da Lily ma piuttosto scavare nel passato folk, o celebrare uno dei magnifici dischi dal vivo che hanno accompagnato la carriera di CM. Lily è un disco quieto, folk alla vecchia maniera, pieno di canzoni scritte bene (da altri, come costume di Christy) senza svarioni o sbandate. La voce è quella di sempre: scherzosa e profonda insieme; il repertorio viene da penna celtiche e minori, dimenticando alcuni recenti esperimenti. Certe cose, non cambiano. (Marco Sideri) 

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VAN MORRISON -  ... It's Too Late To Stop Now... Volumes I-IV Warner 1974/2016

Ci sono una quantità tale di generi e sottogeneri musicali che, oramai, è lecito inventare qualunque cosa; nessuno può dire: non esiste. E quindi occupiamoci, per tre CD e una recensione, di soul celtico. Breve introduzione: il soul celtico è soul con radici scozzesi o irlandesi, è una migrazione al contrario di modi americani su una tradizione (folk) europea. I rappresentanti sono vari (va citato per forza Kevin Rowland) ma è difficile trovare un manifesto, per questo genere meticcio; un album di rappresentanza.

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THE CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD - Anyway You Love, We Know How You Feel

E quattro. La “fratellanza” inventata dal Mr. Chris Robinson, un tempo metà esatta delle menti e e dei cuori che mandavano avanti i Black Crowes approda al quarto lavoro in studio, dopo un exploit a doppietta, ormai diversi anni fa, e un terzo capitolo, Posphorescent Harvest che non aveva convinto tutti. Chi conosce Robinson sa cosa attendersi, più o meno: dove il più o il meno signifca quanto il rocker oggi cinquantenne con la voce slabbrata (un misto fra il Bowie degli esordi e il piccato Dylan metà anni Sessanta) voglia aggiungere o togliere dai suoi ingredienti claccic rock.

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LISA HANNIGAN - At Swim

Lisa H (irlandese, al terzo disco lungo) è una rappresentante del ceto medio musicale; ceto che, come quello medio e basta, sta scomparendo insieme con l'industria musicale come la conoscevamo. Medio perché sospeso tra tentazioni indipendenti e precisione emersa; medio perché malinconico ma con giudizio, senza esagerare o strafare; medio perché buono per navigati ascoltatori e passanti distratti. Le undici ballate qui sono acustiche e spaziose, prodotte da Aaron Dessner di casa National, ben scritte e ben suonate, con arrangiamenti da colonna sonora di un film intimo (We, The Drowned è un esempio magistrale tra tocchi di piano e archi tenebrosi). Meno diretto dei due dischi che l'hanno preceduto, At Swim è anche più complesso e completo, più maturo, si sarebbe detto un tempo. Una bella sorpresa in minore, per cominciare l'autunno. (Marco Sideri)

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