Rock

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THE AMERICANS - I'll Be Yours

The Americans partono alla grande in questo loro debutto, rispettando alla lettera il nome, non proprio fantasioso,  che si sono scelti; i primi tre brani potrebbe essere definiti un ibrido tra i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty e lo Springsteen più grezzo, senza dimenticare la lezione sempre valida e salvifica del rock-blues, evidente soprattutto nel terzo brano, Stowaway. Nel disco c’è anche qualche brano un po’ troppo acerbo, come l’irruento Hooky, una specie di rockabilly aspro e deviato, che incuriosisce  ma  lascia il tempo che trova. Uno dei punti di forza del gruppo è la  bella voce di Patrick Ferris,  aggressiva nei brani più rock, ma dotata di una dolcezza scartavetrata nelle canzoni più calme.  Le ballate, incluso il singolo I’ll Be Yours, occupano in fondo  buona parte del disco e proprio una di queste, l’intensa Daphne, chiude in crescendo un disco con molti  pregi e pochi  difetti, di quelli che si possono perdonare, bonariamente,  agli esordienti. Pollice quindi in alto, aspettando conferme… (Fausto Meirana)

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JOAN OSBORNE - Songs Of Bob Dylan

Di Joan Osborne, qui da noi, si ricorda soprattutto o forse unicamente il tormentone di una ventina di anni fa: One Of Us, una canzone molto riuscita, orecchiabile senza essere banale; la Osborne esce adesso con un disco dedicato alle canzoni di Bob Dylan. Ce n’era bisogno, direte? Forse no, ma le tredici cover che compongono Songs Of Bob Dylan sono al novanta per cento riuscite, soprattutto quando si staccano dagli originali con decisione, come in Rainy Day Women #12 & #35 che diventa un solido blues, o Dark Eyes, che si libera nella sua cantabilità. Non funzionano troppo, invece, Highway 61 Revisited e Tryin’ To Get To Heaven, ma lì il compito era un po’ più difficile… La Osborne riesce alla grande nelle canzoni più ‘leggere’ come You Ain’t Going Nowhere, You’re Gonna Make Lonesome When You Go e Queen The Eskimo, ma anche brani ben  più temibili come Masters Of War, Tangled Up In Blue e High Water (For Charley Patton) fanno la loro figura. Compito quindi riuscito, non indispensabile ma umile e pieno di devozione verso l’immensa opera di Dylan. (Fausto Meirana)

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WAXAHATCHEE - Out In The Storm

Waxahatchee è il gruppo guidato da Katie Crutchfield, cantautrice impetuosa dell’Alabama (con lei c’è anche la sorella Allison e un paio di buoni musicisti). Out In The Storm è il suo quarto album, disco che parte a tutto gas con il puro indie-rock di Never Been Wrong e in capo a trentatré minuti scarsi dice tutto quello che molti dischi non fanno. Relazioni che si rompono, domande che spesso hanno poche risposte e i tanti danni che si patiscono nella vita di coppia. L’unica cura sembra sia cantarne via il dolore con  un brano veloce, un’ariosa ballata o un riff indemoniato. La  Crutchfield si piange meno addosso di Sharon Van Etten, forse rimugina meno di Eleanor Friedberger, tuttavia ci sono molte similitudini tra queste donne inquiete, che in questo momento sembrano essere parecchio più concentrate sui malesseri dell’amore rispetto ai loro compari dell’altro sesso. Esemplare la produzione di John Agnello (Dinosaur Jr., Sonic Youth) che lascia urlare le chitarre e mette in primo piano la voce molto espressiva della leader. (Fausto Meirana)

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FLOTATION TOY WARNING - The Machine That Made Us

Tredici anni non sono pochi, eppure tanti  ne sono passati dal debutto dei Flotation Toy Warning (Bluffer’s Guide to the Flight Deck del  2004); solo adesso, complice un appassionato francese che ha insistito parecchio, si può ascoltare di nuovo il bizzarro mèlange di elettronica, prog e avanguardia  che caratterizza il collettivo art-rock di Londra, gruppo  abituato a sonorizzare spazi pubblici come chiese e gallerie d’arte, o privati, come salotti e loft della capitale britannica. The Machine That Made Us è comunque una bella sorpresa, soprattutto per gli arrangiamenti fluidi che mescolano felicemente l’ elettronica con degli  ottimi arrangiamenti vocali. Sarà difficile non emozionarsi all’ascolto di I Quite Like It When He Sings, strambo ma affascinante inno pastorale, o alla cantabilità (relativa) della finale The Moongoose Analogue con i suoi coretti un po’ ruffiani; comunque anche il resto non è da meno, provare per credere. (Fausto Meirana)

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STEVE EARLE & THE DUKES - So You Wannabe An Outlaw

Il nuovo disco di Steve Earle è dedicato a Waylon Jennings, ed è, diciamolo subito, il suo miglior disco da un bel po’; Jennings, che è scomparso nel lontano 2002, è ovviamente, l’outlaw del titolo, ma nel disco ci sono altri chiari omaggi, come al sopravvissuto per eccellenza della musica country, Wille Nelson; due cover per lui (solo nella deluxe edition, attenti!) e la condivisione del microfono nel primo brano del disco. Poi c’è il commovente ricordo del maestro-artigiano, Guy Clark, in Goodbye Michelangelo, dove il grande songwriter texano viene paragonato addirittura  al pittore rinascimentale… Sono citati inoltre, in un denso obituario, anche Merle Haggard, Steve Young, Greg Trooper e Bap Kennedy, tutti artisti scomparsi negli ultimi tempi. Il disco, però, non è per niente funereo e copre tutti gli aspetti  della musica di Earle, le ballate in punta di chitarra, il country più rigoroso con i controcanti femminili  e le sterzate rock-blues che lo hanno svelato una trentina di anni fa con il sanguigno Guitar Town. (Fausto Meirana)

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ROGER WATERS - Is This The Life We Really Want?

 I Floyd senza Waters sono stati un'impeccabile navicella scintillante alla deriva senza comandante in plancia a dare una direzione altra che non fosse una rotta abusata e prevedibile. Roger Waters senza i Pink Floyd attorno è stato, ed è, un comandante pieno di idee e di voglia di osare senza le persone giuste attorno per fare il grande balzo. Risultato: alla deriva gli uni, con modesti progetti solistici, alla deriva l'altro, a celebrare se stesso con un “Muro” sempre meno giustificato e sempre più monumentale. Salvo piazzare qualche colpo intermittente a memoria di antichi fasti. L'ultimo colpo ben piazzato, necessario ma non sufficiente per i Floyd è stato, checché se ne discuta, l'ambiguo e notevole Endless River: tant'è che alla guida del suono non c'erano i Floyd, ma gente floydiana quanto loro.

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