Rock

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ANGALEENA PRESLEY - Wrangled

A chi crede che la nuova country music nashvilliana sia poco più che la rifrittura di pacchiani cliché vagamente reazionari, perché tanto “uomini in nero” alla Johnny Cash non si vedono più all'orizzonte, consigliamo di cambiare prospettiva. E di guardare all'altra metà del country, quella femminile. Che non è fatta solo di boccolute signore ossigenate, ma anche di quarantenni tose come Angaleena Preseley. Originaria del Kentucky, figlia di un minatore e di una maestra. Una che non le manda a dire, e che apre il suo secondo disco solistico, dopo le avventure con le altre bad girls che si facevano chiamare  Pistol Annies con un brano - cazzotto che si intitola Dreams Don't Come True, i sogni non si avverano mai. C'è parecchia amarezza, una bella dose di sconforto e molta salutare aggressività nel country asprigno, a volte quasi sulfureo rockabilly femminista  -  pur rispettoso delle forme esteriori - di Angaleena Presley. E Wrangled (e cioè, più o meno, “incastrata: a giudicare dalla copertina dove appare furente, legata e imbavagliata) regge il passo dall'inizio alla fine. Con un gioiellino scritto assieme a Guy Clark a sorpresa: Cheer Up Little Darling. (Guido Festinese)

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FAZERDAZE – Morningside

Amelia Murray (in arte Fazerdaze) viene da Auckland, Nuova Zelanda. Ha 24 anni, una voce dolcemente evocativa e una netta predisposizione per il songwriting. Dopo un EP registrato tre anni fa, la ragazza approda all’agognata pubblicazione dell’album d’esordio che mette in evidenza un numero molto consistente di spunti sonori (Bjork, PJ Harvey, Julia Holter…) e una vocalità densa di arcane suggestioni. Morningside fluttua con elegante leggerezza tra riff di chitarra, percussioni, sintetizzatori, in bilico tra suoni attualissimi e ancestrali. Lucky girl (bellissimo l’intro acustico), Bedroom talks, Shoulders e Friends sono moderne ballate suggestive che affrontano la malinconia, le immancabili preoccupazioni della vita quotidiana e le relazioni umane con acume e passione. Un buon esordio, dunque, per la ragazza del Nuovo Mondo. Il talento e la creatività fanno già parte del suo bagaglio: il viaggio è appena iniziato. (Ida Tiberio)

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SLOWDIVE - Slowdive

Dopo quello dei Jesus & MC ecco un altro ritorno forte da un nome di seconda fila (o di culto, insomma: che se ne parla molto ma vende poco). Gli Slowdive, tra i rari alfieri del suono shoegaze o dream pop, di nuovo in studio dopo 22 anni, sulla scia di una tournée di rientro del 2014. Gli Slowdive sono sospesi tra elettricità ed elettronica, tra le voci di Neil Halstead e Rachel Goswell, tra suoni d’ambiente e melodie pop. Gli Slowdive sono più contemporanei oggi di quando hanno iniziato: la loro formula ibrida e eterea nel frattempo è diventato un linguaggio ben definito nel pop moderno (vedi alla voce Beach House). Slowdive è un disco che completa il catalogo e non un regalo nostalgico a fan oramai canuti o quasi. È una cosa romantica (ci sono splendidi pianoforti), ipnotica (il basso circolari di Sugar For The Pill) e fascinosa. (Marco Sideri)

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BONNIE PRINCE BILLY - Best Troubador

Si nasce incendiari e muore pompieri, o almeno così pare. È il caso di Will (Palace, Palace Bros., Bonnie Prince Billy) Oldham che non ha cambiato musica in modo drammatico dagli esordi (primi 90) ma al principio frequentava gli Slint e i Tortoise e cantava “If I could fuck a mountain, Lord / I would fuck a mountain” e oggi, invece, pubblica dischi doppi di cover country da Merle Haggard. Merle, per chiudere il cerchio, è quello che cantava “Non fumiamo marijuana a Muskogee” come risposta lla controcultura degli anni 60. Quindi country puro e duro, che Will declina con la sua voce un po’ storta e incornicia in arrangiamenti luminosi e piani.

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PAUL WELLER - A Kind Revolution

Sono passati quarant’anni dal debutto con i Jam e dopo la felice esperienza degli anni ’80 con gli Style Council, Paul Weller arriva, tra alti e bassi, al tredicesimo capitolo della sua carriera solista. Il primo ascolto di “A Kind Revolution” non desta particolari sorprese, anzi, suona abbastanza prevedibile e scontato. Non aiuta la scelta di far uscire il cd in confezione tripla - una deluxe edition, senza nemmeno aspettare un paio d’anni - che tra strumentali e remix disperde non poco l’attenzione (e personalmente mi mette di cattivo umore). Ma il culto maniacale per l’uomo impone il riascolto: lentamente quello che era sembrato banale e sfocato assume contorni più definiti e affascinanti. Sarà merito della presenza di Robert Wyatt alla voce e alla tromba in “She Moves With The Fayre”, sarà risentire Boy George ai cori di “One Tear”, ma un brano alla volta il disco cattura l’attenzione; anche con l’intro latino di “New York” o con la ballad dedicata al pittore Edward Hopper, colui che riusciva a pennellare “dreams in muted symphonies”.

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WILLIE NELSON - God’s Problem Child

Qualcuno lo aveva dato addirittura per morto, tanto che quest'ultima registrazione avrebbe dovuto intitolarsi "I'm Not Dead". Ma a quasi ottantacinque anni suonati Willie Nelson vive e lotta ancora insieme a tutti noi e confeziona caparbio il suo sessantunesimo album in studio (c'è da non crederci), a brevissima distanza dal recente tributo a Ray Price, storico leader dei Cherokee Cowboys, con i quali a Nashville il texano Nelson aveva cominciato. Un lavoro che è una meraviglia, dalla prima all'ultima nota, intriso di eleganza, compostezza, misura, lontano da ogni forma di declino, all'insegna di un country rock (qui in funzione aggettivante) indiano e anticonformista, che non ha mai smesso di essere considerato "fuorilegge", perché decisamente sganciato (se non altro in termini di contenuti e approccio) dal più conservativo canone nashvilliano. Una manciata di canzoni (alternanza di morbidi e saltellanti 2/4 in mid tempo e veri e propri lenti, spesso in un tripudio di sgranate "chitarrine" alla Chet Atkins e "svenevoli" pedal steel "hawaiane") prevalentemente scritte con il fido Buddy Cannon, sempre in veste di produttore. A fare eccezione alcune tracce, tra le quali l'autorevole title track (blues più intenso e "cavernoso") firmata da Jamey Johnson e Tony Joe White, con la partecipazione di Leon Russell (altro atipico storico country singer) in una delle sue ultime registrazioni, e l'omaggio ricordo ("He Won't Ever Be Gone"), composto da Gary Nicholson, a Merle Haggard, scomparso anch'egli (proprio come Russell lo scorso novembre) giusto un anno fa (e per altro al centro dell'appena pubblicato ultimo trobadorico lavoro di Bonnie "Prince" Billy). In "True Love" e "Little House on the Hill" è invece la brava Alison Krauss a provvedere alle armonie vocali, così come Sheryl Crow era intervenuta nel pregevole lavoro gershwiniano di un paio d'anni orsono. Dopo le ultime elezioni americane, Nelson e la sua immancabile bandana alla Gil Evans invitano, nella rockeggiante "Delete And Fast-Forward" (altro che country!), a dimenticare, a cancellare addirittura l'affronto, e ancora una volta a guardare in fretta avanti. D'accordo, ma per il momento godiamoci questa sua ultima prodezza. (Marco Maiocco)

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