Rock

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THE MAGNETIC FIELDS - 50 Songs Memoir

Per fare un disco oggi bisogna fare qualcosa di più di un disco; o almeno provare. Il disco (inteso nel senso di album) sta vivendo la sua crisi più grande da quando, negli anni 60, del secolo scorso, spodestò il singolo (45 giri). Chi ha più tempo di sentire 10/12 canzoni in fila? Chi ha più voglia di pubblicare 10/12 belle canzoni in una botta? Ecco, questo qui è qualcosa di più di un disco: è un progetto/istallazione/autobiografia; è il luogo dove Stephin Merritt (voce e cuore dei MF, nato il 17 gennaio del 1966) mette in musica i suoi primi 50 anni di vita, con una canzone l’anno; dall’ingenuità acustica della fanciullezza, attraverso il tumulto disco dell’adolescenza; fino alla pace cantautorale dell’età definitivamente adulta. Un lavoraccio; e menomale (per noi) che SM è penna affilata e a tratti sublime. Altrimenti sai che noia, 50 canzoni di fila? (Marco Sideri)  

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THURSTON MOORE - Rock N Roll Consciousness

Mentre i dischi dei Sonic Youth, a trent’anni dalla loro pubblicazione, sono diventati materiale per sostanziose De Luxe Edition e Kim Gordon affida ad una biografia i suoi ricordi di quando era “Girl in a Band”, Thurston Moore continua indefessamente il suo percorso tra sperimentazione, avanguardia (anche jazz, uno dei suoi ultimi dischi è un duo con John Zorn) e rock’n’roll. Qui fin dall’emblematico titolo si capisce in che territorio ci troviamo, in un ambito che guarda alla tradizione (certo, quella più punk, garage e hardcore, nel solco di quello che avevano fatto gli Youth peraltro), ma con uno sguardo verso la psichedelia West Coast.

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DANKO JONES - Wild Cat

Mai titolo fu più semplice e diretto: Wild Cat, gatto selvatico. Che ti aspetti da un felino non pacificato? graffi improvvisi, flessuosità inarrivabile, scatti di potenza, languori assortiti e improvvisi. E così è lo street rock ‘n’ roll dei canadesi Danko Jones. Che prendono nome dal cantante e micidiale chitarrista, che non  hanno e non pretendono  di avere una briciola di originalità, non cambieranno il corso della storia del rock di un centimetro, ma in futuro andranno annoverati tra i più solidi e navigati esponenti del genere.  Riff adrenalinici e rocciosi al contempo, di pura scuola inglese primi anni Settanta, una spruzzata gustosa di finezze glam rock, qualche accelerazione che sarebbe piaciuta pure ai Ramones, una sensazione contagiosa di gioia di brano in brano che non lascia dubbi. I Danko Jones sono rumorosi , allegri e potenti, senza essere paludati come i Wolfmother. Se avete bisogno di una bella scrollata alle orecchie, questo è il disco che fa per voi. Porta via ogni scoria. (Guido Festinese)

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TIMBER TIMBRE - Sincerely, Future Pollution

I canadesi Timbre Timber già ci erano piaciuti con il precedente Hot Dreams, un po’ per la bella bella voce di Taylor Kirk, un po’ per le atmosfere cupe e ricercate; con Sincerely, Future Pollution sembrano mettere sul piatto pietanze più gustose. Già dal secondo brano, il graffiante Grifting, un riuscito ibrido tra i primi Roxy Music e i Talking Heads di Remain In Light,  il gruppo sembra cercare vie meno banali  rispetto al ruffiano pezzo d'apertura, il comunque delizioso Velvet Gloves & Spit (che però sembra utilizzare qualcosa di già sentito ma sfuggente). Nei brani c’è un grande uso di synth, archi elettronici e tastiere vintage come il clavinet, mentre altrove emergono sconfinamenti nella musica da film come nei due non banali strumentali Moment e Bleu Night. Meglio ancora sono le scurissime Sewer Blues e l’apocalittica  title track. Nel brano finale, Floating Cathedral, una dolce ballata, sembra di riconoscere  il tema di Twin Peaks, ma forse è un abbaglio... Con una certa tranquillità, comunque, metterei già  questo disco tra i migliori dell’anno, anche a dispetto della insignificante copertina. (Fausto Meirana)

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COCO MONTOYA - Hard Truth

C'è un  parte del blues elettrico nordamericano che, per fortuna di chi ama ascolti intensi e ad alta temperatura emotiva, continua ad attingere folate calde e pastose dal Sud, e in particolare dalle zone di New Orleans e dintorni. Un piccolo campione del genere è il signor Coco Montoya, già sotto l'ala protettrice di un gigante spiritato e spiritoso come Albert Colilns, ed ormai in piena carriera solistica sulle proprie robuste gambe. Qui troverete un compendio di blues chicagoano in salsa southern: tant'è che, per citare qualcuno, il terzo e l’ottavo brano, Lost in the Bottle e Hard as Hell, potrebbero tranquillamente essere usciti da una jam session della gloriosa Allman Brothers Band. Per il resto shuffle impetuosi, riff monumentali e consueti magari con gran dispendio di wha wha, una voce virile e sempre incattivita che deve fronteggiare uno stile chitarristico altrettanto battagliero, a partire dall'attacco imperioso sulla corda in assolo e nelle “risposte” consuete ai versi cantati. Si sarà compreso: nulla di nuovo sotto il sole, ma tutto assai convincente e godibile. (Guido Festinese)

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DIAMANDA GALÁS - All The Way

Icona dell’avanguardia radicale, nemica di qualunque ipotesi consolatoria dell’arte, più vicina alla performance teatrale che alla semplice esibizione musicale, Diamanda Galás da San Diego, da qualche anno a questa parte ha ritenuto di dover rendere più ‘accessibile’ le sue proposte. Le infernali e superbe prestazioni vocali che incrociavano i temi politicamente e socialmente rilevanti dei primi dischi, hanno lasciato il posto a opere - “Malediction & Prayer”, “La Serpenta Canta”, “Defixiones”, “Will And Testament” - composte quasi unicamente da cover di classici del rock, del blues e del jazz. A nove anni dall’ultimo della serie, “Guilty Guilty Guilty”, la performer di San Diego torna contemporaneamente con due dischi, uno dei quali, “All the Way”, prosegue in questa direzione fin dal titolo, tratto da uno standard reso celebre da Frank Sinatra nel film “Il Jolly Impazzito” (Oscar 1957 per la miglior canzone originale a Jimmy Van Heusen e Sammy Cahn). Tanto la versione di the Voice era carica di promesse e rasserenante (e la rilettura di Bob Dylan in “Fallen Angels” nostalgica come può esserlo solo un valzer country), così quella della Galás suona come un horror notturno e solitario, tra echi elettronici e urla sguaiate, in cui l’amore non sembra più essere un sentimento rassicurante, ma si costituisce piuttosto come un rapporto di potere (e inevitabilmente dolore).  È questo il mood che caratterizza anche “You Don't Know What Love Is” e “The Thrill Is Gone”, mentre la monkiana “Round Midnight” è eseguita in versione strumentale al pianoforte. Gli ultimi due brani, “O Death” e “Pardon Me I’ve Got Someone to Kill” provengono dal repertorio country e subiscono lo stesso trattamento, squartati, ridotti a brandelli e abbandonati senza voltarsi indietro. “So, if you'll let me love you, It's for sure I'm gonna love you all the way, all the way“. (Danilo Di Termini)

Top ten del mese

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