Rock

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ONEIDA - Romance

La disponibilità immediata di moltissima musica, insieme alla scomparsa delle ideologie, ha naturalmente abbattuto steccati prima invalicabili. Oggi c’è chi ascolta l’avanguardia più spinta e a stretto giro il pop più frizzante. Ieri c’erano più tribù. Non ci interessa qui stabilire se sia cosa buona (e giusta) o cattiva; certi gruppi di confine come Oneida suggeriscono considerazioni simili. Sono di confine tra rock (la strumentazione, il tiro) e non-rock (le canzoni in forma libera e informe); sono di confine tra quasi elettronica (il ritmo, le pause, le ripartenze) e quasi sfuriata (le esplosioni, la distorsione); sono di confine tra esperimento (ripetizione, dissonanza) e ortodossia (a se stessi). Insomma, gli Oneida erano perfetti prima della fine delle ideologie; restano ancora bravi; e questo disco è un ritorno di forma con i fiocchi. (Marco Sideri)  

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La storia del rock qualche volta si diverte a flirtare con il destino, incorniciando in maniera particolare certi eventi. Succede ad esempio che nel '68, un cinquantennio fa, uscì il primo disco tributo interamente dedicato alle composizioni  del songwriter che aveva saputo parlare a una generazione, Bob Dylan. Si intitolava “Any Day Now”, e fu un progetto di quella Joan Baez che proprio in questi tempi è tornata a farsi viva dagli studi di registrazione per un disco d'addio. Mezzo secolo esatto dopo, eccolo il flirt col destino: una delle più vibranti ed espressive voci della scena afroamericana, Bettye LaVette presenta al mondo il suo palpitante “Things Have Changed”, interamente dedicato al bardo di Duluth. Lei scalò le classifiche di rhythm and blues nel 1962, quando dunque Dylan faceva uscire il suo primo disco. Laddove la Baez era (ed è) tutta melodia nitida e vibrato a distesa, affrontando le magnifiche canzoni di Mr. Zimmermann, LaVette è il rovescio vocale esatto.

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 JOAN BAEZ - Whistle  Down The Wind

Un addio senza lacrime,un arrivederci sincero, con quello sguardo diretto che l’accompagna da settantasette anni. A dispetto di un fisico e di un volto che ne dichiara venti secchi di meno. Un paio d’anni fa Joan Baez ci regalò un doppio disco dal vivo in cui festeggiava i suoi settantacinque con tutti gli amici musicisti di sempre, o quasi. Adesso ha deciso che è ora di finirla con i tour massacranti, a differenza del suo amico di sempre ed ex compagno Bob Dylan, impegnato nel Neverending tour da un bel po’. Non appenderà la chitarra al chiodo, ha dichiarato: ci sarà sempre una buona causa da sostenere con la sua voce che ha perso poche stille della meravigliosa pienezza della gioventù, e ora viene dosata con saggia abilità. Questo pare che sarà la sua ultima incisione di studio, e la Baez ha scelto una dimensione semiacustica di una perfezione assoluta, ma mai algida.

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MOANING - Moaning

Debutto “lungo” (anche su dura poco più di una mezz’ora) per una band di Los Angeles che pesta sugli strumenti da quasi un decennio;  Moaning ha lo stesso nome del gruppo e presenta un post-punk torrenziale dominato dalla chitarrona di Sean Solomon. Con lui c’è una sezione ritmica precisa e feroce composta da Pascal Stevenson al basso e Andrew MacKelvie alla batteria. Il bassista si fa notare anche per l’uso indovinato di certi synth anni’ 80 che danno colore in alcuni brani.  Solomon canta spesso in un tono a metà tra una blanda disperazione e un indignato risentimento, condizioni che ricorrono anche nei testi, che hanno a che fare, quasi sempre, con delusioni  sentimentali. La voce, talvolta, è un po’ seppellita nel mix, ma nel complesso si tratta di un disco fresco e compatto, anche se non originalissimo. Si vedrà in futuro, anche se la Sub Pop è abbastanza una garanzia… (Fausto Meirana)

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DAVID BYRNE - American Utopia

La prima prova ‘tutto da solo’ dal lontano 2004 dell’ex Talking Heads (in mezzo colonne sonore, un concept album su Imelda Marcos con Fatboy Slim, un disco con St. Vincent) comincia bene, con “I Dance like This”, metà ballata, metà martello pneumatico, due lati che voce di Byrne è sempre riuscita a tenere insieme impeccabilmente. E prosegue meglio, con “Gasoline And Dirty Sheets” e “Every Day Is A Miracle” - in cui il punto di vista sulla vita è quello di un pollo! - due brani in cui lo smalto sembra essere tornato quello dei giorni migliori. E se pur con qualche occasionale cedimento “American Utopia” si rivela (attenzione, ha bisogno almeno di un secondo ascolto, date retta) una tra le opere migliori del musicista scozzese (sì, di nascita, anche se a due anni raggiunge il continente americano) dai tempi di “Rei Momo”. Ovviamente il ‘tutto da solo’ di cui sopra va preso con il beneficio d’inventario: segnaliamo la presenza di Isaiah Barr degli Onyx Collective al sax, di Sampha alle tastiere e di Brian Eno un po’ dappertutto: ci sarà un motivo se "Everybody's Coming to My House"! (Danilo Di Termini)

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KYLE CRAFT - Full Circle Nightmare

Nel rock contemporaneo ognuno si sceglie i propri maestri: un sessantennio abbondante di esperienze fornisce gran messe di modelli. Kyle Craft, ventinove anni, originario della Louisiana (un posto dove la temperatura musicale è piuttosto alta, e le note assai pastose) racconta di avere nel suo carniere di prossimo trentenne ascolti da David Bowie, John Lennon, Aerosmith. Aggiungeremmo anche, e in dosi abbondanti, tutto il glam rock inglese e americano d'antan, a cominciare da Mott The Hoople, Silverhead e Sweet. Più un andamento ciondolante e sapientemente tenuto lontano dalla pulizia sonora che fa pensare a certo dylan elettrico. Insomma, originalità poca, convinzione e buona scrittura molta. Ma se non vi piacciono le voci glam spesso impuntate su acuti indispettiti non fa per voi. (Guido Festinese)

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