Rock

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Fu Simon Reynolds, qualche anno fa, a coniare per un suo libro l’efficace ma poco ricordata espressione “retromania”. Stava a significare che, nell’ultimo quarantennio o giù di lì ben poco di sostanzialmente innovativo è accaduto nel mondo della popular music, che continua a rimestare in una “classicità” rock che comprende ormai anche tutta la più o meno rumorosa scia del post punk. Se però dovessimo indicare una scena che è particolarmente “retromaniaca”, nel senso che cammina in avanti ma tenendo lo sguardo all’indietro, come l’angelo della storia di Benjamin, sarebbe quella dell’indie folk. Gli scaffali si affollano di uscite belle, o quantomeno carine, ben confezionate, ben suonate, ma che potrebbero essere uscite tranquillamente mezzo secolo fa. Come questo bel disco di Shannon Lay, il terzo, ma primo per la Sub Pop. Vi dicessero che è una piccola gemma perduta di San Francisco o di New York del ’69, scena folk rock, evidenti agganci ai Byrds, a Joni Mitchell, a Judy Collins, e via citando, ci sarebbe da crederci. Invece queste dodici aggraziate pennellate acustiche con finger picking da manuale, voce tersa, folate di sax, sprazzi di violino sono incisioni di ora. E tutto torna (indietro). (Guido Festinese)

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CORRIDOR - Junior

Mi dicono: - Questo disco è proprio divertente! - Faccio io: - Ma cantano in francese? -  Sì, ma le voci sono talmente ‘dentro’ nel mix che non te ne accorgerai…- Comunque i Corridor sono canadesi, di Montreal, e parlano quella lingua lì, cosa non proprio comune tra i gruppi che della Sub Pop di Seattle. Questo è il loro terzo disco e sembra di gran lunga  il migliore. Credo che l’unico modo per scacciare i dubbi (legittimi) sull’equazione tra la lingua francese e l’alternative rock sia quello di ascoltare Junior con rispetto ed attenzione. Il maggior pregio del disco risiede nell’immediatezza, nei ritmi solidissimi, metronomici come il motorik del krautrock, ma instillati della maestria pop che li avvicina a  gruppi come gli XTC.

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SEAN NOONAN - Tan Man's Hat

I dischi belli e lievemente sconvolgenti sono rari. Rarissimi, forse. Questo è un disco splendido, e decisamente sconvolgente. Perché mette in conto talmente tanti apporti e soluzioni sonore che si rischia il giramento di testa. Proviamoci. Sean Noonan è un batterista e compositore che arriva dalla scena punk jazz newyorchese degli anni ’90. E’ un irlandese folle innamorato di Zappa e di ogni musica che non sia banale. Malcom Mooney è un’icona vivente: era il primo cantante dei Can, mezzo secolo fa, glorioso ensemble kraut rock dedito a musiche così aliene che ancora oggi sono all’avanguardia. Jamaaladeen Tacuma era il bassista elettrico dei Prime Time di Ornette Coleman, Ava Mendoza una chitarrista sperimentale californiana che ha lavorato con Nels Cline (Wilco, avant jazz vario), Alex Marcelo un tastierista aperto a ogni musica. Se sopravvivete ai primi due brani, che sembrano fatti apposto per sconcertare e mettere alla prova l'ascoltatore, sappiate che troverete ballate insostenibili per delicata fragranza e avvampanti fiammate elettriche alla Pixies, il ricordo di “Riders On the Storm” dei Doors e quello del Rock in Opposition che fu, echi di free jazz nudo e crudo, dei King Crimson più involuti, di Tim Buckley, e derive strumentali che tutto sfiorano, e da nessuna parte mettono radici. E ogni volta che entra la voce stropicciata di Mooney, il rischio del luccicone è lì in agguato. (Guido Festinese)

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BOB DYLAN - Travelin' Thru - The Bootleg Series Volume 15

Si avvicina il Natale ed ecco che lo zio Bob ci lancia in pasto l’ennesimo Bootleg Series, volume quindicesimo; questa volta il disco indaga sulla collaborazione tra Johnny Cash con  le leggendarie sessions condivise. Diciamo subito che la parte del leone la fa il gigantesco ‘fuorilegge’, mentre Dylan, colto in una delle fasi più controverse della carriera (tra John Wesley Harding e Self Portrait) non ne esce benissimo… Il primo dei tre dischi consta di versioni alternative da JWH e da Nashville Skyline: poche sorprese, una outtake non memorabile (Western Road) due belle versioni con linea melodica alterata di As I Went Out One Morning e I Pity The Poor Immigrant. Il secondo disco è  interamente dedicato alla collaborazione Dylan-Cash, con il titolare (Dylan) che si fa un po’ mangiare dall’ospite, dal suo vocione e dal micidiale chick-a-boom dei rodati session men nashvilliani.

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Lloyd Cole trova nell’elettronica una nuova ispirazione, anche se la sua frequentazione con certe sonorità risale al passato; già Plastic Wood (2004)  era un disco strumentale, elettronico, completamente diverso dalle canzoni pop cui l’artista inglese ci aveva abituati. Per non parlare della più intensa  collaborazione con Hans-Joachim Rodelius:  Selected Studies Vol. 1 è del 2013 storia quasi recente visto che uscì nello stesso anno del convincente disco ‘normale’ Standards. Non sorprende troppo, quindi l’adozione di una strumentazione del tutto sintetica per Guesswork, disco che giunge dopo sei anni di pausa. Si tratta di un disco di pop dominato dall’elettronica, ma pur sempre un disco di splendide canzoni, con qualche ritmica robotica ed ossessiva e più di un  debito verso artisti come i Kraftwerk e, in generale, con il suono ‘cosmico’ di impronta germanica. Ma le melodie vincono su tutto, e in questo Lloyd Cole ha una certa esperienza, da Rattlesnakes in poi, pur con alti e bassi; collaborano a Guesswork anche due vecchi amici dei Commotions: il chitarrista Neil Clark e il tastierista Blair Cowan. (Fausto Meirana)

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Ci vuole molto coraggio a essere onesti. E non è un motto rubato alle cattive teorie (e pratiche) della politica. Parliamo di musica, che peraltro con la società tutta ha parecchio a che fare.  Dunque anche con l’onestà. Chi non ha nulla da dire, traveste ogni propria necessitata uscita discografica da “evento epocale”. Operine asmatiche e asfittiche diventano capolavori annunciati. Poi c’è gente come Martino Coppo e Paolo Bonfanti, che la prima prova d’onestà la forniscono con un’altra parolina finita fuori moda, o inflazionata dai social: amicizia. L’onestà in musica loro, invece, senza andare a scomodare santi fondatori della roots  music con radici nordamericane, e ife ancor più remote nella Vecchia Europa e in Africa, è fare, bene, quello che sai fare perché è una vita che ci provi, e alla fine i decenni ti lasciano pure qualche fiocco  grigio in più, ma anche una facilità sorprendente nel maneggiare materiali musicali che sgorgano come ruscelletti sorgivi in Val di Maira. O dove volete voi. Va bene anche Torriglia. Sta di fatto che qui c’è una botta preziosa e unica di country rock, roots rock, appunto, blues e rhythm and blues, ballate sofferte e memorabili bluegrass  che ti fa venir voglia di metter il lettore in “replay”, alla faccia di tutto il feticismo vinilitico degli ultimi anni e dei dischi da girare. E il mandolino folletto di Coppo e le chitarre pulsanti di Bonfa trovano un signore assoluto delle corde come Larry Campbell, oro a ventiquattro carati ( battere su Internet il nome se non vi dice nulla, please). Nicola Bruno al basso e Stefano Resca alla batteria, Roberto Bongianino dalla Bonfanti Band a maneggiare saturo hammond e fisa, Teresa Wililams che presta la voce di fata in un paio di brani, come Campbell, peraltro. Onestà musicale? Qui c’è il Manifesto di Ventotene dello stesso. Anzi, di Genova & Casale. (Guido Festinese)

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