Rock

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JOHN PARISH - Bird Dog Dante

John Parish è un gregario. E non si pensi che essere gregario significa, in qualche modo, essere inferiore a qualcuno. Semplicemente, John Parish agisce, da anni, all’ombra di dischi altrui (PJ Harvey in prima fila) e di progetti laterali per costituzione (colonne sonore, collaborazioni, pezzi strumentali). Raramente ha pubblicato dischi decisivi (mai?) e la cosa apparentemente non lo ha disturbato. Bird Dog Dante (gran bel titolo) non è decisivo (quale disco oggi lo è?) ma unisce canzoni nel senso tradizionale del termine (ottimamente scritte) con passaggi atmosferici e liberi (figli del CV di John) in un insieme coerente e riuscito; un disco che passa da ballate folk corali e in punta di banjo (Sorry For Your Loss) a astratti pezzi per piano (Carver’s House) senza che l’ascoltatore patisca il balzo. Si sta comodi, all’ombra, spesso più che sotto il sole dei riflettori. (Marco Sideri)

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MARC RIBOT - Songs Of Resistance 1942-2018

Da quando è stato eletto Trump, praticamente ogni disco americano (a prescindere dal genere) è stato disco “di protesta”. Tutti, dai rapper ai giocatori di football al cast dei musical di Broadway ai pallidi indie rocker di Brooklyn, hanno coralmente disconosciuto il presidente con canzoni, versi e gesti. Qui, Marc Ribot fa un passo in più, mettendo in fila una sorta di bignami della canzone di protesta che cita Trump per nome (ovviamente) ma scava indietro nel tempo, e nella protesta, fino al 1942 con pretesa enciclopedica o poco meno. Ribot (chitarrista e collaboratore seriale) arruola un cast di voci di prim’ordine per riletture grossomodo folk (con punte jazzate occasionali) di classici e meno classici del repertorio di lotta; da ascoltare (perché insieme coinvolgente e assurda) la versione di Bella ciao, affidata a Mr. Tom Waits (Goodbye Beautiful, ovviamente). (Marco Sideri)

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LOW - Double Negative

I Low sono un trio mormone di lungo corso; marito (Alan), moglie (Mimi) e bassista (variabile). Fanno parte dei gruppi monolitici; nel senso che hanno un suono e un’identità riconoscibile e, salve variazioni che solo un fan può definire sostanziali, una costanza sonica spiccata. Il suono dei Low è lo slow core (si chiamava così a metà anni ’90): un lento incedere melodioso con ascendenze folk più o meno marcate e occasionali disturbi (elettrici, elettronici). In Double Negative i disturbi prendono il potere e deragliano la musica verso forme più astratte dove la melodia (le ascendenze folk di cui sopra) spunta a tratti, da buchi nei ritmi rotti e nelle frequenze irregolari del disco. La svolta (a sinistra) è assai benvenuta. Questo è il disco dei Low più inatteso e fresco degli ultimi (10?) anni. Cambiare abito fa bene a tutti, monoliti compresi. (Marco Sideri)

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SOFT MACHINE - Hidden Details

Hidden Details: dunque“dettagli nascosti”. Titolo programmatico per questo nuovo capitolo in studio di una delle band più gloriose del jazz rock inglese, in sostanza un invito a guardare oltre l’immediata evidenza che la macchina morbida” ha cinquanta primavere sulla schiena, e a cercare tracce significative di un passato che fui tanto visionario e innovativo da apparire ancora oggi come uno spicchio di futuro. E a conferma ci sono  centinaia di band contemporanee, che sulle piste ignote tracciate dai Soft Machine, magari con un  pizzico in più di elettronica si muovono come su autostrade sicure. I Soft Machine 2018 sono, per nostra fortuna, tutti musicisti che in una fase o l’altra della vita sono per davvero transitati nella creatura sonora che fu di Robert Wyatt e Hugh Hopper. Dunque John Etheridge alle chitarre, talento vertiginoso spesso dimenticato, Theo Travis con fiati e tastiere, forse oggi “il” fiatista progressivo più amato, Roy Babbington al basso, l’immenso John Marshall alla batteria. In pratica la ricomposizione auspicata dei “nuovi” Soft Machine e della Soft Machine Legacy attiva in parallelo.

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BIG BIG TRAIN - Merchants of Light

Big Big Train è forse la formazione che meglio incarna cosa voglia dire nel 2018 classic progressive rock. Nel bene e nel male. Partiamo dal male, se di male si può parlare: difficilmente troverete nella loro musica complessa, sontuosa, drappeggiata, molto, molto british qualcosa che non vi sembra di aver ascoltato in qualche vecchio vinile frusciante della vostra giovinezza, o, se l’anagrafe ve lo consente, dalla raccolta di dischi dei vostri genitori. E dunque echi di Genesis del periodo d’oro, nella voce del solista David Longdon, nel tappeto di d’arpeggi acustici, di Camel, di Yes,  finezze canterburiane qui e là, cadenze folk rock, turgori orchestrali che rimandano a mille disconi per “gruppo e orchestra”. 

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TIM GRIMM AND THE FAMILY BAND - A Stranger In This Time

Gli orfani di Johnny Cash e di Leonard Cohen assieme, a caccia di quelle voci profonde e bluesy che sembrano impastate con la terra e la polvere con Tim Grimm hanno un bel punto di riferimento. Ha sulle spalle una decina circa di dischi, ma da quando si è messo in  testa di fare tutto in casa, a Bloomington, Indiana, le cose hanno preso una bella accelerazione. I due figli al basso, chitarre e banjo, la moglie all’armonica e alle parti vocali di rinforzo, una scrittura che va a colpire dritto al cuore dell’Americana, quelle ballate trascinanti, lievemente oscure e malinconiche in cui ti sembra di riassaporare le pagine di John  Steinbeck su un paese che non c’è quasi più, avvelenato dal truce machismo del miliardario col ciuffo biondo che si fa chiamare presidente.

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