Rock

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SPIRITUALIZED - Sweet Heart, Sweet Light

Jason Pierce non è di primo pelo. Sperimentatore spaziale negli Spaceman 3, alla guida del progetto Spiritualized dai primi anni 90, JP arriva al principio del terzo millennio con la quiete tipica del musicista navigato, disturbata qua e là dai ricordi delle intemperanze giovanili. Le canzoni di Sweet Heart, Sweet Light sono lunghe e dense composizioni di matrice rock, riempite di ogni ben di Dio (archi, fiati, piani, un po’ di elettronica) e di qualche giochino del demonio (distorsioni acide, piccoli disturbi). Come il capolavoro Ladies And Gentlemen… (1997, non a caso ristampato e suonato dal vivo nel recente passato) Sweet… è un disco stratificato e sonico. Le (belle perlopiù) melodie sono solo una parte dell’insieme: il fascino del lavoro sta nel suono avvolgente e curato che via via accompagna i passaggi. Come un moderno Phil Spector nuovamente all’attacco del pop rock. (Marco Sideri)

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PETRA JEAN PHILLIPSON - Notes On: Death

Sette anni dopo Notes On: Love (che non era un disco leggero), Petra Jean Phillipson calca ancor più la mano con Notes On: Death. Diviso in un cd 'noir' (più fosco) e in uno 'blanc' (più aereo, si fa per dire), l'album potrebbe sembrare al tempo stesso peso e supponente. Il fatto che non lo sia, o lo sia solo un pochino, è in effetti un piccolo miracolo. Se il disco bianco viaggia tra il favolistico e il metafisico rurale facendo sovente pensare a Joanna Newsom, la sua controparte nera suona compattamente fosca ma anche coinvolgente e in più punti incalzante come nelle pagine migliori del folk apocalittico alla Current 93. Certo, i dieci minuti iniziali per tuba e poco altro sono un bell'ostacolo anche per un ascoltatore motivato al cupo e qualche passaggio 'chiaro' suona un po' vago: un singolo cd con il meglio dei due colori avrebbe reso più incisivo il contrasto. (Antonio Vivaldi)

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LEE RANALDO - Between The Times And The Tides

Non annunciato ma più che probabile, lo scioglimento dei Sonic Youth lascia i membri della band alle prese con le carriere soliste. Lee Ranaldo, in realtà, di dischi da solo ne ha già pubblicati tanti; a dire il vero senza troppo clamore. Between the Times and the Tides ha invece richiamato maggiore attenzione, forse per il momento attraversato dai Sonic Youth, ma anche perché è un disco se non spettacolare, certo molto piacevole. Ranaldo attinge a piene mani alla tradizione rock come si evince già dalle prime note dell'iniziale Waiting On A Dream, un vero calco del celebre attacco di di Paint It Black. Altrove non mancano richiami a Neil Young o ai Grateful Dead, anche se la somiglianza più spiccata (anche nel tono della voce) è con i REM. Insomma un suono tradizionale molto lontano da tentazioni noise che in più di un episodio (Off The Wall, Xtina As I Knew Her) trova anche buone melodie. (Marina Montesano)

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AMADOU & MARIAM – Folila
Divenuto celebre grazie a Dimanche à Bamako, prodotto nel 2004 da Manu Chao, il duo maliano Amadou & Mariam propone una miscela di suoni e strumenti provenienti da tradizioni diverse, oltre che dal loro paese d'origine; paese che vanta peraltro una secolare tradizione musicale di qualità. Nei dischi precedenti Amadou & Mariam hanno alternato maggiore e minore fedeltà alla musica del Mali e non hanno disdegnato le collaborazioni con artisti internazionali: oltre al già citato Manu Chao si può ricordare almeno Damon Albarn. Tuttavia con Folila il duo punta ben più decisamente in questa direzione: sono infatti della partita, tra gli altri, Santigold, TV On The Radio, il cantante degli Scissors Sisters e il francese (ex Noir Desir) Bertrand Cantat. E' la presenza di quest'ultimo a segnare maggiormente il disco, visto che lo incontriamo in quattro brani diversi, fra i quali l'eccellente Africa Mon Afrique. Ma nonostante le tante collaborazioni e lo spiccato crossover di generi, il disco dovrebbe non lasciare delusi coloro che sono affezionati al coté più propriamente africano di Amadou & Mariam. (Marina Montesano)
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JACK WHITE – Blunderbuss

Jack White è stato in questi anni uno fra i musicisti-compositori più prolifici: con i White Stripes, naturalmente, oltre che con i Raconteurs e i Dead Weather; per non parlare poi della sua attività di produttore e di promotore di musica e di artisti, nuovi e del passato. Curioso allora aver dovuto attendere tanto per avere un suo LP solista: diciamo subito che ne valeva la pena, non perché sia un disco rivoluzionario rispetto alla sua discografia precedente, ma perché arriva a ricordarci come in questa feconda carriera Jack White abbia firmato ben più di un classico e si sia inscritto di diritto nella grande tradizione del blues e del r'n'r americani. Se, come si è letto,  Blunderbuss è un disco post-divorzi (dai White Stripes, dalla moglie), bisogna dire che questi non hanno ispirato sentimenti di maliconia, perché sdegno, rabbia e una bella vitalità percorrono tanto i testi quanto la musica. Musica che, contrariamente a quello che sarebbe lecito aspettarsi da un virtuoso della chitarra, è piuttosto basata sugli arrangiamenti pianistici, sebbene le eccezioni non manchino. L'esplosiva Sixteen Salteens e la lirica Weep Themselves risultano ai primi ascolti i brani vincenti, ma è l'insieme a convincere e a confermare Jack White come uno dei grandi protagonisti della musica contemporanea. (Marina Montesano)

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KILLING JOKE --- MMXII

Il nuovo album dei Killing Joke, la storica band inglese, capitanata dal carismatico Jaz Coleman, concentra le tre anime che la caratterizzano: punk, dark-metal e dance, in dieci brani che non lasciano tregua. Forse nulla di nuovo per gli adepti, ma un disco che propone un gruppo in splendida forma, nonostante l’età, e che continua a  trasmettere stimolanti inquietudini creando atmosfere cupe, ossessive, energiche e martellanti,  condite da un’energia primordiale, evocativa di scenari  diabolici e infernali. MMXII (il titolo è emblematico) si apre con una suite di 9 minuti, Pole Shift, una dichiarazione di intenti dalla linea melodica collaudata e repentini cambi ritmici. Il resto del disco è da ascoltare senza interruzioni lasciandosi trasportare da un delirio percussivo che non si placa nemmeno quando con In Cythera, il brano più abboccato del’intero lavoro, si vuole compiacere un pubblico meno avvezzo al genere. (Mauro Carosio)

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