Rock

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DAVID CROSBY - Lighthouse

Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate,  tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora  tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito. Il segreto era lì, a un palmo di mano: sottrarre.

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WOVENHAND - Star Treatment

Che suono avrà l’apocalisse? Difficile dirlo (e quando lo scopriremo sarà tardi per discuterne); tuttavia la musica di David E Edwards, fin dai 16 Horsepower, ha portato dentro segni di dannazione e redenzione (eterne). Sarà la furia confessionale dei testi; sarà il nonno predicatore; saranno la voce profonda e i fantasmi della Vecchia Musica Americana. Arrivato al disco numero 10 del progetto Wovenhand, David prosegue l’esplorazione elettrica e new wave inaugurata con Ten Stones (2008) e The Laughing Stalk (2012). E così al posto di polverosi sermoni pare di ascoltare rugginosi blues; al posto di litanie visionarie, ci sono terrene ballate folk; sfumature, in fondo, che la personalità di DEE emerge solita e intatta; d’atro canto sostanziali diversità, soprattutto se misurate con il punto di partenza (l’esordio Woven Hand del 2002). Una (inquieta) sicurezza. (Marco Sideri)

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ARAB STRAP - Arab Strap                                                             .

Arab Strap (doppio CD, riassuntivo di 10 anni di carriera a 10 anni dallo scioglimento per gli scozzesi Arab Strap) è un’uscita emblematica, in un certo senso; emblematica, intanto, del povero mestiere di recensore. È, infatti, un disco meraviglioso (fatto bene, compilato bene) che interesserà, probabilmente, chi non ne ha alcun bisogno (chi ha già tutti i dischi degli AS, ad esempio); motivo? Qualche rarità e un remix. Poco spazio, come vedete, per disquisizioni. È anche emblematico, Arab Strap, perché è operazione ad alto tasso nostalgico (esce accanto a una piccola reunion) per musica che non è così vecchia e, soprattutto, è ancora disponibile e già compilata (Ten Years Of Tears, 2006). Insomma, la recensione non serve a un fischio; il disco, due scozzesi che parlano di donne con linee folk e ritmi sconnessi per 20 pezzi, è una meraviglia. (Marco Sideri)

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LEONARD COHEN - You Want It Darker

In questo disco il manifestarsi della voce di Cohen nella prima traccia, sopra un lugubre coro maschile, è un colpo al cuore (e anche  ai woofer). Il tono della voce sembra provenire dall’aldilà,  un luogo che il Cohen ottantaduenne non sembra temere, ma che esorcizza con brani che sottolineano  l’inevitabilità della morte e tracciano bilanci, tra religione e passioni ormai lontane;  il disco ha rischiato di non essere realizzato, proprio per la salute imperfetta del cantautore e poeta canadese e quella di Patrick Leonard, suo importante  collaboratore negli ultimi dischi. Per fortuna nostra,  l’aiuto del figlio Adam  e di qualche presidio sanitario, come ci racconta lo stesso artista nelle note, ha permesso l’uscita di You Want It Darker. Il debole ritmo, e il consueto fraseggio vocale dell’ultimo periodo, rimangono la cifra stilistica anche qui, così come l’accompagnamento vocale, diviso tra le consuete coriste e il  coro  di una sinagoga canadese di soli uomini.

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TIM BUCKLEY - Lady, Give Me Your Key

La citazione potete trovarla facilmente, è in testa alla voce “Tim Buckley” di Wikipedia, e proviene da Lee Underwood, che dell'uomo con la voce d'angelo fu stretto collaboratore musicale, prima di diventare uno dei miglior critici jazz americani: « Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono ». Tim Buckley se n'è andato nel 1975, lo stesso anno che Bob Dylan scrollava il songwriting generale un po' sonnecchiante con il mercurio vivo di Blood On The Tracks. Tim pare stesse indirizzandosi verso la composizione di una specie di opera rock, e che si stesse anche occupando di cinema. Tim Buckley ci ha lasciato nove album in studio, sette dal vivo, un paio di  antologie con preziosi materiali materiali in lavorazione. Ogni volta che, quattro decenni dopo la sua scomparsa (e quasi due da quella del suo figlio “reincarnazione”, Jeff) spunta qualcosa, è una festa.

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IAMTHEMORNING - Lighthouse

Non tutto quanto è pubblicato dall'etichetta di Steven Wilson è un capolavoro, ci mancherebbe altro.  Ma che il gelido signore dei Porcupine Tree abbia un intuito formidabile per l'eccellenza è sicuro. Ad esempio mettere sotto contratto i misteriosi Iamthemorning è stato un colpo da maestro. Tant'è che questo (splendido) cd s'è conquistato, con merito, il Prog Award di quest'anno come migliore pubblicazione internazionale. Il gruppo è in realtà un duo russo, aiutato da musicisti come Colin Edwin al basso e Gavin Harrison alla batteria, dunque pezzi da novanta. Loro sono  Mariana Semkina, voce inquietante da angelo imprevedibile, immaginate un incrocio riuscito tra Kate Bush e Annie Haslam dei Renaissance, lui, Gleb Kolyadin è un pianista e tastierista di bravura trascendentale. Entrambi di formazione classica, e si sente, ma con evidenti ascolti meditati di musiche da tutto il mondo, note gaeliche in primis, jazz, pentagrammi sperimentali, e via citando. Costruiscono melodie potenti e melanconiche assieme, e quando credi di poter liquidare il tutto con la supponenza del “già ascoltato”, loro torcono il suono, le idee, gli arrangiamenti, e ti portano in strane terre incognite. (Guido Festinese)

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