Musica italiana

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SABRINA NAPOLEONE - Modir Min

A fronte di molti, troppo autori di canzoni che riescono a far contemplazione del proprio ombelico anche quando fanno ( o credono di fare) ironia su se stessi e sugli altri, finendo per essere moralisti in diluizione musicale omeopatica, ci sono figure che, quando  scrivono parole da appoggiare sulla musica, sembrano farlo per una sorta di sincero, squassante furor interiore. Una di queste figure è Sabrina Napoleone, autrice id brani duri e diretti che nulla concedono neppure alla retorica del “rock d’autore” , se per questo immaginate frasi d’impatto tanto affilate nella forma e nel lessico quanto vuote nella rilevanza reale. Sabrina nulla concede alla carineria, neppure a quella “contro”. Si racconta e racconta il modo che ha introno senza schermi e senza compassione stucchevole.  L’avevamo lasciata al 2014 di “la parte migliore”, che era già un gran disco. Questo nuovo  Modir Min, che prende titolo da una filastrocca islandese, mantiene quanto simbolicamente annuncia la copertina, dove una Sabrina bambina è ai piedi di un gigante di sabbia sdraiato: Un piccolo fuoco vivo di vitalità contro i giganti dai piedi e dalla gambe  imponenti ma fragili, che una volta abbattuti mostrano tutta la propria inane ferocia. E poi c’è anche l’aspetto musicale: chi va a caccia di farfalle melodiche  policrome e confortanti sappia che qua troverà oscuri fondali sonori limacciosi e infiltrati di rumori spiazzanti che possono anche ricordare tratteggi tra ambient e industrial music. Merito anche dell’apporto prezioso di Giulio Gaietto, il bassista genovese che è un altro tesoro nascosto di vitalità reale in questa città sonora fatta spesso di  apparenze glorificate. Danno una mano anche Max Manfredi, Cristina Nico, Valentina Amandolese e Serena Abrami, un parterre di altre eccellenze spesso trascurate. (Guido Festinese)

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 AGRICANTUS - Akoustikòs vol. I

L’anno prossimo festeggeranno il quarantennale. Quarant’anni belli e turbolenti, a un certo punto scanditi anche da qualche lite, perché il “marchio di fabbrica” di uno dei più significativi gruppi di world music mediterranea italiana è un bene prezioso e ambito , anche sei i tempi, oggi, non riservano più soverchie simpatie per le musiche che predicano l’incontro tra le culture. Akoustoikòs è una ripartenza coi fiocchi, bella, intensa e meditata. Anche perché il fiatista Mario Crispi, i plettri di Mario Rivera e le percussioni di Giovanni Lo Cascio hanno trovato una voce d’eccellenza a rilevare il difficile compito da “front woman” che è sempre toccato alle vocalist di Agricantus. Adesso c’è la voce intensa e drammatica della messinese Anita Vitale,  formatasi alla scuola di Maira Pia De Vito, perfezionatasi negli States, e poi presenza importante in altre band di world music. Una voce ben attrezzata per reggere l’intensità emotiva degli Agricantus, che ci piace anche ricordare spesso in studio con i “nostri” Pivio e Aldo De Scalzi, per colonne sonore tanto belle quanto fruibili anche al di là del medium cinematografico. Akoustikòs vol. I ( segno che ci sarà un altro o altri capitoli) ripercorre tracce lontanissime, lontane e vicine dalla lunga storia del gruppo. Un viaggio che a tratti  costeggia la ambient music, a volte ritmicamente pressante, altre ancora pura poesia messa in musica. Bentornati. (Guido Festinese)

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PSYCHOWAVE – Desert

Qualcuno – almeno i più attenti, ci si augura – ricorderà gli Sleeves, la storica band psichedelica di casa nostra. Due membri di quel gruppo si ripresentano oggi, con il nuovo nome di Psychowave e si tratta di una graditissima sorpresa. Il quintetto – composto da Roberto Vinciguerra alla voce, Carlo Cheldi alle chitarre, Pino Parello al basso, Kasun Dias alle percussioni e Lulla Rock alle tastiere – suona un bell'esempio di new wave revival, con piacevoli inserti garage-psych, belle melodie e una costante attenzione per la creazione di atmosfere intriganti e non troppo retrò. In questo mini-CD di cinque brani, della durata complessiva purtroppo di neanche venti minuti, si respira tanta freschezza sia compositiva sia esecutiva. Il suono è molto inglese, ma potrà certo piacere a chi ha apprezzato il Paisley Underground, nonché agli amanti di certo post rock. In definitiva, un ottimo lavoro, al quale ci auguriamo possa far presto seguito un lavoro sulla (più) lunga distanza. (Davide Arecco)

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RICCARDO TESI E BANDITALIANA - Argento

Argento. Ma sarebbe meglio dire oro puro. Con un livello di altezza poetica e comunicazione musicale che sbalza direttamente il disco ai vertici delle (poche) cose musicali che resteranno, in questo inizio di secolo italiano così convulso e senza coordinate riconoscibili. Riccardo Tesi festeggia il quarto di secolo della sua Banditaliana, la creatura sonora che mette assieme con un sorriso energia rock, sapienza folk radicata nei secoli, intuizioni jazz, canzone d'autore in cui ogni parola è pensata e sciolta in canto per davvero, non per riempire qualche battuta. Festa grande, allora, e affollata: perché Banditaliana ha chiamato un nugolo di amici a dare ognuno una scheggia di poesia in musica che, tutti assieme, riassumono molto del meglio delle note italiane di sostanza. Quindi troverete Mauro Pagani, Paolo Fresu con la sua tromba fatata, le voci di Elena Ledda, Ginevra di Marco, Luisa Cottifogli, Lucilla Galeazzi. Ci sarebbe stato anche Gianmaria Testa, se non avesse ricevuto una chiamata troppo importante da sopra il cielo: ecco allora l'omaggio al Capostazione delle Nuvole con Miniera, un brano che Gianmaria amava riproporre, e Polvere di gesso, da brividi con la voce di Maurizio Geri. E poi omaggi alla tammoriata e al saltarello, ballate che mozzano il fiato, ritmi dispari, ricordi di terre basche, profumi mediterranei, e quant'altro ci vorrete trovare: c'è, è solo nascosto e sciolto nella poesia sonora debordante della magnifica Banditaliana. (Guido Festinese)

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TOMASO CHIARELLA – E ora che

Tomaso Chiarella è uno che con le parole ci sa fare parecchio. E tra rime irresistibili e per nulla scontate, allitterazioni e slang declinato in poesia metropolitana con "E ora che" - che segue di cinque anni l'ottimo esordio di "Trasparente" - ci regala un album articolato, ma al tempo stesso semplice e divertente come dovrebbero essere tutti i dischi di classic rock italiano, con qualche venatura cantautorale. Anche perché Tomaso, che suona con una passione smisurata e autentica, non ha alcun distintivo da alternativo da dover esibire – parafrasando uno dei suoi versi più ficcanti – ma solo tanta voglia di cantare e di raccontare il proprio mondo, in bilico fra melodie scanzonate e ballate dolcissime. Brani rock e mid-tempo come "Mascherata scientifica" e la title-track "E ora che" suonano freschi come un gin tonic sulla spiaggia di Puntavagno alle cinque del pomeriggio, mentre "Benedetti maledetti" è una filastrocca sofistica dai toni pop agrodolci che ti si appiccica subito alla testa, come un chewing gum al mirtillo. Tra i brani più intimi e ipnotici spiccano senza dubbio "Dopo il temporale" (con un testo da dieci e lode fatto di incastri perfetti e rime da competizione tipo "Anche stavolta dopo il temporale ci guarderemo un sacco di film/Il Bisbetico domato, Superfantozzi oppure Jules e Jim"), "Paola" e il gran finale di "Il tuo accento spezzino", che inizia con un tono dolente per poi terminare in un crescendo epico quasi western, come se si trattasse di una canzone divisa in due atti. Insomma "E ora che" è uno disco eterogeneo, ma con un filo conduttore ben preciso: la voce inconfondibile di Chiarella, che come un rocker della porta accanto riesce a portarti con estrema nonchalance sul proprio terreno, anche se solitamente frequenti altri lidi musicali. Il paragone con il primo e compianto Vasco Rossi, quello, spontaneo, scorretto e senza menate di "Lunedì" e "Non l'hai mica capito" è fin troppo facile. Ma Tomaso, che probabilmente ha ascolto fino alla nausea quei dischi, è talmente genuino nel suo approccio alla musica che accostarlo a qualunque altro artista sarebbe profondamente ingiusto. A coronare questo bel disco della maturità – anche se di solito è una formula che si usa per il terzo album – ci sono anche degli ottimi arrangiamenti e una qualità sonora inconfondibile, che ci consente di citare un'altra eccellenza genovese: il Greenfog Studio. (Diego Curcio)

p.s. Il 9 giugno Tomaso Chiarella presenterà il suo nuovo album proprio qui da Disco Club. Non mancate.

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PIERO DE LUCA & BIG FAT MAMA - Greetings From The Coast!

In attesa di festeggiarne il 40° anniversario della nascita l'anno prossimo, con l'ironico titolo dell'ultimo album la Big Fat Mama di Piero De Luca reclama il proprio diritto all'esistenza, denuncia l'ingiustificata invisibilità di cui è oggetto nel panorama blues italiano e non rinuncia a suonare il blues che lo ha visto nascere. Il cd dello storico gruppo genovese è costituito di sole cover, ma non per mancanza di idee o stimoli: semplicemente non era mai successo prima in quarant'anni. Questo lavoro è quindi frutto dell'esperienza fatta nei vari festival e locali in cui la band si esibisce con regolarità.
E a ben guardare la scelta delle cover non è affatto scontata: si va da "Nothing but the Blues" di Max Longmire (registrato per la prima volta da Guitar Slim nel 1955) alla jazzata "Hold It Right There" di Eddie "Cleanhead" Vinson, passando --tra le altre -- per riarrangiamenti di "Baby, Please" di Curtis Mayfield e "Going to New York" di Jimmy Reed, "She Belongs to Me" di Magic Sam, "Parchman Farm" nella versione di Mose Allison, "Madison Blues" di Elmore James, "Folsom Prison Blues" di Johnny Cash, "Tell Me" di Howlin' Wolf. Ciliegina sulla torta l'oscura "From the Bottom" di Sonny Boy Williamson II.
Supportati dal metronomico drumming di Ezio Cavagnaro, il fondatore del gruppo Piero De Luca (basso) e Antonio "Candy" Rossi (chitarra e armonica) si alternano al canto, con l'aggiunta dello spumeggiante special guest Marco "Ray" Mazzoli al piano e organo. Acquisto sicuro. (Luigi Monge)

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