Musica italiana

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In attesa di festeggiarne il 40° anniversario della nascita l'anno prossimo, con l'ironico titolo dell'ultimo album la Big Fat Mama di Piero De Luca reclama il proprio diritto all'esistenza, denuncia l'ingiustificata invisibilità di cui è oggetto nel panorama blues italiano e non rinuncia a suonare il blues che lo ha visto nascere. Il cd dello storico gruppo genovese è costituito di sole cover, ma non per mancanza di idee o stimoli: semplicemente non era mai successo prima in quarant'anni. Questo lavoro è quindi frutto dell'esperienza fatta nei vari festival e locali in cui la band si esibisce con regolarità.
E a ben guardare la scelta delle cover non è affatto scontata: si va da "Nothing but the Blues" di Max Longmire (registrato per la prima volta da Guitar Slim nel 1955) alla jazzata "Hold It Right There" di Eddie "Cleanhead" Vinson, passando --tra le altre -- per riarrangiamenti di "Baby, Please" di Curtis Mayfield e "Going to New York" di Jimmy Reed, "She Belongs to Me" di Magic Sam, "Parchman Farm" nella versione di Mose Allison, "Madison Blues" di Elmore James, "Folsom Prison Blues" di Johnny Cash, "Tell Me" di Howlin' Wolf. Ciliegina sulla torta l'oscura "From the Bottom" di Sonny Boy Williamson II.
Supportati dal metronomico drumming di Ezio Cavagnaro, il fondatore del gruppo Piero De Luca (basso) e Antonio "Candy" Rossi (chitarra e armonica) si alternano al canto, con l'aggiunta dello spumeggiante special guest Marco "Ray" Mazzoli al piano e organo. Acquisto sicuro. (Luigi Monge)

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MANDILLÄ - Ciassa Marengo 26

Del primo disco dei Mandillä, Da O Vivo, abbiamo scritto, e bene, alcuni anni fa; ma quello era un tributo dedicato a De Andrè, per di più dal vivo,  fatto di canzoni tradotte in genovese. Il gruppo di Moneglia esce adesso con un nuovo disco, Ciassa Marengo 26, che prende il nome dal 'posto' dove si riunisce la band. Finalmente possiamo ascoltare gli undici  nuovi brani composti da Giuseppe Avanzino, con il cameo di una bella versione di La Mauvaise Reputation di Georges Brassens. I brani vertono su argomenti storici  (la peste di Morte Neigra) antropologici (Gente do me paize, Feugo De Sant’Antonio) o umoristici ( O Paize Da Succa) e sono tutti in un dialetto genovese tinto di toni levantini. La voce di Avanzino, piuttosto impetuosa è il punto forte del disco, che gode degli ottimi arrangiamenti del jazzista  Lorenzo Capello: un felice mix di folk e canzone d’autore con l’aggiunta di qualche inaspettato ingrediente sonoro. A presto, dunque, su qualche palco estivo... (Fausto Meirana)

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QUARTELA' - Canto di migranti

Marcella Cortese e Flavio “Faffo” Bertuccio sono musicisti imperiesi che potremmo definire ‘di lungo corso’; con Canto Di Migranti hanno prodotto una raccolta densa e importante, con temi attuali e una cura maniacale dei suoni.  La Cortese canta in diverse lingue, ma principalmente in italiano e nel misconosciuto e quasi esotico  ligure di ponente, vera sorpresa del disco, che si vorrebbe utilizzata più spesso. “Faffo”  Bertuccio  si occupa invece di una spropositata quantità di strumenti a corda e percussioni , in più, canta in alcune  occasioni, sia come sostegno che da solista. Come si evince  dal titolo, i temi delle canzoni sono quelli delle migrazioni di ogni tempo: passate, presenti e  remote. Il disco  può anche essere interpretato  come una dedica al nostro mare e alle genti che lo hanno attraversato. Aiutano il panorama sonoro con il loro strumenti alcuni musicisti tra cui i genovesi Edmondo Romano (fiati) e Matteo Rebora (percussioni). (Fausto Meirana)

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 ELENA LEDDA - Làntias

Rieccola, finalmente, la “grande madre mediterranea” del canto. Nulla volendo eccepire o togliere alle altre grandi voci di donna che ci hanno regalato emozioni e riflessioni, nell'ultimo quarto di secolo, Un posto speciale bisogna sempre lasciarlo alla sarda Elena Ledda. Quando sale su un palco o decide di lasciare traccia discografica, è una festa per chi ama la musica. Non solo quella un po' frettolosamente definita “mediterranea”, che se sbagli un colpo diventa il festival del kitsch, e se lo azzecchi sembra portare invece refoli salutari di civiltà: la musica, punto e basta. E' impossibile segnalare l'eccellenza di un brano su un altro, in questo disco imperioso, assertivo e potente com'è la sua voce e la sua presenza, a partire dall'iniziale Nora, inanellata su un arco melodico mediorientale. Per stuzzicare legittimi appetiti di chi ama la musica diremo che qui Elena ospita il clarinetto fatato di Gabriele Mirabassi, e poi Enzo Avitabile, Luigi Lai, Gianluca Pischedda, Gigi Biolcati, mentre si ribadisce il sodalizio prezioso con l'intelligenza in musica di Mauro Palmas con le sue mandole.  Solo Sardegna in “folk progressivo”, dunque? No. C'è Serenada, omaggio al musicista galiziano. (Guido Festinese)

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BOBBY SOUL  AND BLIND BONOBOS - Dodici Lanterne

Che l'intero pantheon dei “blue devils”, gli spiritelli che presiedono alle sorti delle note afroamericane, ce lo conservi a lungo, uno come Alberto Debenedetti in arte Bobby Soul. Disco dopo disco, concerto dopo concerto, e una cantina intera di barili di sudore dopo, Bobby è approdato a una dimensione unica e solo sua, nel panorama della Penisola così avara di riconoscimenti per chi vale davvero, e così prodiga per le mezze cartucce. Bobby Soul era (ed è, sia chiaro) un uomo del funk, del rhythm and blues, del blues, di tutto quanto insomma potete ascrivere a chi non ce la fa proprio a non garantire un buon groove nelle sue canzoni. Però il tempo gli ha regalato una splendida capacità di affabulazione anche nei testi, a complemento diretto di quella voce nera che sembra sempre una bomba tonda con la miccia accesa e pronta ad esplodere. Bobby Soul è un radar che intercetta le storie, e le sa rendere in canzone,  mantenendo, appunto, un gran funk, è un sismografo sensibile che registra i battiti del cuore della gente, e li trasforma in emozioni cantate. Spesso sbilenche, eccentriche, appese a un filo: come quella del “Pennellone”, una figura che molti genovesi conoscono, e che adesso ha il suo cantuccio di eternità musicale, grazie a Bobby. O come quella descritta nella micidiale Osho s'è fermato a Uscio (!).  E che struggimento sentire la voce di Bob Quadrelli, in fondo al tutto. La chitarra acustica di Alessio Caorsi batte implacabile e concentra le sincopi: un tappeto volante, per la voce di Bobby Soul. (Guido Festinese)

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BEPPE GAMBETTA - Short Stories

Duke Ellington rispondeva sempre, a domanda su quale fosse la sua musica favorita, che per lui esistevano due sole musiche possibili: quella buona, e quella cattiva. Dunque “buona musica” è concetto che prescinde radicalmente dal genere. E chi è innamorato della buona musica fa di tutto per tenersi lontano dalla “purezza dei generi musicali ”, che sembra un po’ il corrispettivo di altre ben più minacciose purezze “identitarie” e “tradizionali” attualmente brandite come clave nella Penisola. Beppe Gambetta è musicista che, sulla carta, dovrebbe essere confinato in una sorta di ghetto della purezza acustica: un flatpicker teoricamente non dovrebbe mostrare segni di debolezza verso l’opera, o la canzone d’autore, o il jazz. Che c’entrano con la chitarra nordamericana suonata a plettro? Per fortuna sappiamo che (da decenni!) Gambetta pratica una sana via inclusiva della bellezza: se gli piace una cosa, la suona. E bene. Qui troverete ad esempio una nuova versione della verdiana “Vergine degli angeli”, due titoli dal canzoniere di De André, un sentito tributo a Doc Watson (dal vivo al Teatro della Corte nella Acoustic Night 17), e diversi nuovi brani, eccellenti: la struggente Benedicta 1944, un ricordo per quei ragazzi che ci hanno regalato la vita e la libertà,  Super  Hit, autoironico auspicio per migliori sorti commerciali  per la propria musica, Notes From The Road .

Top ten del mese

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