Musica italiana

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DHVANI - Angustium

I Dhvani sono la dimostrazione che si può essere ucronici. Nel nuovo lavoro del combo formato da Alessio Fuzz Caorsi alla chitarra e ai synths, Massimiliano Caretta al basso e Leonardo Capurro alla batteria e mandala si assiste auralmente , nell'arco di 7 tracce tutte egualmente indispensabili, a che cosa sarebbe successo se la musica degli anni'70 avesse evitate come la peste il quasi cinquantennio successivo e il bello è che tutto ciò non appare affatto datato o retrò...
Nell'iniziale Janua si entra in un acid trip che se davvero toccasse la città che ne dà il titolo male non sarebbe, NEU! È omaggio sincero ma non citazionistico alla formazione kraut che sopra ogni altra contribuì a definire un genere e ad originarne infiniti altri. Con Sole siamo in zona primi Deliurm grazie anche al flauto di Willie Oteri che svisa con elegiaca raffinatezza, mentre la title track Angustium parte verso un crescendo a tratti Crimsoniano che sfocia in cieli cosmici. Materia è, per l'appunto, materica ma anche matematica del chaos, molto seventies. From Saturn contiene tracce di space rock , contrappunti di synth su controtempi raffinati, si pattina sugli anelli del pianeta verso una pace siderale. L'opera si conclude con Theia, riappare il flauto che evita paragoni colti e non, un landscape atmosferico, forse il brano più prog e chissà se foriero delle prossime direzioni. In conclusione: disco che troverete a cifre folli su discogs tra qualche mese quindi accattevelo mò. Bravi Dhvani , da spellarsi le mani. (Marcello Valeri)

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PIVIO - Mute

Quarant’anni, fa il 1979. Quando morva Demetrio Stratos.  A Genova erano tempi amari, un risveglio crudo dagli anni dei movimenti che portava una dote acida come i fumetti e le figure di Andrea Pazienza: l’eroina che tramutava in incubi narcolettici le frenesie vitalistiche precedenti, l’avvio verso gli anni del riflusso. La musica fece, come di consueto, da termometro e sismografo sensibile di quegli anni: la spallata del punk a sfogare una voglia di rompere le nuove gabbie senza più il confronto degli ideali, la dark wave e il synth pop che testimoniavano un disagio colorato di scie livide. Nel ’79 Pivio fonda con Marco odino gli Scortilla, indimenticabile band sempre pronta a tirare graffi cattivi e intelligenti sui pentagrammi, un suono tutto da riascoltare anche oggi.

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AGE OF THE EGG - Songs Of Rage

L'uovo inteso come rassicurante involucro protettivo o come opprimente corazza di cui è necessario liberarsi? E' probabile che questi giovani e talentuosi studenti milanesi, amici e sodali fin dall'adolescenza, non abbiano interesse a sciogliere l'enigma racchiuso nel nome della loro band. Age of The Egg è in primo luogo passione per la musica, le arti visive e la grafica. E' urgenza espressiva, impegno e condivisione. A conferma del costante lavoro di ricerca sonora e di affiatamento artistico, gli Age of The Egg sono ottimi e appassionati performer (da segnalare una loro esibizione al prestigioso Bloom di Mezzago). L'emozione e l'adrenalina che animano i concerti sono irrinunciabili, ma anche l'attività discografica acquisisce un ruolo significativo nello sviluppo artistico degli Age of the Eggs. Songs of Rage è il primo album della band ed è accattivante fin dall'immagine (bellissima) di copertina. Nella sua disarmante chiarezza, il titolo dell'album ne rende esplicito il contenuto. Le canzoni di rabbia della band milanese evocano un profondo legame con i Rancid, i Nine Inch Nails , i Green Day e altri gruppi iconici della scena post-punk. I dodici brani di Songs of Rage si aggrappano all'energia delle chitarre distorte, dell'ottima sezione ritmica e alla voce, sempre più efficace e matura, del frontman Giorgio Galgano. Tra rabbia, tracce di disillusione e la caparbia volontà di essere gli artefici del proprio futuro, brani come Orange Fear, Ivisible e la bellissima Tales of Poors testimoniano il talento e la determinazione della band milanese. " I need something sure in my existance", cantano gli Age Of Egg . E non è da escludere che almeno una piccola, ma fondamentale certezza possano trovarla nella loro eclettica creatività. (ida Tiberio)

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IL MURO DEL CANTO - L'amore mio non more

Disco dopo disco, concerto dopo concerto (e sono sempre esperienze notevoli: a quando una tappa genovese, ora?) i romani del Muro del Canto sembrano aver trovato un equilibrio perfetto tra songwriting ruvido ed efficace, innovazione, poesia di strada. I meriti vanno equamente distribuiti: c’è il loro suono classico, un combat folk rock morriconiano che non mostra crepe, e trasforma quasi ogni brano in una sorta di amaro e potente inno stradaiolo, grazie anche alla voce grande di Daniele Coccia, c’è l’idea, ad ogni tappa, di aggiungere qualche tassello che non c’era. Qui troverete insolite cadenze ska e accenti in levare in un paio di brani, due spezzoni di monologhi incastonati nelle canzoni che sembrano quasi  riflessioni a voce alta sui nostri tempi miseri e livorosi, l’aggiunta della voce perturbante di Lavininia Mancusi, e la sorpresa di due testi in italiano. Difficile segnalare un brano sull’altro: forse un punto di perfezione si sfiora nella canzone che intitola il tutto, come trasformare la disillusione personale sugli affetti che svaniscono  in punto di forza. (Guido Festinese)

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ZAMBONI/BARALDI/ROVERSI - Sonata a Kreuzberg

Forse a qualcuno è capitato in mano di recente Nessuna voce dentro / Berlino millenovecentottantuno, il romanzo uscito per Einaudi in cui Massimo Zamboni ripercorre la storia di un’esperienza personale che diventò poi catalizzatore collettivo per la nascita di uno dei gruppi più inquieti e stimolanti degli anni Ottanta, i Cccp. Nell’81 Berlino era già un crogiolo di vicende al limite, un laboratori livido e sotterraneo di idee che sarebbero poi state indirizzate in mille direzioni, quando poi l’89 del crollo del muro avrebbe inaugurato un altro pezzo di storia. Quel libro è diventato anche uno spettacolo teatrale, e ora abbiamo tra le mani la colonna sonora arricchita dello spettacolo, con quattro brani inediti. Ci troverete una sintesi compatta ma non per questo meno azzeccata di atmosfere sonore che, per cronologia o affinità elettive hanno molto a che fare con la Berlino di quegli anni: e dunque brani dei “maledetti” D.A.F, di Nico, di Lou Reed, la Bette Davis Eyes di Kim Carnes, perfino una raggelata Alabama Song di Weill, assai lontano da come la cantò Jim Morrison. Musica asciugata da ogni fronzolo e abbellimento, atmosfere apparentemente gelide che invece emanano uno strano calore. Magnifica, al solito, la voce di Angela Baraldi. (Guido Festinese)

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GIANMARIA TESTA - Prezioso .

Sono passati quasi tre anni dalla morte di Gianmaria Testa, il cantautore piemontese che ebbe successo prima all'estero (Francia, Germania) che in patria. Negli ultimi anni però, anche in Italia conseguì il meritato successo, con dischi come Altre Latitudini e, soprattutto, Da Questa Parte Del Mare, certamente il suo disco migliore. In questi tre anni, la moglie, Paola Farinetti, ha raccolto alcune registrazioni casalinghe unendole ad altro materiale, edito ed inedito, per costruire il disco che esce in questi giorni. Si chiama Prezioso, ed è un titolo che rivela l'eccezionalità del contenuto.

Top ten del mese

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