Rock

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ImageLa cosa più inquietante di “The Album” non è la sua musica, un modo divertente per fare dell’India da supermercato un oggetto dance. Sono le note, in lingua italiana, che accompagnano questa antologia di Rajinder Rai, alias Panjabi Mc, a costernare: una semplificazione della cultura e della storia dei suoni Bhangra a metà strada fra pieghevole turistico e catalogo di salumi.

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ImageArab Strap, Eels, Grandaddy e ora Tindersticks Una sequenza di dischi pubblicati nel corso di quest’anno  consente di trarre conclusioni positive sullo stato di salute dei suoni “alternativi”. Per nessuno dei musicisti citati l’uscita di questi mesi rappresenta l’opera migliore. Tutti però si mostrano in grado di apportare al proprio stile piccole e “naturali” modifiche capaci di evitare la sensazione di stallo creativo.

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ImageGiunto al terzo episodio di una discografia dedicata all’eterna lotta tra uomo e macchina, il quartetto di Modesto si destreggia nell’arduo compito di armonizzare e riconciliare il lato empatico e quello tecnologico della propria musica. Dopo i ritmi e le atmosfere cupe e pessimiste di “The Software Slump”, “Sumday” mostra disinvoltura e confidenza unite a un approccio musicale decisamente cambiato: vi si leggono un ottimismo e una solarità contagiosa che trovano nelle esili drum machine e nei sintetizzatori sporchi di “Stray Dog and the Chocolate Shake” la loro massima espressione.

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ImageSvedesi dall’aria poco nordica, i fratelli André e David-Ivar Herman Düne si affrancano quasi definitivamente dal cliché di “indie-malinconici” con un lavoro dai toni lievi, delicati e consolatori persino quando propone titoli come “l’interferenza arriva dal mio cuore spezzato”. Si può dire che “Mas Cambios” si situi a metà strada fra la sorridente bizzaria dei Moldy Peaches (“Red Blue Eyes”) e la calma circolarità melodica di Silver Jews (“Show Me The Roof”).

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ImageScozzese, giovanissimo, Alasdair Roberts possiede una voce dolente che dà l’impressione di spezzarsi ad ogni strofa, ma rende perfette le sue canzoni che, per temi, ispirazione e atmosfere sono radicate nella tradizione del folk revival inglese  anni ’70. 

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ImageDopo l’introspettivo “Breakfast In New Orleans, Dinner In Timbuktu”, Bruce Cockburn ritorna ad occuparsi del mondo che lo circonda con un cd  che si rifà alle sue prove degli anni ’80, il periodo della consapevolezza politica e dell’aggressività musicale. A confermare tale sensazione c’è il ritorno, al violino elettrico, di Hugh Marsh che fu con Cockburn in quella stagione.

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