Rock

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ImagePoche volte mi è capitato di innamorarmi al primo ascolto e sguardo di un gruppo. I Thermals sono tra questi oggetti rarissimi. A Pillar of Salt mi aveva conquistato senza esitazioni per una semplicità e un entusiasmo dirompenti. Con Now we can see siamo giunti al quarto disco della band di Portland. La formula è nuovamente quella ascoltata in precedenza: power-pop tirato, più curato e limato rispetto alle uscite precedenti pur non eccedendo in fronzoli. Così tra coretti e ripartenze prendono forma quattro capolavori uno di fila all'altro (When I died, We were sick, I let it go, Now we can see), seguiti dal altri sette pezzi che scorrono piacevoli e spensierati tra riff di tre accordi e stacchi di batteria. Now we can see trasuda entusiasmo e riesce ad essere fresco e naturale. Un must per i pomeriggi caldi di quest'estate. (Giovanni Besio)

 

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ImageVent’anni di attività e una vena sempre ispirata. Con “Journal For Plague Lovers” i Manic Street Preachers tornano su alti livelli. Siamo ai tempi di “The Holy Bible”, per la band gallese, che ha sempre amato seguire un suo percorso, alla faccia delle mode e dei tempi. Un atteggiamento che ha portato i suoi frutti: perché i Manics sono una band grandiosa, capaci di centrare singoloni di successo, ma anche di sconfinare nella politica. Per dire cose pesanti. Una filosofia di vita, oltre che di musica, che in “Journal For Plague Lovers” è riassunta - nel libretto - in una citazione da George Bernard Shaw: “Una vita spesa a fare errori, non è solo più onorevole, ma anche più utile di una vita spesa a non far nulla”. I pezzi migliori: “Peeled Apples”, “This Joke Sport Severed”, la title-track “Journal For Plague Lovers”, ma soprattutto “Me and Stephen Hawking”. La bellissima copertina è un invito all’acquisto. Anche il contenuto lascia soddisfatti. (Alberto Bruzzone)

 

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ImageUn maestro geniale e sregolato e un allievo devoto ma inquieto. Ecco, in sintesi, l’essenza del doppio CD con cui Steve Earle rende omaggio a uno dei degli artisti più grandi e tormentati della musica popolare america: Townes Van Zandt. L’incontro tra i due figli ribelli del Texas risale agli anni settanta, quando Steve Earle era un “angry young man” di belle speranze e Townes Van Zandt un eccellente song-writer. Con questo lavoro, ricco di implicazioni emotive, Steve Earle ha saputo andare oltre la mera retorica celebrativa. Le sue cover di Pancho and Lefty, Brand New Companion, Loretta o Lungs (specie nella versione “basic”, quella per voce e chitarra) sono colme di vitalità e passione. Se il destino non l’avesse sottratto alla vita troppo precocemente, Townes approverebbe senza riserve il lavoro del suo allievo prediletto. (Ida Tiberio)

 

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ImageGli Horrors avevano esordito nel 2007 con Strange House, un disco non sgradevole ma piuttosto monotono, e un'immagine "goth" al limite del ridicolo. Il nuovo Primary Colours arriva quindi come una sorpresa, mostrandoci una band che nel giro di un paio d'anni non solo è maturata notevolmente, ma è anche riuscita a operare un cambiamento stilistico di ampia portata, e non solo negli abiti. Fin dalle prime note i nuovi riferimenti degli Horrors sono evidenti e spaziano dai Cure ai Jesus And Mary Chain, passando per il Krautrock, con ampio uso di synths e riverberi di chitarra. Le aperture psichedeliche e le dissonanze sono bilanciate da un'attitudine a tratti quasi pop per niente sgradevole, come nella titletrack Primary Colours. Insomma il disco scorre via senza momenti di debolezza, compatto e ricco di spunti, merito anche della produzione del Portishead Geoff Barrow. (Marina Montesano)

 

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ImageI Madness? Quelli che trent’anni fa cantavano One Step Beyond (anche in italiano: “un passo avanteeee”)? Sì, loro. Quasi dimenticati dalle nostre parti, in Gran Bretagna i ‘nutty boys’ hanno continuato a fare dischi e a spedire singoli nelle patrie classifiche. L’ultimo paio di album non era gran cosa, mentre The Liberty Of Norton Folgate è, in tutto e per tutto, un capolavoro, una raccolta di canzoni caleidoscopiche e travolgenti, capaci di attingere alle antiche origini ska (Bingo, Forever Young – non quella di Dylan) e di creare, tra tastiere, fiati e orchestra, un pop ad ampio respiro in cui si fondono Ivor Novello, i Move, Ian Dury e il miglior Joe Jackson (Rainbows, Dust Devil, That Close, NW5). E quando, alla fine, arriva la title-track, la resa è totale: dieci minuti di canzone roboante ma per nulla pretenziosa (quasi un piccolo musical) con un testo che è un inno all’accoglienza e alla tolleranza (tema delicato questo, anche e soprattutto dalle nostre parti). Ciò detto, occorre ancora spiegare che The Liberty Of Norton Folgate è un album a tema dedicato a un quartiere di Londra che ebbe a lungo uno statuto semi-autonomo ospitando e inglobando nel corso del tempo diverse ondate migratorie, dagli ugonotti francesi ai pakistani. E se poi si aggiunge che l’interesse creato dal disco ha fatto sì che il quartiere non sia stato scempiato da un grattacielo di cinquanta piani, non resta che togliersi tanto di cappello (e occhiali scuri) di fronte ai Madness. (Antonio Vivaldi)

 

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ImageNella corsa al primitivismo, e alle “radici”, che ha caratterizzato buona parte della musica indipendente dell’ultima manciata di anni (giovani studenti californiani travestiti da rugosi bluesmen del Delta), pochi sono stati puntuali e efficaci come il veterano (Wild) Billy Childish. Il baffuto inglese ha letteralmente inondato l’orizzonte di dischi, uno più scontroso e riuscito del precedente. Certo non brilla per varietà, ma è un peccato facile da perdonare. I CS, Childish con la moglie Julie al basso e l’amico Wolf ai tamburi, sono l’incarnazione più tradizionale del nostro, mondata dall’elettricità garage dei MBE o dei Buff Medways. Ballate legnose, blues strascicato, country malefico, musica delle montagne. Non sarà vario ma, disco dopo disco, Billy diventa sempre più bravo. (Marco Sideri)

 

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