Rock

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ImageThe Lemonheads sono il sinonimo di cosa volesse dire fare musica alternativa dalla fine degli anni ’80 e poi nei ’90, raggiungendo il grande pubblico e rimanendo integri, compagni di viaggio in una scena che ci ha donato anche realtà come Sonic Youth e Butthole Surfers. Capitanati da Evan Dando, che si è anche ritagliato negli anni il ruolo di sex symbol, The Lemonheads vantano più di dieci album all’attivo, nonostante un lungo periodo di inattività dalla metà anni ’90 circa, fino al grande ritorno nel 2006. “Vershons”, termine che si spiega come storpiatura di “Versioni”, è un magnifico nuovo album di cover che segna il sodalizio dei Lemonheads con Cooking Vinyl; una scaletta densa di versioni tra le più disparate possibili da Gram Parsons a Leonard Cohen passando per Townes Van Zandt, i Wire e Linda Perry, di cui The Lemonheads si sono impadroniti interpretandole con il loro personale stile, con l’aiuto e la collaborazione di Gibb Haynes dei Butthole Surfers, amico storico di Dando, ma soprattutto di Leonard Cohen, Liv Tyler e Kate Moss !!

CD in vendita da Disco Club a partire da venerdì 26/06/09 al prezzo di 18,90 €

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ImagePoiché nutriamo poca fiducia nella capacità di attrarre il lettore fino alle ultime righe, lo diciamo subito: questo è un disco che tutti dovrebbero avere. Dalla copertina di William Claxton, al duetto finale tra il pianoforte di Toussaint e la chitarra di Marc Ribot sulle note di “Solitude“ di Ellington, lo scintillante omaggio al Mississippi, prodotto da Joe Henry, con Don Byron al clarinetto,
Nicholas Payton alla tromba (più
Brad Mehldau in “Winin’ Boy blues” di Jelly Roll Morton e Joshua Redman in “Day dream”, ancora del Duca), riesce nell’impresa di celebrare New Orleans, senza retorica o banale e furbo passatismo. Qui c’è solo la musica senza tempo di Sidney Bechet (“Egyptian fantasy”), di Django Reinhardt (“Blue drag”) o della tradizione (“St. James Infirmary”). Straordinario. (Danilo Di Termini)

 

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ImageLa grafica di copertina non tragga in inganno: i protagonisti di questo doppio CD non sono i Grateful Dead! Sul palco del Madison Square Garden di New York si esibiscono due pietre miliari del rock-blues britannico: Eric Clapton e Steve Winwood, i quali non condividevano la scena dall’epoca remota dei Blind Faith. Questo particolare infonde ulteriore suggestione all’evento, che risale a circa un anno fa, e all’album che lo documenta. Per tre sere consecutive, i due musicisti hanno dato nuova linfa a brani come Cocaine, Can't Find My Way Home, After Midnight e altri “classici” della storia del rock. Live At Madison offre una lunga e ipnotica cavalcata di chitarre impeccabili e una maestria vocale (specie quella di Steve Winwood) che non conosce cedimenti. Da ascoltare con ammirazione e un po’di sano rimpianto. (Ida Tiberio)

 

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ImageSam Beam, che è Iron & Wine, è uno di quei menestrelli sotterranei che “ce l’ha fatta”. Partito sottovoce con meravigliosi e delicati dischi acustici, ha mano a mano conquistato pubblico e visibilità fino a fare capolino ai piani alti della nuova frontiera americana. Ha inciso un EP a metà con i Calexico, partecipato al maxi tributo dylaniano “I’m Not There”, sparso canzoni in colonne sonore, compilation e collaborazioni varie. Il suono è andato di pari passo: dalle ossa nude della chitarra, si è riempito di sfumature e strumenti, fino alla relativa opulenza dell’ultimo “Sheperd’s Dog”. “Around…” è una collezione di pezzi sparsi, inediti e cover che abbraccia tutta la carriera di Sam. Per qualità non ha nulla da invidiare ai dischi “ufficiali”. Diciamo che è un best of laterale. Ma pur sempre un best of. (Marco Sideri)

 

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Image“Deep Fried Fanclub”, che senza particolari fanfare riemerge dalle nebbie del tempo, è un’occasione per ricordare il magnifico estro artigiano del gruppo di Glasgow. È, anche, la ristampa di una collezione di singoli e scampoli datati 1991/92, anni in cui la band riordinava le idee prima di trovare definitivamente un’identità con l’ottimo “Bandwagonesque”. Tradizionalmente catalogati come emuli indie di Byrds e Big Star con un pizzico di Neil Young, i TF qui affogano le melodie (Everything Flows) in una distorsione mai eccessiva, e già fanno intravedere le meraviglie a venire. Certo, consigliare “Deep Fried FC” a tutti sarebbe scorretto. È un’uscita indubbiamente di seconda fila. Ma se può servire a indirizzare qualche orecchia fresca verso il mondo del gruppo, beh, allora non ci si vede nulla di male. (Marco Sideri)

 

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ImageMentre la Island pubblica in de–luxe edition due capolavori come “Tea For The Tillerman” e “Teaser And The Firecat” (arricchiti di bonus e supervisionati dall’artista stesso), Yusuf Islam, “formerly knows as Cat Stevens”, ritorna sulla strada (anche simbolicamente, con il vecchio nome e la vecchia etichetta) ritrovando la sua vena da antico menestrello. Il disco è estremamente breve (poco più di trenta minuti), con qualche momento troppo dolciastro (il coro di bambini in “To be what you must”, introdotta dall’arpeggio della celeberrima “Sitting”) o l'ecumenica “All kinds of roses” ( “there's only one God, only one God, has a place in my heart”). Però la splendida e matura voce di Stephen Demetre Georgiou (il suo vero nome) e la sua scrittura semplice e cristallina emozionano ancora. (Danilo Di Termini)

 

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