Rock

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PETER CASE – Wig!

Un’immersione salutare e rigenerante nel blues: ecco cosa ci propone Peter Case, rocker di lungo corso (ricordate i Plimsouls?), artista capace di grandi picchi creativi e di umile, quotidiana lealtà alla musica. Dalla fine degli anni settanta Peter Case compone, produce, collabora, con instancabile dedizione. Wig, ad esempio, è un omaggio di indubbia qualità al rock-blues, alla sua energia liberatoria, al convulso succedersi di allegria e inquietudine che è in grado di generare. “Sfogliando”quest’album dal sapore piacevolmente retrò, ci si imbatte in un ricordo del leggendario Leadbelly (Thirty Nights In The Workhouse), e in una serie di ballate alle quali è impossibile opporre resistenza. Colours Of the Night, My Kind Of Trouble e House Rent Party, scorrono veloci ed elettrizzanti, la voce di Peter Case è smagliante e profonda, in parola, perfetta. Così come impeccabile è la rivisitazione di Old Blue Car (che per, l’occasione, diventa New Old Blue Car). Laddove il mito dell’automobile come veicolo di liberazione, assume i contorni della poesia. (Ida Tiberio)

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MENOMENA – Mines

Nei precedenti due dischi i Menomena hanno cercato di sistemare i tasselli di un'inedita quanto intrigante grammatica musicale in modo da forgiare le loro eclettiche sperimentazioni per restituirle in forma di canzoni. L'operazione risulta completamente riuscita in questa terza e attesa prova. Ogni brano appare un capitolo a sé, che sorprende a ogni ascolto, evidenziando la personalità originale del trio di Portland che arriva in questo momento alla definitiva consacrazione. Gli episodi più convincenti sono senz'altro la traccia di apertura Queen Black Acid, con la sua irresistibile linea melodica, e la successiva TAOS, un rock trascinante e psichedelico. Il resto del disco è un coraggioso addentrarsi in territori sconosciuti quanto affascinanti, che fa ben sperare per il futuro di una delle band più interessanti degli ultimi tempi.   (Mauro Carosio)

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BRIAN WILSON - Reimagines Gershwin

Probabilmente Paul McCartney è davvero vivo e vegeto e quello ad essere morto, all’insaputa di tutti, è Brian Wilson; la casa discografica possiede nastri segreti ancora per qualche album, che centellina con discrezione. Solo così si riesce a spiegare questa rivisitazione di una dozzina dei titoli fra i più famosi a firma George Gerswhin: affogati in un caramello Sixties, più “Grease” che “American Graffiti”, ogni titolo scelto (lasciamo stare per decenza “Rhapsody in Blue”) costringe al paragone con una versione migliore, più credibile o più sorprendente. E non parlo di improponibili confronti col mondo del jazz, ma con l’universo dal quale Wilson proviene: ad esempio “It Ain't Necessarily So” fa rimpiangere dopo due note la versione di Jimmy Sommerville con i Bronski Beat. Rest in peace Brian. (Danilo Di Termini)

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WEEZER – Hurley

Un nuovo album degli Weezer? Dopo quasi nemmeno un anno da Ratitude (che a detta del sottoscritto risulta essere il peggior prodotto di Cuomo e soci)? E invece, sorpresa. Lasciata la produzione major e approdati alla storica Epitaph (anche se di fasti passati si parla), gli Weezer si riappropriano dell’identità oramai sbiadita nel corso degli anni e dei tentativi di bissare un’epoca oramai lontana. In Hurley, tributo a Joe Garcia, attore di Lost, torna quella freschezza e quell’immediatezza più power pop e meno prodotta che tanto ci aveva fatto amare dischi come Blue Album o Pinkerton. Certo, non siamo a quei livelli, ma diciamo che sicuramente abbiamo ritrovato degli amici che da tempo non riconoscevamo e si comportavano in modo strano. Disco power pop per eccelenza, Hurley riesce ad essere piacevole e ad intrattenerci bonariamente anche senza brillare di originalità. (Giovanni Besio)

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ALASDAIR ROBERTS & FRIENDS - Too Long In This Condition

Nelle ultime uscite della sua ormai consistente discografia, Alasdair Roberts aveva cercato una nuova strada, certamente personale, ma un po' barocca e verbosa, per coniugare le atmosfere legate al folk revival con una forma-canzone più accademica e ricercata. Di conseguenza sia 'Spoils' che il suo fratellino 'The Wyrd Meme' non suonavano così freschi rispetto alle raccolte precedenti. Bene ha fatto, quindi, a reindossare l'abito più familiare del folksinger, recuperando una decina di classici inglesi e scozzesi (più uno strumentale composto dal padre Alan) con l'aiuto di un nutrito ensemble di musicisti di Glasgow. Gli ottimi arrangiamenti, con qualche strumento un po' alieno rispetto alla tradizione, come la lap steel di Ben Reynolds, o l'armonica a bocca 'americana' che occhieggia nello strumentale, non fanno che chiudere in modo eccellente il cerchio che dall' acerbo 'The Crook Of My Arm' lo ha portato fino a 'Too Long In This Condition'. (Fausto Meirana)

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BLACK MOUNTAIN - Wilderness Heart

Terzo capitolo discografico per questa giovane e valente formazione di Vancouver, che ripropone moduli e stilemi del rock classico senza risultare anacronistica o persa in una vuota dimensione nostalgica. Rispetto al precedente e apprezzato In the future, questo nuovo lavoro mette da parte una certa psichedelia ad ampio respiro per riscoprire il linguaggio dell'hard rock più canonico, con precisi riferimenti ai Led Zeppelin più agresti, e al magmatico impasto di chitarre e tastiere dei Deep Purple, come nella vibrante title track o nell'energica Let Spirits Ride. Ma a colpire è proprio una manciata di intriganti folk-ballad di zeppeliniana memoria, con le fatate Radiant Hearts e Buried By The Blues in testa, e la scrupolosa confezione di un elegante sound d'epoca venato di modernità. Piacevole, ma occorrerebbe maggiore profondità. (Marco Maiocco)

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