Rock

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GLASVEGAS – Euphoric///Heatbreak\\\

Cambio di batterista e cambio di direzione per i Glasvegas a oltre due anni di distanza dall'eclatante esordio omonimo. In realtà, così come il nuovo batterista è, al pari del passato, una donna che dal vivo suona in piedi à la Jesus & Mary Chain, EUPHORIC///HEATBREAK\\\ non porta la band in territori del tutto estranei. La vena melodica del cantante-compositore James Allan è riconoscibilissima, così come i temi tra il sociale e l'esistenziale toccati dai testi. Registrato a Santa Monica con Flood alla produzione, il nuovo LP ha un suono molto più ampio e ricco del precedente, nonostante per certi versi risulti anche meno immediato. Però, dopo l'intro di Pain Pain Never Again, The World Is Yours è un brano strepitoso dal primo istante e altri (Stronger Than Dirt, Euphoria Take My Hand) promettono di non abbandonare l'ascoltatore per un bel po'. (Marina Montesano)
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ALEXI MURDOCH - Towards The Sun

Il terzo album di Alexi Murcoch evoca un ipotetico avvicinamento al sole. Bene, è opportuno sapere che mai titolo fu più ingannevole. Il mood che pervade Towards The Sun è quanto di più notturno e intimistico si possa immaginate. Il song-writer scozzese,ormai saldamente radicato negli Stati Uniti, ha palesemente fatto tesoro della musica di John Martyn e di Nick Drake, miti della sua adolescenza, riversando l’intensità lirica, il senso di inquietudine e la bellezza struggente della loro musica nelle sue ballate. In your Door, Slow Revolution e la magnifica Through The Dark costeggiano mari solo apparentemente calmi. La dimensione acustica dell’album è perfetta per suggellare la bellezza soffusa e inquieta di queste ballate sospese tra sogno e realtà. Davvero godibili e profondamente notturne. (Ida Tiberio)

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THE KILLS - Blood Pressures
"Il futuro inizia lento", ci avvisano i Kills fin dal principio di Blood Pressures, che esce a tre anni di distanza dall'ultimo lavoro della band. Alison Mosshart qui torna all'essenza, ma sembra ancora intrisa dell'atmosfera Dead Wheater. Calda e sensuale reinventa la lezione rock di Patti Smith e dei Led Zep più blues, aggiungendo generose manciate di garage rock di Detroit, e un pizzico di malinconia vintage che riecheggia anche nel video del primo singolo Satellite, anche se meno teatrale di quella targata Dresden Dolls. Dalle immagini urbane si passa alle suggestioni orientaleggianti (Pots and Pans) e alle ispirazioni "lennoniane" di Wild Charms, dove Jamie Hince si cimenta alla voce. Non è però un disco che colpisce immediatamente: va ascoltato e centellinato, come si guardassero le scene di un vecchio film o una sequenza in esterno-notte in cui i personaggi si muovono staccati dallo sfondo. Nella metropoli tutto è distante e sfuggente: nemmeno il fumo della sigaretta ti appartiene e rischi di perderti in un cielo azzurro tutt'altro che idilliaco perché anche la grande città piena di luci, sinonimo istintivo di poesia, ti respinge. Tutto questo si sintetizza, come un discorso che si chiude, nella calma graffiata e quasi classica di Last Goodbye il cui testo tratteggia la realtà amara di un amore finito riprendendo e capovolgendo l'immortale canzone di Jeff Buckley del 1994. Ogni momento, persino il più bello, è transitorio e ritagliato nella memoria con un bel set di coltelli affilati. (Elena Colombo)
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LOW - C’mon

Instancabile e ispirata più che mai, torna la premiata coppia Sparhawk-Parker, in arte  LOW, con “C’mon”, un piccolo titolo per un grande disco. Raccolta di appunti e idee ricavate anche durante i lunghi periodi in tour, questo nuovo album è stato registrato ai “Sacred Heart Studio” in Doluth, una vecchia chiesa cattolica che vide anche i natali di “Trust” nel 2002, con il supporto dell’ormai stabile bassista Steve Garrington, qui impegnato sporadicamente anche alle tastiere, il vecchio amico Nels Cline ed il violinista della Trans-Siberian Orchestra, Caitlin Moe. Abbandonando i temi della guerra che avevano caratterizzato l’ultimo “Drums and Guns”, “C’mon” appare più come un appello dello stesso Sparhawk per la redenzione di un’umanità al completo sbando. Caldo, intenso e introspettivo più che mai, il nuovo lavoro dei LOW contiene tutti i marchi di fabbrica che hanno reso famosa la formazione americana, conditi dall’azzeccato tocco finale del
produttore Matt Beckley, personaggio mastodontico di Los Angeles.

CD in vendita da Disco Club a partire da mercoledì 13 aprile 2011 al prezzo di 16,90 €
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JOSH T. PEARSON - Last Of The Country Gentlemen

Il disco più controverso dell’anno: Last Of The Country Gentlemen non dovrebbe faticare a guadagnarsi questo titolo grazie a recensioni che vanno dall’estatico all’annoiato, dall’ammirato all’infastidito. Il bello è che Josh T. Pearson magari non si è neppure reso conto del trambusto creato. Personaggio dall’aria non esattamente centrata, nel 2001 Pearson aveva inciso un doppio album elettrico (The Texas-Jerusalem Experience) a capo del trio Lift To Experience per poi più o meno scomparire dalla scena musicale dedicandosi soprattutto alla carriera di bevitore e disastratore di relazioni sentimentale. Ricompare oggi con questo album, registrato a Berlino, che ripropone lo stesso tipo di brani fluidi e un po’ psicotici del Lift To Experience ma in chiave acustica e moolto solista: sette pezzi (di cui quattro sopra i dieci minuti!) per voce e chitarra con rari interventi di violino(compare il sodale di Nick Cave Warren Ellis) e piano.

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FOO FIGHTERS - Wasting Light

I Foo Fighters tornano con un nuovo disco, a distanza di 4 anni da "Echoes, Silence, Patience & Grace". Foo Fighters: un gruppo che non si smentisce mai, sono come un whisky che invecchia e che diventa più buono. A proposito di vecchio, il nuovo cd, per fare un gioco di parole, è registrato totalmente in analogico a casa Grohl; tanto che il cantante ha deciso di ospitare dei vecchi e celebri amici: da Pat Smear, che torna a registrare un disco con il gruppo da “The Colour and The Shape”, a Bob Mould chitarrista degli Hasker Du e al ritorno di Krist Novoselic ex bassista dei Nirvana. Dal riferimento con The Colour and The Shape, il nuovo disco, che presenta in molti brani punte di grunge, sembra proprio ricalcare gli albori dei Foo, con l'aggiunta dell’esperienza e della maturità che questa band ha accumulato negli anni. Non ci sono pezzi acustici (si interrompe il filo con Echoes Silence Patience & Grace), solo “rock elettrico” come confermato dalla band prima dell’incisione del nuovo lavoro. L’album parte forte con “Bridge Burning”, il primo verso: THESE ARE MY FAMOUS LAST WORDS vuole essere il cuore di una creatura che si scatena a alle note di “White Limo” o della “grungeiana” “Miss the Misery” e si stempera con pezzi come “Dear Rosemary” (con Mould), “Arlandria” e “These Days”, che sono tre pezzi eccellenti. Il singolo “Rope” non è sicuramente immediato anche se il pezzo strumentale centrale è notevole grazie anche ai “mini solos” di batteria di Taylor Hawkins. Nella parte finale il lavoro è un po’ meno memorabile, ma cmq valido, soprattutto per il pezzo con Novoselic “I Should Have Known”; non mi piace parlare di reunion, ma semplicemente di un favore di un amico se è lecito. Nella scena rock, questo disco si candida a essere fra i migliori del 2011 e degli ultimi anni e come dico sempre Buon Ascolto! (Luca Cerbara)

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