Rock

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TOM WAITS - Bad As Me

Durante la sua carriera, Tom Waits ci ha deliziato con opere che sono diventate vere e proprie pietre miliari e che sono riuscite nel compito sia di ridefinire la musica che l’ha preceduto, sia di segnare una nuova fase della sua carriera: Rain Dogs e Mule Variations sono considerati dai fan come opere cardine del suo percorso. Ora è il tempo di Bad As Me: il primo disco di inediti dopo sette anni. Qui la voce di Tom Waits trova la massima espressione della sua carriera e le sue capacità di songwriting si esaltano appieno, anche grazie alla collaborazione di Kathleen Brennan, co-writer/producer di lunga data, e di un team di esperti musicisti.
Dall’apertura di ‘Chicago’, alla chiusura corale di ‘New Year’s Eve’, Bad As Me racchiude l’intera carriera di Waits, passando dalle bellissime ballate come ‘Last Leaf’, agli avanguardistici paesaggi sonori di “Hell Broke Luce’. In ‘Talking at the Same Time’ Waits si esibisce in un agilissimo falsetto, mentre nel blues di “Raised Right Men’ e nel gospel di ‘Satisfied’, lui sputa, balbetta, ulula. Come un pugile, queste canzoni sono magre e avare, capaci di colpire con forti ganci, in tempi d’esecuzione molto stretti. Il tutto è colmato da un senso di delizia in grado di regalare gioia anche nei brani più tristi.
Tom Waits è un’icona globale. Innumerevoli giovani musicisti lo citano come principale fonte d’ispirazione ed è considerato dalla stampa e dai critici some uno dei più importanti artisti della popular music.
La copertina del disco è un autoritratto fotografico di Waits, un classico che si aggiungerà alla collezione delle sue storiche copertine.

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 25 ottobre 2011 al prezzo di 17,90 €
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A STORM OF LIGHT – As the Valley of Death Become Us
A dispetto dello scetticismo di chi parla di ripetitività, la continua crescita di generi quali stoner (Goatsnake, Dozer, Roadsaw) e doom (Saviours, Sword, Dawn of Winter e Internal Void) è stata ed è continua, lasciando ben sperare in vista del futuro. Ultimamente pare essere il drone doom progressivo a farla da padrone, con i bellissimi dischi realizzati negli ultimi anni da Minsk, primi Boris, Lotus Eaters, Sunn O))) e Khanate. Affini a questi ultimi sono adesso gli A Storm of Light, che combinano alla lezione dei gruppi sunnominati influssi zeuhl (nello stile di Magma ed Aethenor), piccole sfumature di space folk ancestrale (alla Barn Owl) e, nello specifico nonché massicciamente, poderose iniezioni post metal nella vena di Baroness e Intronaut. Ritengo di avere fornito adeguatamente le coordinate sonore di questa tempesta di luce sperimentale. Responsabile di essa e titolare del progetto è tra l'altro il visual artist dei Neurosis. In As the Valley, tastiere, violoncello e in particolare il sintetizzatore modulare affinano il suono, ora catacombale come quello degli Shrinebuilder, ora astratto come quello dei Kylesa, ora intento a inseguire fantasmi hard-kraut sulla scia dei Cerberus Shoal. Un disco che è il simbolo di un'intera corrente musicale e delle sue ramificazioni. Da avere. (Davide Arecco)
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STEPHEN MALKMUS & THE JICKS - Mirror Traffic

A 20 anni del primo album dei suoi Pavement (con cui è di recente tornato a suonare dal vivo), Stephen Malkmus è un’istituzione del rock ‘indie’ americano. Se la sua discografia insieme ai Jicks non aveva sinora prodotto esiti realmente memorabili, questo nuovo lavoro sembrava promettere piuttosto bene, se non altro per la presenza come produttore di un'altra figura leggendaria, Beck Hansen. Alla resa dei conti, nemmeno Mirror Traffic è un capolavoro, ma suona motivato, persuasivo e più lineare rispetto al passato recente. I momenti migliori sono quando questa dimensione alt-pop ‘intelligente’ (persino troppo) viene increspata da piccole spigolosità che riportano, inevitabilmente, ai Pavement (Tune Grief, Forever 29). Peccato solo per la mancanza di pezzi che lascino davvero il segno. (Antonio Vivaldi)

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JEFF BRIDGES - Jeff Bridges
Dopo aver interpreto un countryman in  'Crazy Heart', Jeff Bridges ci ha preso gusto e in quattro e quattr'otto si è assicurato una casa discografica, la Blue Note e un produttore 'discreto' come T-Bone Burnett. Siccome il ragazzo è abbastanza conosciuto, alcuni amici ed amiche hanno volentieri partecipato; Rosanne Cash, Ryan Bingham e Sam Phillips nobilitano infatti il prodotto con le loro voci. Ironie a parte, il disco è parecchio più che gradevole, con la voce rude di Bridges che  ricorda qua e là altri cantautori come John Hiatt o Gordon Lightfoot. I brani, molti composti dal titolare con l'aiuto di Burnett o dello scomparso Stephen Bruton, sono genuini e ruvidi quanto basta, in particolare quando il ritmo rallenta, come in 'Blue Car' del cantautore Greg Brown, o nella lunga 'Slow Boat'. Tra i musicisti radunati da Burnett, anche l'inconfondibile chitarra di Marc Ribot. (Fausto Meirana)
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AMERICA - Back Pages

Nel quarantennale dall'uscita dell'omonimo disco d'esordio, un'anniversario reso  triste dalla recente scomparsa del 'terzo' America, Dan Peek, il gruppo si presenta, per la prima volta,  con un  garrulo album di sole cover. I due, Gerry Beckley e Dewey Bunnell, rendono omaggio ai grandi della musica americana, sia pur con qualche deviazione di percorso: Neil Young (On The Way Home), Bob Dylan (My Back Pages), Jimmy Webb (Crying in My Sleep), Paul Simon (America), James Taylor (Something In The Way She Moves), i Beach Boys (Caroline No), Joni Mitchell (Woodstock) sono gli omaggiati. Come si vede un vero e proprio parterre de roi del songwriting USA;  tra le eccezioni, invece,  ci sono dall'Inghilterra (dove, in effetti si formò il gruppo) gli Zombies (Time Of The Season) e Mark Knopfler (Sailing To Philadelphia). Più eccentrica la scelta delle restanti versioni,   Marshall Crenshaw, Gin Blossoms e Fountains of Wayne. Un buon disco, per appassionati e nostalgici, e per le sere in spiaggia. (Fausto Meirana)

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JIM FORD - Harlan County

Già resuscitato interamente dalla Bear Family per la ricca compilation The Sounds of Our Time (2007), Harlan County (1969) torna oggi nel formato originale: 10 canzoni di country-soul, o viceversa. Jim Ford a metà anni 60 decide di fuggire un destino da minatore per scrivere canzoni. Lo fa, come penna in affitto, per pesi massimi (Aretha F) e meno massimi (Bobby Gentry). Diventa amico di Sly Stone e Kris Kristofferson e proprio nel mezzo dei due si trovano le radici di Harlan County. Gli arrangiamenti sono puro soul, elettrici e ritmati. Le melodie e la voce scivolano spesso nel country, genere di appartenenza scontato per un bianco barbuto negli USA di quei tempi là. Non sfonda, Jim, e Harlan rimane il suo unico disco. Ma se Thriller dei Lambchop vi è sempre piaciuto. E vi siete chiesti da dove viene. Bene, la risposta è: dalla Contea di Harlan. (Marco Sideri)

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