Rock

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MEGAFAUN - Megafaun

Inizio pacato e lievemente inquietante, con una serie di tocchi in libertà sulle corde elettriche che diventano poi sostanzioso riff in lieve distorsione: saremmo dunque dalle parti dei gloriosi Tortoise che furono, quelli di Tnt. Poi invece il riff si stabilizza ed entrano le le magnifiche voci armonizzate dei nostri. Un outtake da qualche glorioso vinile d'antan Crosby, Stills & Nash? Potrebbe essere. Il miracolo si ripete nella seconda traccia, ma ti viene in mente, stavolta, che il brano potrebbero averlo scritto CSN dopo aver ascoltato un disco dei Battles. Non è finita: in Get Right entra l'ombra dei Beach Boys, in Hope you Know quella dei Grateful Dead, in Isadora c'è una jam session impossibile tra l'Albert Ayler e le sue marcette stranite e intimidenti e i Calexico persi nel deserto. E via citando. Al terzo lavoro in studio,i magnifici Megafaun che un tempo furono tutt'uno con Bon Iver ci regalano il loro disco più bello e intenso, dove le citazioni dal gran rock che fu si sciolgono in stringente attualità: se amate, più o meno sulle stese coordinate, i grandi Fleet Foxes, sappiate che qui si ascolta anche di meglio. (Guido Festinese)

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GONJASUFI - MU.ZZ.LE

Da diversi anni nel giro hip-hop californiano, Gonjasufi si era fatto notare soprattutto nel 2010 per A Sufi And A Killer, un disco che aveva ricevuto critiche pressoché unanimemente positive e che proponeva un mix di post hip-hop tinto di noise, dub e amore per gli Stooges. Lo scarso successo della tournée successiva e dell’EP The Ninth Inning avevano lasciato incerti sulle sue reali possibilità. MU.ZZ.LE risolve solo in parte tali dubbi: è un mini LP che non raggiunge i trenta minuti suddivisi tra dieci tracce, alcune delle quali altro non sono che accenni di canzoni. Dove tuttavia la musica si fa più strutturata (Feedin’ Birds, Nickel And Dimes, The Blame) la qualità è elevata. Meno ritmico di  A Sufi And A Killer, MU.ZZ.LE campiona vecchi vinili rovinati e urla di bambini con un effetto avvolgente e narcotizzante. Niente male, in attesa di qualcosa di più consistente. (Marina Montesano)

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TINDERSTICKS – The Something Rain

Negli ultimi tempi, i Tindersticks hanno portato in tournée le colonne sonore da loro composte per i film della regista francese Claire Denis: dinanzi a grandi schermi sui quali passava una scelta delle immagini tratte dalle pellicole, la band eseguiva brani delle soundtrack insieme a poche escursioni nel loro catalogo ‘cantato’. Il loro nuovo LP, The Something Rain, sembra aver risentito di tale esperienza, per un certo gusto ‘cinematico’ che fa da sfondo alla maggior parte dei pezzi. Per quanti negli ultimi anni hanno continuato a seguire la band, pur auspicando qualche manierismo in meno e qualche frustata in più, l’effetto è ampiamente positivo. La musica dei Tindersticks appare ringiovanita, sia dove tocca le corde più classiche (Medicine), sia nelle tracce che appunto riecheggiano da vicino i suoni delle colonne sonore (Show Me Everything, The Fire Of Autumn – ma il discorso andrebbe allargato ad altre); e in un paio di occasioni (Slippin’ Shoes, Frozen) raggiunge vertici di intensità che non si sentivano da tempo. (Marina Montesano)

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PAUL MCCARTNEY - Kisses On The Bottom

Da quando Michael Bublé è comparso sulle scene, il mondo ha riscoperto il fascino di un certo swing vecchio stile, con le luci soffuse dei club, microfoni grossi come cipolle e grammofoni a tromba. In Kisses on the Bottom, McCartney ritrova le radici raffinate dei Beatles e degli Wings. Quattordici canzoni più le due bonus track dell'edizione deluxe (Baby's Request, pubblicata per la prima volta nell'album Back to the Egg, e My One and Only Love), un viaggio personale di Sir Paul nel patrimonio musicale occidentale.È un universo che m'incuriosisce ma di cui – lo ammetto – so poco, se non contiamo Bye Bye Blackbird, tema del bellissimo film Nemico Pubblico con Johnny Depp; Always che era stata interpretata anche da un ispirato Billy Corgan; e It's Only a Paper Moon, originariamente registrata da Ella Fitzgerard e Nat King Cole e sottofondo ideale dell'ultimo romanzo di Haruki Murakami ... I detrattori potranno sentire nelle tracce di questo disco un vago sapore natalizio (magari nel coro di bambini in The Inch Worm, che richiama una novella di Andersen), ma questo non toglie nulla alle atmosfere morbide create da un suono colto e sussurrato. (Elena Colombo)

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ANAÏS MITCHELL - Young Man In America

Dopo la consacrazione a nome indie-importante con l’opera folk Hadestown,  Anaïs Mitchell si trovava ad affrontare il difficile compito della riconferma ad alto livello senza il cast di voci e bei personaggi del lavoro precedente (da Ani DiFranco a Justin Vernon). L’esame viene indiscutibilmente superata e la scelta giusta sta nell’aver continuato a pensare in grande. Young Man In America è un disco a tema (il titolo è piuttosto chiaro) costruito su canzoni vigorose che spesso scelgono tono solenne  e andamento da ballata folk; se il piglio sonico può far pensare a Metals di Feist, a livello di intenzioni siamo più vicini al ‘passato sempre presente’ di Laura Gibson e Low Anthem. Unica piccola controindicazione è la voce sottile e a tratti monocorde della Mitchell; saggia perciò la scelta di supportarla qua e là con cori maschili. (Antonio Vivaldi)

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BAND OF SKULLS - Sweet Sour

Dopo il sorprendente esordio nel 2009 con Baby Darling Doll Face Honey e l'EP Friends del 2010, i Band of Skulls tornano con un album completo e maturo, più intimo e raccolto ma che non dimentica la carica incendiaria del buon garage. La voce di Emma Richardson è morbida e avvolgente. Il potente tappeto ritmico di Matthew Hayward incede con un timbro cupo, quasi stoner e sabbathiano nella title track, trascinata dal riff vibrato di Russell Marsden. I tre inglesi ci regalano piccole gemme zeppeliniane (sempre Sweet Sour), s'inoltrano in radure di tranquillità che confinano con Woods delle Sleater- Kinney, e marciano con la potenza sferragliante del rock (Devil Takes Care of His Own); costruiscono minuscole perle melodiche che potrebbero essere interpretate da PJ Harvey (Lay my Head down; Navigate) o diventano scanzonato come un Josh Homme di buon umore (You're not Pretty but You Got it Going on), per poi scivolare in suite noise alla Sonic Youth (Close to Nowhere). (Elena Colombo)

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