Jazz
Paesaggi sonori estremi, di raggelata intensità, vibratili e immoti al tempo stesso. Non è certo la suggestione del “grande Nord” quella che manca a The Half-Finished Heaven, nuovo disco per la vocalist norvegese Sinikka Langeland. Che purtroppo potrebbe usare di più la sua voce di fiamma e di ghiaccio, appoggiata al tintinnio di una cetra kantele, praticamente la strumento cardine del folk della vicina Finlandia, e invece preferisce concedere spazio e minuti a lunghi passaggi strumentali. Langeland ha optato per una formazione timbricamente tanto inusuale quanto efficace, all'ascolto: oltre a corde e voce c'è il sassofono tenore quasi “etnico” di Trygve Seim, già autore di eccellenti dischi a proprio nome nel solco garbarekiano, la viola quasi dolorosa di Lars Anders Tomter, tocchi di percussione di Markku Ounaskari. Un gran disco, certamente non adatto a chi si aspetta sorridenti cascatelle di note e inviti alla danza. (Guido Festinese)
Forse non sarà stato “An Italian Massey Hall”, come recita il sottotitolo di questo nastro perduto, e ora sapientemente riproposto, dopo opportuno restauro, su cd: anche perché fa un po' sorridere, vedere accostato il locale canadese alla località abruzzese, e sia detto senza ombra di supponenza. Però qui avete un'altra (l'ennesima) testimonianza di perché Massimo Urbani sia stato il più grande talento espresso dall'intera storia del jazz italiano. Quella sera il contraltista geniale e dalla vita pericolosa, percorsa tutta col piede sull'acceleratore dell'autodistruzione aveva accanto Attilio Zanchi, memorabile signore del timing, il compianto Giampiero Prima alla batteria, ed un immenso Franco D'Andrea che ancora stata reimpostando la propria carriera in varie formazioni, dopo la fine dell'esaltante avventura jazz rock del Perigeo. Urbani suona da par suo: con quella foga febbrile che ogni volta faceva sembrare il suo concerto come l'ultimo possibile. Però chi ama D'Andrea troverà qui una stupefacente esibizione ( diciannove minuti di fila!) al piano solo di No Idea Of Time, un autentico, coltissimo viaggio nell'intera storia del pianoforte jazz, dallo stride e dal ragtime alle avanguardie. (Guido Festinese)
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