Jazz

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KEITH JARRETT - No End

Nell’anno in cui il pianista di Allentown ha pubblicato un disco con il suo classico trio (“Somewhere”), riesumato un concerto giapponese del 1979 del quartetto con Jan Garbarek (“Sleeper”), aggiunto al solo di Bregenz del 1981 altri due cd inediti della data di Monaco di qualche giorno dopo, ritrovato l’amato Bach nelle “Six Sonatas for Violin and Piano”, la concomitante apparizione di “No End” diventa il sesto mistero gaudioso. Registrato in casa (si sente) nel 1986 in questo doppio album Jarrett suona chitarra elettrica, basso, batteria e percussioni varie, in forma d’improvvisazioni grezze e fastidiose nella loro orientaleggiante ripetitività. A Natale si attende con ansia la pubblicazione dei dialoghi tra Jarrett e la sua domestica, con foto e note inedite. Peggio non potranno essere. (Danilo Di Termini)

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TOM HARRELL - Colors Of A Dream

Con una discografia alle spalle che sta avvicinandosi ai trecento titoli, il trombettista Tom Harrell, che molti ricorderanno anche per le belle pagine scritte assieme al "nostro" Dado Moroni è di sicuro un signor musicista. Qui spariglia un po' le carte dei suoi gruppi consueti, e propone un gruppo con tre fiati ( la sua tromba, contralto e tenore), batteria e doppio contrabbasso. Uno dei due grandi legni è imbracciato dall'altro nascente del jazz in rosa, Esperanza Spalding, che come di consueto usa anche, con splendida originalità, la bella voce aggraziata che si ritrova, impiegata come un vero strumento. Il gruppo, racconta Harrell nelle note, è una via di mezzo tra organico allargato e combo, con una flessibilità e una potenza che prendono da un lato e dall'altro. Bei temi, molti aromi latin, ed esiti notevoli, soprattutto quando Harrell evita le trappole neoboppistiche. (Guido Festinese)

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THELONIOUS MONK - Paris, 1969

Dietro il magico mistero di Thelonious Monk, che a soli cinquantaquattro anni si sarebbe ritirato dalle scene, smarrito nelle pieghe dei suoi silenzi, c'è anche la sconvolgente grandezza di suonare allo stesso modo dall'inizio alla fine della sua carriera. Dalle prime registrazioni del 1941 con Charlie Christian, alle "London Collection" trent'anni dopo, il pianismo angolare e spigoloso di "Sphere" non ha mai mutato peculiarità. Non fa eccezione il concerto alla Salle Pleyel del 15 dicembre 1969, ad oggi inedito, con il fido Charlie Rouse al tenore (splendido il suo assolo "Ruby My Dear") e due giovanotti di (non) belle speranze, il bassista Nate Hygelund e il batterista Paris Wright. L'ennesimo riascolto di classici come "I Mean You", "Straight No Chaser" o "Blue Monk" suona inedito, come i tre brani in piano solo; oltre a una sfolgorante versione di "Nutty" in cui Philly Joe Jones prende le bacchette e fa sentire di cosa è capace. Monumentale. (Danilo Di Termini)

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ANDREA ZANZOTTERA - Viaggio nelle memorie disponibili

Un tocco sugli ottantotto tasti che può essere energico, deciso fino alla sfrontatezza ritmica e funk, o morbido e sognante come una carezza sul velluto. E in più c'è da segnalare la dote (rara) dell'equilibrio nella composizione, che troppo spesso per le opere prime si traduce in mero pretesto per estenuanti ripetizioni di ritornelli e sfoggio di tecnicismo su idee tematiche banali o rubacchiate. Invece qui i temi, precisa l'autore, nascono da ricordi ed emozioni individuali legate a quei ricordi: come la magnifica copertina, con le foto marine dall'archivio personale di Lorenzo Ameri. Un gran disco, quello dell'esordio del pianista ligure Andrea Zanzottera, che meriterebbe di essere conosciuto anche al di là delle solite congreghe di appassionati. Al sassofono soprano e tenore c'è Stefano Guazzo, eccellente nella pronuncia e nel fraseggio, la ritmica, impeccabile, è di Pietro Martinelli e Folco Fedele. Le emozionate note di copertina sono di Sua Jazzità Enrico Rava. (Guido Festinese)

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PAESANI/DAL POZZO/MAZZUCCO – Imbiss

Arriva da Teramo il pianista Lorenzo Paesani, e non è ancora quarantenne. In un mondo come quello del jazz italiano, affollato da una pletora di imitatori ed epigoni, generalmente assestati su una linea evansiana e jarrettiana, sia onore a chi non ha paura a sfoderare cluster micidiali di note, e, assieme ad eccellenti compagni di viaggio, a rendere al caso ispida e intelligentemente selvatica una materia fin troppo pacificata. Il trio esiste dal 2010, è nato in ambito bolognese, e mostra un affiatamento telepatico. Quando poi Paesani sceglie i tasti elettrici, le cose vanno ancor meglio, in una terra di nessuno che evoca gli spettri saggi di In A Silent Way. Agiscono anche suggestioni letterarie e cinematografiche, nel racconto di Imbiss: valore aggiunto. (Guido Festinese)

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DAVE HOLLAND – Prism

Dagli esordi con il Davis di “In a Silent Way” e “Bitches' Brew” al fondamentale “Where Fortune Smile” con John McLaughlin e John Surman, Dave Holland ha sempre dimostrato di essere perfettamente a suo agio anche nei territori meno ortodossi del jazz. Dopo molti album incisi con diverse formazioni, dal quartetto alla big band, sempre rigorosamente acustiche, con “Prism” il contrabbassista inglese torna ad un ensemble elettrico. Insieme al fido Kevin Eubanks alla chitarra, le tastiere di Craig Taborn e i tamburi di Eric Harland, propone nove brani tutti originali, riuscendo a sorprendere anche quando meno te l’aspetti: nello splendido blues modale di “The Empty Chair”, nel minimalistico “Evolution”, nel più solare “Spirals” o nel finale di “Breathe” in cui il respiro si fa musica pura. (Danilo Di Termini)

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