Jazz

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KURT ELLING - 1619 Broadway: The Brill Building Project

Il primo disco inciso per la Blue Note nel lontano 1995 ("Close your eyes") gli aveva dato una certa notorietà anche qui da noi, dove i cantanti jazz non hanno mai goduto troppa fortuna. Dopo prove altalenanti e il passaggio alla Concord, Elling ritorna con un omaggio alla fabbrica delle canzoni, il Brill Building - un palazzo al 1619 della Broadway, sulla 49a strada - dove sono state scritte centinaia di successi della musica americana. Tra queste “On Broadway”, una versione del brano dei Drifters che riesce a far dimenticare quella di George Benson, e una languida e convincente “You Send Me” di Sam Cooke. Ad accompagnarlo John McLean, chitarra, Laurence Hobgood, piano, Clark Sommers, basso e Kendrick Scott, batteria, innervato dalle felici presenze al sax di Ernie Watts e Joel Frahm. (Danilo Di Termini)

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NIK BÄRTSCH’S RONIN - Live

Nella storia del Giappone (compulsiamo da Wikipedia, con tutto il beneficio di inventario), a partire dall'epoca feudale, venivano chiamati ronin i cosiddetti samurai decaduti, perché rimasti senza padrone, o per la morte di quest'ultimo o (peggio) per averne perso in qualche modo la fiducia. Questi guerrieri, privi ormai di un punto di riferimento, finivano il più delle volte per vagabondare senza senso e costrutto - il termine letteralmente significa "uomo alla deriva" o "colui che impara a diventare samurai" -, assurgendo spesso "agli onori delle cronache" per essere i protagonisti di episodi di razzia e violenza perpetrati ai danni della popolazione civile. E in effetti, la figura del ronin ancora oggi in Giappone conserva una connotazione negativa, dispregiativa, sorta di metafora rappresentativa del disonore. Non sempre, però, l'errare dei ronin comportava necessariamente l'abbandono da parte loro del rigoroso codice etico appannaggio della nobile casta dei samurai; come accadde nel leggendario caso dei "quarantasette ronin", le cui coraggiose gesta di sfida verso il potere costituito (esempio di lealtà e correttezza nei confronti del proprio signore, caduto sciaguratamente e ingiustamente in disgrazia), avvenute realmente intorno al 1700, portate alla ribalta dal grande teatro giapponese delle marionette, e qualche anno fa anche dal dinamico e coinvolgente cinema di John Frankenheimer, sono "da sempre" il simbolo di quel valoroso "decalogo" comportamentale. Nik Bärtsch, raffinato pianista svizzero di Zurigo, sembra proprio ispirarsi a questa speciale lezione di serietà e lealtà passata alla storia nel sviluppare le sue particolarissime idee musicali. Forte di una solida formazione musicale, vissuto in Giappone tra il 2003 e 2004, Bärtsch trae esempio dal metodico rigore degli antichi guerrieri giapponesi, per confezionare, con il suo rivoluzionario quartetto zen/funk, denominato Ronin (appunto), costituitosi nell'ormai lontano 2001, una sorta di jazz-rock rigoroso, seriale (nel senso di ripetitivo), minimale, matematico, altamente spettacolare. Bärtsch ama definirla "ritual groove music", a sottolineare la (diremmo) profonda ieraticità che sottende la precisione maniacale, con la quale cellule melodico-ritmiche vengono continuamente ripetute e tra loro intersecate, attraverso il controllo quasi "feroce", "spietato", di una complessità ritmica fuori dal comune, se non altro nell'ambito della cultura jazzistica, ed eurocolta in particolare. Dopo l'apprezzato "Llyria" (ECM, 2010), in questo intensissimo doppio "Live" - collazione di una serie di momenti dal vivo ripresi tra il 2009 e il 2011 -, accompagnato dal bassista Björn Meyer, il fiatista (sax alto, clarinetto basso) Sha, il batterista Kaspar Rast e il percussionista Andi Pupato - come il leader, quattro strumentisti funambolici -, Bärtsch, incollato al suo pianoforte preparato, vero e proprio strumento a percussione aggiunto (ma non solo), dispiega al meglio tutte le caratteristiche del suo linguaggio modulare, informatico addirittura, eppure non asettico, ma semmai ascetico, sospeso tra minimalismo contemporaneo, segreti jazzistici, rock, musica tradizionale giapponese e quant'altro. Una musica che procede a continui sbalzi, con un incessante alternarsi di impetuosi agglomerati dinamici e momenti di quiete prima della tempesta, dalla tensione intrinseca quasi insopportabile, il cui mancato sviluppo è compensato da una formidabile, quasi inaccessibile, microvariabilità interna, elettrizzante iterazione variata di davisiana memoria, che tiene costantemente desta l'attenzione e la concentrazione dell'ascoltatore. Non il risultato di un'aggregazione estetica post-moderna, ma la messa a punto di un nuovo idioma del tutto personale, tra i pochi capaci oggi di indicare nuove possibili vie e soluzioni per il futuro. Esaltante. (Marco Maiocco)

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FRED HERSCH TRIO - Alive At Vanguard

Non ce ne vogliano i fan dell'ormai esausto Keith Jarrett o quelli del più ammaliante Brad Mehldau, ma quello di Fred Hersch (con John Hérbert al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria) in questo momento è il più entusiasmante trio in circolazione. Prova ne è questo doppio album, registrato live nello storico locale del Village (così come lo scintillante disco in solo del 2011) con sette originali del pianista (che è tornato a suonare nel 2008 dopo essere uscito da alcuni mesi di coma) e undici tra standard jazz e brani della tradizione americana. Da Coleman a Monk, da Rollins a Jobim, ogni brano è sostenuto da uno straordinario interplay e affrontato con soluzioni armoniche raffinate e un appassionato lirismo. Una fotografia impeccabile dello stato dell'arte del jazz contemporaneo. (Danilo Di Termini)

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RITORNI: Jazz-Rock e Fusion

A volte ritornano. Vale pure per i cosiddetti generi. Amato o disprezzato, da tanti e da troppo tempo condannato in fretta (come appartenente al passato), dato per morto con la fine degli anni Ottanta, il jazz rock pare in questi ultimi tempi essere letteralmente rinato. Tra ritorni alla grande delle vecchie glorie, nuove proposte e riproposizioni, quella che un tempo veniva battezzata fusion è dinamica e vitale, in pista e desiderosa (se già non lo ha fatto) di tornare ad occupare il posto che le spetta nello scenario musicale. I più o meno recenti concerti fatti, anche in Italia, da Larry Coryell, Jeff Berlin e David Torn (quest'ultimo tra ambientazioni enologiche e costante ricerca del suono puro) lo hanno dimostrato. Ma vi è anche molto altro da raccontare, non senza un certo piacere.

Iniziamo con John McLaughlin (classe 1942), il quale sembra tornato quello davisiano d'inizio anni Settanta. Nell'ultimo lustro, il chitarrista inglese ha realizzato gli inarrivabili Industrial Zen (2006), Floating Point (2008) e To the One (2010), quest'ultimo accompagnato dai 4th Dimension di Gary Husband: tutti lavori dominati da campionatori hi tech, tastiere Yamaha, passaggi di basso alla Jaco Pastorius, batteria elettronica, suoni computerizzati e programmazione; una sorta di versione ultra-tecnologica e modernista di quanto realizzò la Mahavishnu Orchestra ormai quattro decadi fa. Con, in mezzo, un doppio live da brividi con Chick Corea, intitolato Five Peace Band (2009), in omaggio ai musicisti coinvolti (tra i quali Vinnie Colaiuta e Herbie Hancock). Tutto davvero superbo, tra cui la rilettura di In a Silent Way di Davis. Corea, nel 2008, ha anche girato il mondo con i rinati Return to Forever, nella formazione storica (oltre a lui: Al Di Meola, Lenny White e Stanley Clarke) ed in forma smagliante. Ne è venuto uno stupendo doppio cd, uscito per la Eagle, Returns: molto eleganti e potenti i rifacimenti dei classici, in taluni casi non poco trasformati rispetto alle versioni in studio note ai cultori. Oltre centoquaranta minuti di musica, eseguita con la padronanza e la disinvoltura da sempre marchio di fabbrica dei quattro; brani molto estesi, improvvisazioni solistiche intensissime, cascate di note come ai bei tempi. Non manca veramente nulla, in quella che non è – occorre dirlo –una semplice auto-celebrazione. Del resto, Corea si era già riaffacciato nel panorama jazz rock con la resuscitata Elektric Band dello spaziale e validissimo To the Stars (2004). Ultimamente, è uscito poi un altro nuovo lavoro di Corea, ancora in compagnia di Clarke e White, Forever (Concord): un piatto oltremodo succulento. Da parte sua, White è ritornato in piena forma con Anomaly (2010), un lavoro di jazz rock ultra-moderno edito dalla Abstract Logix.

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MARC JOHNSON / ELIANE ELIAS - Swept Away

Misteri del jazz: Joe Lovano, incensatissimo tenorista dal fraseggio elequente e originalità più o meno a livello zero, quando firma i suoi dischi, ogni volta che suona per qualcun altro tira fuori il meglio. Ad esempio in questo splendido disco - in cui sfodera un suono denso eppure rapsodico, alla Charles Lloyd - i cui titolari sono Marc Johnson e la pianista brasiliana Elias (alla batteria c'è il solito, mostruoso Joey Baron). E' un sodalizio di cui ricordiamo un bel disco del 2005, ma qui forse l'equilibrio è anche migliore, con atout ben piazzati come One Thousand And One Nights, otto minuti di cavalcata modale sulla danza dei tasti, o la corposa composizione iniziale che dà titolo al disco. Johnson chiude da par suo, facendo brillare di nuova luce il traditional nordamericano Shenandoah. (Guido Festinese)

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CLAUDIO COJANIZ  - The Heart Of The Universe
La copertina potrebbe essere quella di un disco degli Hawkwind; lo sguardo, quindi, come si evince anche dal titolo, è proiettato con curiosità e giocosa ironia nello spazio più cosmico, tra nebulose rossastre e scie luminose di astri morenti; il viaggio è quello alla scoperta della luna, metafora della grande meastra o progenitrice, l'Africa, da cui tutto nasce e tutto ritorna; la musica è quella di Claudio Cojaniz, pianista friulano schivo e coriaceo, classe 1952, tra i più ispirati e preparati (anche accademicamente) del panorama jazzistico italiano, certo non tra quelli più in vista (ma forse è meglio così), la cui concezione musicale è saldamente ancorata alla tradizione jazzistica più direttamente africana, per quanto sofisticata: Ellington, Monk, il Sud Africa di Abdullah Ibrahim le sue maggiori fonti di ispirazione (nell'album non manca, per altro, un sentito omaggio all'invitto per eccellenza Nelson Mandela). Questi gli ingredienti e i contrasti (quasi una dialettica tra gli elementi della terra e del fuoco e quello dell'aria) di un lavoro, nel quale Cojaniz torna a confrontarsi agevolmente con la dimensione del piano trio, banco di prova fondamentale per ogni pianista jazz, plasticamente accompagnato dagli ottimi "compaesani" Alessandro Turchet al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria. In tutto nove piacevoli tracce, che scorrono fluidamente come facenti parte di un'unica suite, il cui filo conduttore risulta essere una sorta di narrazione con al centro il vagabondare di un bambino di nome Willy per sperdute lande siderali. Un paio di brani blueseggianti dall'incedere giubilante ("Captain F" e "Black and Groove"), due composizioni circolari dal classico stampo sudafricano ("A.P. Dance for Nelson Mandela" e "Great Spirit"), e due coraggiose incursioni nella lunare serialità schoenberghiana ("White Fire Schoenberg" e la monkiana, ma appunto anche webernianamente epigrammatica, "Willy/Webern"), tra i momenti più interessanti di un album colto e coinvolgente. Da ascoltare. (Marco Maiocco)

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