Rock

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JOANNA NEWSOM - Have One On Me

La musica "indipendente", che fece furore/fortuna a metà degli anni '90 (vedi alla voce Beck o, perché no, Nirvana) portò con se uno sgradevole effetto collaterale: la mancanza di ambizione. Il musicista era dimesso, casuale nel suo talento; i dischi folgoranti, magari, ma apparentemente buttati lì. Immagine affascinante che, però, si addice a pochi geni irregolari, non ad una massa indistinta di speranzosi performer. Nella confusione del nuovo millennio, l'ambizione è tornata (di moda) e dischi come Have One... lo dimostrano ampiamente. Seguito del molto discusso Ys (2006), è un triplo (triplo) CD di folk barocco (par arpa e piano); ballate intense e fugaci lampi pop (con una punta di Laura Nyro). È un percorso, sonico, che rivela ispirazione e talento luminosi, capaci di cullare e stupire l'ascoltatore. È (abbondantemente) confermata una stella. (Marco Sideri)

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JOE GIDEON & THE SHARK - Harum Scarum

Per una volta, siamo chiari dal principio, senza giri di parole. Mentre scorrono le canzoni di JG & TS (Shark è la sorella di Joe, Viva, che suona la batteria, mentre lui canta e suona la chitarra) tornano in mente: Velvet Undergound (con John Cale) per le nenie fumose ed elettriche. Joy Division, per certi sentieri di ritmo marziali e algidi. I Grinderman di Nick Cave, per un senso moderno e straniato di blues. I nostrani Massimo Volume, per certe parabole recitate e vagamente noise. Mr Jon Spencer, all'incirca per lo stesso motivo dei Grinderman. Infine i White Stripes, per la formazione a due e certi riff spietati. Detto questo, l'ascolto del disco non è minimamente condizionato dall'abbondanza di riferimenti in bella mostra. Anzi, permette di ritrovare comode coordinate di gusto, amalgamate in modo intelligente ed estroso. Bravo Joe, e brava pure the Shark. (Marco Sideri)

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GIGI - Maintenant

Partiamo dal titolo, “Maintenant” adesso, in francese: come se il compositore Nick Krgovich e il produttore Colin Stewart volessero dare le coordinate spazio/temporali del progetto Hey Girl (ogni brano un ospite diverso, Owen Pallett di Final Fantasy, Mirah, Zac Pennington di Parenthetical Girls, Katie Eastburn di Young People tra gli altri).

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JOHN HIATT - The Open Road

The Open Road: si può immaginare un album dal titolo più evocativo e, nel contempo, magnificamente retrò? Sì, se l’autore è John Hiatt. Il cantautore del Mid-West continua a percorrere una strada artistica fatta di ballate tinte di blues, languide chitarre acustiche e impennate rock. La voce, un po’ appannata ma sempre affascinate di John Hiatt è ancora al servizio della poesia che deriva dalla vita quotidiana. La dolorosa storia familiare narrata in Like A Freight Train, le riflessioni amare di Wonder Of Love e What Kind Of Man, così come l’eterna contraddizione tra la ricerca di un luogo in cui sentirsi a casa e l’esigenza di ripartire, sono le tematiche che John Hiatt sviluppa, con rara efficacia, dall’epoca del suo lavoro più celebre: Bring The Family. Non ci sono mezze misure: o si ama l’incrollabile mitologia“on the road”o non la si apprezza.. Chi scrive appartiene, senza cedimenti, alla prima categoria. (Ida Tiberio)

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THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA - Kollaps Tradixionales

Nati come progetto parallelo ai Godspeed You Black Emperor! (e con la medesima passione per i piccoli e continui cambi di denominazione), i Silver Mt. Zion hanno conosciuto nel corso del tempo una mutazionedi sicuro più marcata rispetto a quella del gruppo d’origine.Dai sobri e struggenti quadri strumentali del primo, bellissimo, He Has Left Us Alone… si è man mano arrivati a un suono sostanzioso che fa ampio ricorso a ritmiche piuttosto toniche e a crescendo in bilico fra avanguardia, post-rock  e progressive (il violino di Sophie Trudeau) e conta molto sul pathos strozzato della voce  di Efrim Menuck. Rispetto al precedente 13 Blues For Thirteen Moons,   questo Kollaps Tradixionales offre situazioni se non serene, in ogni caso più liberatorie; parte bene con l’articolata e travolgente There Is a Light (da notare la melodia vocale che a un certo punto sfiora Five Years di Bowie) e per il resto si mantiene su buoni livelli, per quanto la continua ricerca della possanza emotiva rischi alla lunga di suonare monotematica.

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HOT CHIP - One Life Stand

Quarto album in studio per la band londinese nata nel 2000, che arriva come un vero e proprio ciclone da classifiche e si posiziona subito tra i dischi più interessanti dell’anno in corso. One Life Stand è il lavoro più completo e determinato degli Hot Chip. Euforico, melodico e sfrenato, strizza l’occhio alla dance senza mai scadere nell’ordinario. Ritmi pulsanti e vorticosi lasciano spazio a motivi più pacati, quasi come se si volesse distendere l’ascoltatore inevitabilmente affabulato e divertito. Melodie che rimangono impresse, e ben costruite si accompagnano felicemente alle voci pulite, briose e gaie dei cinque musicisti. Tra gli episodi meglio riusciti spiccano senz’altro la traccia di apertura Thieves In The Night e la title-track One Life Stand, ma l’intero lavoro vale comunque più di un ascolto. (Mauro Carosio)

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