Rock

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TERRY LEE HALE - The Long Draw

Mettiamola così: c'è chi ha il passo giusto sin dal primo tratto di percorso, e capisci che arriverà in fondo con scioltezza, e chi parte smargiasso, e si brucia tutte le energie in un battito di mani. Nella nobile arte del songwriting, in trentanni di lavoro, il texano Lee Hale forse non è mai arrivato primo. Ma la classe del podista elegante l'ha saputa mantenere, ed ora, dall'Europa, e da Parigi in particolare, scrive canzoni amaramente fascinose, disseccate ed urgenti che gente con un quarto di secolo di meno sulle spalle dovrebbe studiare come un sussidiario. Per The Long Draw ha voluto in studio (tutta roba analogica, si intende: il calore non ha prezzo) una vera band, occasionali ma sostanziosi aiuti da gente del giro Walkabouts, Mudhoney, e via citando, e la produzione di Bob Coke, uno che in genere ha a che fare con Black Crowes e Ben Harper. Centro, con classe infinita. (Guido Festinese)

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PAUL MCCARTNEY -  New

Al primo ascolto del singolo "New" (ma si dice ancora singolo?) qualcuno mi ha fatto notare che sembrava un'imitazione di Macca......ed effettivamente il brano è talmente beatlesiano da apparire più un omaggio alla Dukes of Stratosphere (chi li ricorda?) oppure un'outake dei Pugwas (chi ancora non li conosce) che il pezzo che segna cinquantanni di carriera dal primo LP dei Fab Four. Attesa spasmodica, quindi, che si stempera con i mezzi a tutti noti e che consente quindi di declinare il lavoro di Sir Paul. Si parte con una Save Us (già sentita nei live promozionali online) , tirata e rockorachestreggiante, si prosegue con l'uptempo di Alligator per arrivare a On my Way to Work, biografica e campestre. Le cose prendono di nuovo una piega trichechica con Queenie Eye dove si affaccia addirittura il pianoforte di Hey Bulldog. Early Days torna di nuovo sui passi del passato di Paul, via Wild Life.

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ARCADE FIRE - Reflektor

Dopo una campagna virale durata settimane, con misteriosi graffiti di un diamante inscritto in un cerchio con la parola “reflektor” apparsi in tutto il mondo (Italia compresa) e un account instagram dedicato che raccoglieva tutte queste immagini, finalmente il mistero degli ARCADE FIRE è stato svelato o meglio confermato: si intitola appunto “REFLEKTOR” il nuovo album. Il singolo omonimo è stato lanciato in radio il 9/9/9 ed è accompagnato da uno strepitoso video con la regia di Anton Corbijn. Dopo la conferma della collaborazione con David Bowie, contenuta proprio nell’omonimo primo singolo della band canadese, e aver rivelato la copertina dell’album ispirata al mito greco di Orfeo e Euridice, gli Arcade Fire hanno visto svelata anche la tracklist di Reflektor, il loro attesissimo quarto lavoro in studio: Reflektor sarà diviso in due parti distinte, come un doppio album, per un totale di 13 canzoni + poster. Ci sarà anche una bellissima versione in doppio vinile con ologramma. L’annuncio ha entusiasmato naturalmente i molti fan della rockband canadese, in attesa di una nuova pubblicazione dal lontano The Suburbs del 2010, terzo ed ultimo disco in studio degli Arcade Fire: nel frattempo ci sono stati i Grammy 2011, i Brit Awards, tour intorno al mondo, il bambino nato questo aprile dalla relazione tra i due musicisti del gruppo Win Butler e Régine Chassagne e moltissimi gossip intorno a questo quarto lavoro del gruppo canadese, molto atteso dopo le tre prove precedenti. Gli Arcade Fire hanno lavorato e registrato negli studi di DFA Records di New York, di proprietà dell’ex LCD Soundsystem James Murphy anche produttore dell’album assieme al collaboratore di lunga data della band Markus Dravs. 

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 29 ottobre al prezzo di 20,50 €

vedi sotto video

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AMOS LEE - Mountains Of Sorrow, Rivers Of Song

Torna Amos Lee, dopo il grande successo di MISSION BELL (No. 1 nelle Billboard 200 e Billboard Rock Albums chart, anche grazie al successo del singolo “Windows Are Rolled Down”), con un nuovo album in studio, già prannunciato dalla stampa americana come destinato a scalare le classifiche (è già nelle radio charts U.S.A.). Protto da Jay Joyce (Emmylou Harris, Patty Griffin, Eric Church, Cage the Elephant), l’album si avvale dell’apporto di grandi ospiti: Alison Krauss e Patty Griffin, Jerry Douglas (Alison Krauss & Union Station), Mickey Raphael (Willie Nelson and Family) e Jeff Coffin (Dave Matthews Band). È anche il primo album in cui figura la band che ha accompagnato Lee in tanti tour, con Freddie Berman, Zach Djanikian, Andy Keenan e Jaron Olevsky. La versione deluxe contiene tre bonus track.

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 22 ottobre 2013 al prezzo di 18,90 €

vedi sotto video

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GOV’T MULE - Shout!

Decimo disco in studio per questa ormai storica jammin' band, da sempre veicolatrice di un colto e intelligente southern rock, ricapitolatore dell'intera vicenda della popular music americana. Un doppio album al prezzo di uno, con l'intera (diremmo spettacolare) seconda parte, il vero fulcro del progetto, dedicata all'intervento di una serie di ospiti illustri, chiamati a interpretare alla voce una nuova manciata di splendidi brani firmati da Warren Haynes (e non solo), leader, produttore, vocalist e soprattutto leggendario chitarrista, ancora una volta sorprendente per specificità tecniche, espressività, compiutezza ed equilibrio. Brillano i camei di Dave Matthews, alle prese con una meravigliosa ballata in perfetto stile Gov't ("Forsaken Savior"), Jim James, che ha il merito di condurre con onore una rischiosa citazione dell'epica e neilyounghiana "Down By The River" ("Captured"), Dr. John, con il suo inconfondibile e sornione stile new orleans ("Stoop So Low"), e Steve Winwood, che chiude questa sorta di "ring shout" con una specie di inedito dei suoi Traffic ("When The World Gets Small"). Non sono da meno gli altri interventi, da Ben Harper ad Elvis Costello, passando per Toots Hibbert dei Toots and The Maytals e il suo (in questo caso) accomodato reggae, e la suadente voce country rock di Grace Potter. A tessere le fila del discorso la classicità di Warren Haynes e sodali, con i tipici riff del southern rock, sempre giocati su un mid tempo fatto apposta per esaltare la nitidezza dei passaggi e delle ardite figurazioni musicali (si ascolti la quasi krimsoniana "No Reward"), che come di consueto si aprono ad una più articolata concezione della composizione, capace di raccogliere in sé le più svariate influenze musicali (si faccia attenzione, per esempio, a come in "Bring On The Music" l'evocazione del sound dello zeppeliniano "Houses Of The Holy" si intrecci mirabilmente alla profonda e pastosa grana sonica sudista). Qualcuno avrebbe detto "bringing it all back home". (Marco Maiocco)

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BASIA BULAT - Tall, Tall Shadow

I primi momenti di Tall Tall Shadow impressionano: per fraseggio e timbro vocale pare di ascoltare Sandy Denny. Si tratta invece della  ventinovenne canadese  Basia Bulat e di Tall, Tall Shadow, suo terzo album.  L’impegnativo paragone sfuma a poco a poco, mentre il disco assume una dimensione a metà fra i Fleetwood Mac versione Christine McVie e gli Arcade Fire (non a caso uno dei produttori è Tim Kingsbury, bassista del gruppo). Dunque Tall, Tall Shadow è il lavoro più pop di un’artista che in patria è ormai una figura mainstream e che stavolta cerca l’affermazione internazionale. L’ascendenza folk è ancora percepibile, ma l’insieme ha un’aria elegante e urbana. Non si esagera troppo in sofisticazione, per fortuna, e le canzoni migliori continuano ad avere quell’aria delicatamente autunnale che rendeva belli  i dischi precedenti. (Antonio Vivaldi)

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