Radio Disco Club 65

Blue Morning di Dario Gaggero

Buongiorno a tutti e bentornati all'appuntamento del sabato con 'Blue Morning', un'ora di musica afroamericana (e non solo) in compagnia di Dario Gaggero – che sono io.
Cominciamo la nostra puntata con un vero e proprio titano del blues che avevamo completamente ignorato nelle trasmissioni precedenti, John Lee Hooker.
Un'ipnotica versione del suo classico 'Boom Boom' da una rara apparizione televisiva di metà anni '60.

Facciamo un salto in casa Stax dove Isaac Hayes si distinse ben presto come musicista, autore e infine artista.
Dotato di una voce profonda e sensuale (che per certi versi sarà il blueprint sul quale modellerà le sue performance Barry White in epoca disco) raggiunse l'apice della sua fama personale – se non artistica – con la colonna sonora del film 'Shaft', capostipite della cinematografia blaxploitation.
Dal suo secondo album (e primo capolavoro) 'Hot Buttered Soul' del 1969 ascoltiamo la sua 'Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic'.

Cambiamo completamente registro con Little Hat Jones, un musicista itinerante texano (pare si esibisse anche come 'spalla' di Blind Lemon Jefferson e Texas Alexander) dalla carriera piuttosto avara di soddisfazioni ma che ci ha lasciato in eredità alcune perle registrate alla fine degli anni '20.

Questa è 'Bye Bye Blues'

 Guidati dai gemelli identici Clifton e Claude Trenier e interpreti di un jump blues già 'spinto' verso il nascente rock'n'roll, i Treniers erano famosi all'inizio degli anni '50 per la loro dinamica e colorita presenza scenica che pare abbia influenzato Bill Haley e diversi pionieri del nuovo verbo.
Oggi ho selezionato la loro divertente 'Buzz Buzz Buzz'.

Pesantemente influenzato dallo stile vocale di Howlin' Wolf, Big Bad Smitty è un cantante del Mississippi che si è imposto all'attenzione degli appassionati alla fine degli anni '80.
Per un certo periodo si è esibito addirittura con Hubert Sumlin, nel dichiarato intento di avvicinarsi il più possibile al sound del Lupo.
Questa 'Still a Fool' è tratta dall'album 'Mean Disposition' del 1991

Caratterizzata da uno stile vocale diretto e potente – decisamente influenzato dal blues – Marie Knight è stata una piccola grande stella del gospel postbellico. Le sue incisioni su Decca della fine degli anni '40 riuscirono a conseguire anche un discreto successo di vendite, cosa decisamente non usuale.

Questa è 'I thank you Jesus', del 1949:

In una delle puntate precedenti abbiamo parlato di Roberto Ciotti, ricordate?
Oggi è il turno di un altro dei veri pionieri del blues italiano, ancora oggi sulle scene. Sto ovviamente parlando di Fabio Treves, il Puma di Lambrate.
Questa 'Stress Blues' della sua Treves Blues band è tratta dallo storico LP 'Blues Rock and Country Things', testimonianza di un'esibizione al Ciak di Milano nel 1979.

 Calvin Leavy si affacciò sulla scena blues con la sua 'Cummins Prison Farm' (1969), emozionante brano dalle chiare venature soul nel quale descriveva in maniera cruda ed efficace le manchevolezze del sistema carcerario americano.
Amara ironia della sorte la sua carriera (dagli altalenanti esiti commerciali ma sostenuta da incisioni di grande valore artistico) venne stroncata dal suo arresto per commercio e utilizzo di sostanze stupefacenti.
Il luogo di detenzione? Proprio la Cummins Prison Farm...

Little Sonny è un virtuoso dell'armonica cresciuto nel mito di Sonny Boy Williamson (ma con uno stile elettrico più vicino a Little Walter e soci, almeno alle mie orecchie).
Si è imposto sulla scena soul blues con tre album su Stax pubblicati nei primi anni '70, ricchi di strumentali dalle forti tinte funk.
Tratta da 'New King of Harmonica' (1970) questa è 'The Creepers Returns'

Dopo aver iniziato la sua carriera come batterista di Albert Collins, Coco Montoya si impose all'attenzione degli appassionati di blues rivestendo il ruolo di chitarrista nei Bluesbreakers di John Mayall per gran parte degli anni '80.
Dalla metà degli anni '90 ha pubblicato diversi lavori come solista, con uno stile aggressivo a volte spinto in una direzione maggiormente rock.
Questa 'It's my own tears ' è tratta dall'album 'Dirty Deeds', del 2007

Adesso parliamo di un altro mito del blues elettrico, dallo stile semplice ma accattivante: Jimmy Reed!
Con un sound caratterizzato da ritmi cadenzati e dalle acutissime note dell'armonica i suoi brani ebbero nella seconda metà degli anni '50 un buon successo mainstream e vennero imitati e coverizzati senza pietà da praticamente tutti gli esponenti della prima ondata del british blues.

Chiudiamo questa puntata con un classico di una delle pochissime (l'unica?) stelle del rock'n'roll ancora sulla breccia: la scatenata e autobiografica 'Lewis Boogie' di Jerry Lee Lewis!

Buona Pasqua a tutti!

 

 

L'ora dell'Ignoranza di Diego Curcio

La quarantena che ci costringe a stare a casa ci offre anche più tempo da dedicare alla lettura, alla musica e ai film. Io, per esempio, in questo mese chiuso fra 4 mura ho guardato un mucchio di documentari sul punk, complice anche qualche ottima dritta da parte di qualche amico. E così ecco una serie di canzoni tratte o comunque ispirate a quei documentari. La prima è "At Gilman Street" pezzo dei californiani Mr. T Experience dedicato al mitico centro giovanile di Berkeley, attorno al quale, tra fine degli Ottanta e i primi Novanta, fiorì una scena punk-hc pazzesca (da cui nacquero anche i Green Day). Quella storia è immortalata nel bellissimo documentario "Turn it around", prodotto proprio da Bllie Joe, Mike e Trè.



Per puro caso e grazie al grande Pitta ho finalmente trovato su Youtube (e quindi gratis) una versione in alta definizione e con i sottotitoli in italiano del celeberrimo "The decline of western civilisation", documentario di Penepole Spheeris, che nel 1981 immortalò la scena di Los Angeles in un suo passaggio cruciale tra il punk e l'hc. Tra i protagonisti di questo bellissimo lavoro ci sono i Fear, una band che amava provocare il pubblico, usando un linguaggio scorrettissimo e violento. Questa è "I love living' in the city", un loro classico.


La quarantena che ci costringe a stare a casa ci offre anche più tempo da dedicare alla lettura, alla musica e ai film. Io, per esempio, in questo mese chiuso fra 4 mura ho guardato un mucchio di documentari sul punk, complice anche qualche ottima dritta da parte di qualche amico. E così ecco una serie di canzoni tratte o comunque ispirate a quei documentari. La prima è "At Gilman Street" pezzo dei californiani Mr. T Experience dedicato al mitico centro giovanile di Berkeley, attorno al quale, tra fine degli Ottanta e i primi Novanta, fiorì una scena punk-hc pazzesca (da cui nacquero anche i Green Day). Quella storia è immortalata nel bellissimo documentario "Turn it around", prodotto proprio da Bllie Joe, Mike e Trè.



Dura appena 26 minuti, ma è un vero gioiello a cominiciare da titolo (e lo trovate gratis su Youtube) "Hanno paura di me. Sanno che sono punk e che vengo dal Canaletto", documentario sul Professor Bad Trip. Un omaggio alla figura di questo grandissimo artista spezzino - vero nome Gianluca Lerici - scomparso troppo presto nel 2006. Disegnatore e illustratore di enorme talento, col suo tratto pieno, "grosso" e di grande impatto il Prof. era legatissimo alla scena punk italiana, in cui ha sempre militato. Dal 1980 al 1982 ha cantato nella punk band Holocaust, che ha lasciato pochissime tracce (giusto su qualche compilation). Così poche che sul Tubo non ho trovato neppure un pezzo. E allora ho deciso di mettere un brano dei suoi amici e concittadini Fall Out, "Punx united", dall'ep "Criminal world" del 1983.



Non è propriamente un documentario, ma una serie televisiva in 4 puntate da un'ora, "Punk", in onda su Sky Arte. E' prodotta da Iggy Pop e racconta, in modo efficace anche se non esaustivo, la nascita e lo sviluppo di questa controcultura attraverso una ricca serie di interviste a protagonisti di primo piano come Johnny Rotten, Marky Ramone, Wayne Kramer, Fat Mike, Kathleen Hanna ecc. In onore del grande Iggy che ha avuto questa bella idea ecco un pezzone degli Stooges: "1969" dal primo disco omonimo uscito, appunto, nel 1969.



A chi ha Prime Video consiglio caldamente la visione dell'interessante "My Buddah is punk", un documentario del 2015 sulla scena punk della Birmania. A Myanmar c'è una sorta di posto occupato (Common Street) in cui dei punk molto determinati stanno cercando di divulgare i valori della non violenza, dell'unità e della convivenza, con messaggi molto radicali. Una declinazione buddista del punk davvero interessante, con tanto di fanzine e band (uno di loro indossa persino una maglietta dei Klasse Kriminale). Questi sono i Rabel Riot, band protagonista del documentario, con "Wf 2007".



Su Youtbe (scandagliatelo perché ogni giorno esce fuori una nuova chicca) si trova, da qualche giorno, anche un mini-doc sull'ottima band hc-punk (con influenze metal-crossover) Upset Noise. Gruppo di Trieste venuto fuori dalla primissima scena hardcore del nostro Paese e che, attraverso vari cambi di formazione e un indurimento del suono, è arrivato fino al 1994, suonando in giro per tutta Europa. Il documentario, semplice ma molto interessante, è prodotto dalla mitica Foad Records ed era allegato come dvd alla ristampa dei due dischi migliori dalla band "Nothing more to be said" e "Growing pain" insieme a un live dell'86. Questa è l'intramontabile "Growing pain".


Ancora su Youtube (ma come per i Fugazi ho il dvd originale) trovate anche il documentario "American hardcore", con sottotitoli in italiano, che faceva da corollario al bellissimo libro di Blush pubblicato con questo stesso titolo una dozzina d'anni fa da Shake Edizioni. Come si può facilmente intuire, il film parla della scena anni Ottanta a stelle e strisce e mette in fila una folta schiera di protagonisti di quell'epoca magica. Tra i miei preferiti di sempre ci sono gli Husker Du, che quindi vi beccate qui sotto la favolosa "It's no funny anymore", tratta dal mini "Metal circus" dell'83.


Credo lo abbiate visto tutti, ma non si sa mai. "The great rock'n'roll swindle" è il primo documentario sui Sex Pistols, uscito pochi mesi dopo il loro scioglimento. Fu una trovata del funambolico manager Malcom McLaren e vene immediatamente rinnegato da Johnny Rotten. Io l'ho visto 22 o 24 anni fa, avevo comprato la videocassetta in edicola, all'interno di una raccolta di documentari sulla musica rock. E' una roba abbastanza choccante per un ragazzino di 16 anni, ma anche molto divertente. Totalmente sconclusionato e a tratti velleitario, ma comunque bellissimo, "The great rock'n'roll swindle" è supportato anche una colonna sonora in doppio lp che mi è sempre piaciuta parecchio. Questo super brano, "Silly thing" è accreditato ai Sex Pistols, ma è opera di Paul Cock e Steve Jones, che stavano dalla parte di Malcom e precede di poco la loro nuova band insieme.



Chiudo la puntata con il documentario "La scena", sulla scena punk italiana degli anni Novanta. Un lavoro totalmente autoprodotto e ben fatto (e gratis su Youtube), anche se un po' troppo concentrato sui gruppi milanesi e lombardi. Detto questo, io mi sono divertito molto a guardarlo. E non credo che gli autori, animati da un genuino desiderio di raccontare una "scena" in cui sono cresciuti, avessero velleità di completismo assoluto. Io ve lo consiglio e, per restare in ambito punk milanese, eccovi il videoclip di "Never trust a punk" dei Crummy Stuff, nel quale figurano come "attori" tantissimi protagonisti della scena punk di metà Novanta in Italia. A martedì.


 

La musica di Antonio fra Acqua Santa e Demonio di Antonio Vivaldi

Un buon pomeriggio di Venerdì Santo dalla "Musica di Antonio fra Acqua Santa e Demonio". Data la giornata, possiamo già anticipare che per una volta la puntata sarà all'insegna del primo dei due antagonisti. Non a livello di temi, ovviamente, ma di gentilezza di sentimenti. Come di consueto si parlerà di album usciti da poco o di prossima uscita (inclusa una ristampa) e in conclusione arriverà l'ormai consueto pezzo fuori tempo. Intanto la sigla.

THE HADEN TRIPLETS – WAYFARING STRANGER
Petra, Rachel e Tanya Haden sono gemelle trigemine figlie del grande innovatore jazz Charlie e sorelle di Josh, leader degli Spain. In questo loro secondo album, The Family Songbook, fanno riferimento al repertorio del nonno Carl E, conosciuto compositore e interprete country-western. Insomma, una famiglia con i geni a forma di nota musicale. Wayfaring Stranger è un tradizionale riproposto in versione trasognata, si potrebbe dire sobriamente dolente. E guardate nel video cosa succede a partire da 00:51 subito dopo il verso "I'm going home to see my father".

L'inglese di stanza a Chicago James Elkington è uno dei numerosi chitarristi contemporanei (fra gl ialtri Steve Gunn e Ryley Walker) che seguono le orme di maestri di folk espanso quali John Martyn, Michael Chapman. Il brano è quello che apre l'elegante e suadente album Ever-Roving Eye.

ARBOURETUM – A PRISM IN REVERSE
Let It All In è la puntata più recente di una storia sonica che da oltre un decennio si muove tra folk-rock e jam dai modi quasi cosmici. A Prism in Reverse è uno dei pezzi più insoliti del repertorio con i suoi toni da racconto gotico-sudista.

 NEIL INNES – HOW SWEET TO BE AN IDIOT
Neil Innes, scomparso pochi mesi fa, è stato prima uno dei due leader della Bonzo Dog Band e poi la mente dei Rutles. Veniva anche considerato il sesto Monty Python. How Sweet To Be An Idiot è la title-track del suo primo disco solista (1973), da poco ristampato. E' ovviamente ironica, ma anche esemplare come melodia pop. Non a caso ispirò, per non dire di più, Whatever degli Oasis. Il video è di qualità, anche sonora, molto modesta, ma è perfetto per capire lo spirito artistico totale di Innes.

M. WARD – UNREAL CITY
M. Ward è un polistrumentista molto quotato in ambito indie che, nel corso del tempo, ha sviluppato una bella capacità di scrittura descrivere come folk -modernista. Unreal City proviene dall'album Migration Stories, racconti di migrazioni reali e interiori.

THE EASYBEATS – FRIDAY ON MY MIND
Il venerdì che ha in mente il protagonista del pezzo non è quello santo, ma quello del giorno di paga. Siamo nel 1966, quando in molti casi gli stipendi venivano pagati settimanalmente, e Friday On My Mind è il maggior successo (anzi, l'unico) degli australiani Easybeats. In questo video, tratto da uno show televisivo tedesco, non si esibiscono in playback, cosa abbastanza rara in quei tempi.
Un saluto da Antonio Vivaldi e anche durante le feste pasquali rimanete all'ascolto di Radio Discoclub65

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