Jazz

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ART BLAKEY & THE JAZZ MESSENGERS - Tough!

La prima buona notizia è che torna in circolazione uno dei dischi davvero importanti del titano della batteria, Art Blakey: Tough! Non si vedeva in giro da anni. La seconda è che, oltre al titolo appena citato il cd contiene anche l'introvabile Hard Bop, disco quanto mai programmatico. Aggiungete anche un'alternate track, e avrete ottimi motivi per cercare questo fiammeggiante duetto di incisioni datate '56 e '57. L'unico motivo per cui di rado vengono ricordate fra i capolavori assoluti del possente signore di piatti e pelli è che questi sono i "secondi" Jazz Messengers: con Hardman, McLean, Dockery, DeBrest, confronto impossibile con il gruppo di Horace Silver e Lee Morgan. Ma non con l'oggi: ascoltare gli epigoni calligrafi di questo suono nel 2012 e il gruppo qui attivo mette una gran nostalgia e la voglia di buttare qualche centinaio di cd. (Guido Festinese)

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JACOB KARLZON 3 - More

Un candidato ideale a raccogliere la complessa, magnifica eredità di Esbjörn Svensson, troppo presto sparito da questa Terra? Marcatevi il nome di Jacob Karlzon. Trentotto anni, svedese, un talento smisurato declinato in una cinquantina di dischi e uno spirito irriverente nell'approccio alla materia jazz che gli permette, ad esempio, di usare un vecchio hit di Nik Kershaw o un brano dei Korn. Trasformando il tutto in un palpitante flusso melodico che non lascia respiro, inchiavardato su una batteria molto rock nella scansione binaria (mai monotona) e un basso a dir poco inventivo. Tocchi gentili d'elettronica inpreziosiscono il tutto, come nei gloriosi E.S. T. Questo Trio esiste dal 1996, ed è già passato anche dalle nostre parti. E' ora che, dalla notrietà di nicchia, si passi a qualcosa in più. Se lo merita. (Guido Festinese)

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FABRIZIO BOSSO & JAVIER GIROTTO - Latin Mood

Il talento smisurato di Fabrizio Bosso ha spesso bisogno di essere ancorato a progetti forti e definiti come questo: un buon modo per far risaltare la strepitosa tecnica del musicista, senza perdere in emozione e comunicativa. Il progetto latino con il grande Javier Girotto è paradigmatico per quanto appena detto: tanghi, milonghe ed altri ritmi dell'America del Sud, riscaldati dalla vibrazione infinita di Girotto, ospitano volentieri la tromba fiammeggiante di Bosso. E alla fine ne guadagna la musica, compreso il trattamento "latinizzante" di In a Sentimental Mood di Ellington. (Guido Festinese)

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KURT ELLING - 1619 Broadway: The Brill Building Project

Il primo disco inciso per la Blue Note nel lontano 1995 ("Close your eyes") gli aveva dato una certa notorietà anche qui da noi, dove i cantanti jazz non hanno mai goduto troppa fortuna. Dopo prove altalenanti e il passaggio alla Concord, Elling ritorna con un omaggio alla fabbrica delle canzoni, il Brill Building - un palazzo al 1619 della Broadway, sulla 49a strada - dove sono state scritte centinaia di successi della musica americana. Tra queste “On Broadway”, una versione del brano dei Drifters che riesce a far dimenticare quella di George Benson, e una languida e convincente “You Send Me” di Sam Cooke. Ad accompagnarlo John McLean, chitarra, Laurence Hobgood, piano, Clark Sommers, basso e Kendrick Scott, batteria, innervato dalle felici presenze al sax di Ernie Watts e Joel Frahm. (Danilo Di Termini)

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NIK BÄRTSCH’S RONIN - Live

Nella storia del Giappone (compulsiamo da Wikipedia, con tutto il beneficio di inventario), a partire dall'epoca feudale, venivano chiamati ronin i cosiddetti samurai decaduti, perché rimasti senza padrone, o per la morte di quest'ultimo o (peggio) per averne perso in qualche modo la fiducia. Questi guerrieri, privi ormai di un punto di riferimento, finivano il più delle volte per vagabondare senza senso e costrutto - il termine letteralmente significa "uomo alla deriva" o "colui che impara a diventare samurai" -, assurgendo spesso "agli onori delle cronache" per essere i protagonisti di episodi di razzia e violenza perpetrati ai danni della popolazione civile. E in effetti, la figura del ronin ancora oggi in Giappone conserva una connotazione negativa, dispregiativa, sorta di metafora rappresentativa del disonore. Non sempre, però, l'errare dei ronin comportava necessariamente l'abbandono da parte loro del rigoroso codice etico appannaggio della nobile casta dei samurai; come accadde nel leggendario caso dei "quarantasette ronin", le cui coraggiose gesta di sfida verso il potere costituito (esempio di lealtà e correttezza nei confronti del proprio signore, caduto sciaguratamente e ingiustamente in disgrazia), avvenute realmente intorno al 1700, portate alla ribalta dal grande teatro giapponese delle marionette, e qualche anno fa anche dal dinamico e coinvolgente cinema di John Frankenheimer, sono "da sempre" il simbolo di quel valoroso "decalogo" comportamentale. Nik Bärtsch, raffinato pianista svizzero di Zurigo, sembra proprio ispirarsi a questa speciale lezione di serietà e lealtà passata alla storia nel sviluppare le sue particolarissime idee musicali. Forte di una solida formazione musicale, vissuto in Giappone tra il 2003 e 2004, Bärtsch trae esempio dal metodico rigore degli antichi guerrieri giapponesi, per confezionare, con il suo rivoluzionario quartetto zen/funk, denominato Ronin (appunto), costituitosi nell'ormai lontano 2001, una sorta di jazz-rock rigoroso, seriale (nel senso di ripetitivo), minimale, matematico, altamente spettacolare. Bärtsch ama definirla "ritual groove music", a sottolineare la (diremmo) profonda ieraticità che sottende la precisione maniacale, con la quale cellule melodico-ritmiche vengono continuamente ripetute e tra loro intersecate, attraverso il controllo quasi "feroce", "spietato", di una complessità ritmica fuori dal comune, se non altro nell'ambito della cultura jazzistica, ed eurocolta in particolare. Dopo l'apprezzato "Llyria" (ECM, 2010), in questo intensissimo doppio "Live" - collazione di una serie di momenti dal vivo ripresi tra il 2009 e il 2011 -, accompagnato dal bassista Björn Meyer, il fiatista (sax alto, clarinetto basso) Sha, il batterista Kaspar Rast e il percussionista Andi Pupato - come il leader, quattro strumentisti funambolici -, Bärtsch, incollato al suo pianoforte preparato, vero e proprio strumento a percussione aggiunto (ma non solo), dispiega al meglio tutte le caratteristiche del suo linguaggio modulare, informatico addirittura, eppure non asettico, ma semmai ascetico, sospeso tra minimalismo contemporaneo, segreti jazzistici, rock, musica tradizionale giapponese e quant'altro. Una musica che procede a continui sbalzi, con un incessante alternarsi di impetuosi agglomerati dinamici e momenti di quiete prima della tempesta, dalla tensione intrinseca quasi insopportabile, il cui mancato sviluppo è compensato da una formidabile, quasi inaccessibile, microvariabilità interna, elettrizzante iterazione variata di davisiana memoria, che tiene costantemente desta l'attenzione e la concentrazione dell'ascoltatore. Non il risultato di un'aggregazione estetica post-moderna, ma la messa a punto di un nuovo idioma del tutto personale, tra i pochi capaci oggi di indicare nuove possibili vie e soluzioni per il futuro. Esaltante. (Marco Maiocco)

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FRED HERSCH TRIO - Alive At Vanguard

Non ce ne vogliano i fan dell'ormai esausto Keith Jarrett o quelli del più ammaliante Brad Mehldau, ma quello di Fred Hersch (con John Hérbert al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria) in questo momento è il più entusiasmante trio in circolazione. Prova ne è questo doppio album, registrato live nello storico locale del Village (così come lo scintillante disco in solo del 2011) con sette originali del pianista (che è tornato a suonare nel 2008 dopo essere uscito da alcuni mesi di coma) e undici tra standard jazz e brani della tradizione americana. Da Coleman a Monk, da Rollins a Jobim, ogni brano è sostenuto da uno straordinario interplay e affrontato con soluzioni armoniche raffinate e un appassionato lirismo. Una fotografia impeccabile dello stato dell'arte del jazz contemporaneo. (Danilo Di Termini)

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