Jazz

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JASON ROBINSON - Tiresian Symmetry

Ancora palpitanti segnali di vitalità da casa Cuneiform, etichetta che molti associano solo all'art rock in varie declinazioni. Invece ci sono anche notevoli affondi nell'avantjazz, il contrario esatto di certo sonnacchioso mainstream che le major continuano a imporre al mercato come se le note afroamericane venissero da una macchina del tempo. Il sassofonista e flautista nordamericano qui espande il suo progetto Janus a nonetto, con raddoppio di batterie e tuba, riallacciando le fila del discorso, timbricamente e ritmicamente, con i formidabili gruppi di Henry Threadgill degli anni Novanta. E dentro ci sono figure come Drew Gress, protagonista delle pagine migliori del jazz dell'ultimo tentennio e Marty Ehrlich, fiatista eccelso. Brani distesi su tempi lunghi, ad ampia campitura, che riescono ad unire sorprese continue a solidità strutturale. Non poco, di questi tempi. (Guido Festinese)

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ENRICO PIERANUNZI - Live At The Village Vanguard

Non era mai accaduto che un artista italiano registrasse un disco dal vivo in quello che è l'ultimo tempio del jazz, il minuscolo locale di Manhattan dove si è fatta la storia della musica afro-americana. E che l'onore tocchi a Enrico Pieranunzi è un riconoscimento al valore di uno dei più grandi pianisti contemporanei, ma anche una conferma di una notorietà più estera che italiana. Registrato nell’estate 2010, in trio con Marc Johnson al contrabbasso e Paul Motian alla batteria (una delle ultime apparizioni), la scaltetta propone standard (Monk, Konitz, “La Dolce Vita”) e originali in cui il pianoforte di Pieranunzi raggiunge forse gli apici della sua espressività (splendidi gli echi di Satie in “Fellini's waltz”). Incisione 'live' perfetta. Non vi resta che sedervi a tavolino e buon ascolto. (Danilo Di Termini)

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LIVING BY LANTERNS - New Myth/Old Science

Un nonetto che mette assieme alcune delle migliori teste pensanti dell'avantjazz chicagoano e di New York: da Greg Ward, formidabile contraltista, a Mike Reed, batterista capace di ricamare in finezza, o di assicurare pressanti tappeti ritmici: in più si aggiunge Nick Butcher, piccolo sciamano dell'elettronica. Il tutto per rendere omaggio a Sua Illuminazione Sun Ra, il bandleader e compositore eretico per eccellenza nella storia delle musiche nere, uno che ancora oggi viene guardato con sospetto da chi pratica il solco consolatorio del mainstream. Living By Lanterns ha lavorato su un nastro inedito ritrovato di Sun Ra, un abbozzo in trio che, come al solito, conteneva più idee in tre minuti che in tre ore di note di Wynton Marsalis. Il risultato è qui, in questo spettacoloso titolo, che ci restituisce il profumo intenso delle note di Sun Ra, senza esserne calco calligrafico: come dovrebbe fare tutto il jazz autenticamente creativo. (Guido Festinese)

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MADELEINE PEYROUX - The Blue Room

Quando nell'aprile del 1962 Ray Charles pubblicò "Modern Sounds In Country And Western Music" il successo fu tale che sei mesi dopo era già pronto il volume due. Cinquant'anni dopo la sua conterranea Peyroux lo rilegge in parte ("Bye Bye Love", "You Don't Know Me", "I Can't Stop Loving You", "Take These Chains from My Heart"), aggiungendo "Desparadoes Under The Eaves"di Warren Zevon "Guilty di Randy Newman e "Changing All Those Changes" di Buddy Holly. I territori sono gli stessi, oggi meno rivoluzionari, una zona mista tra jazz, country e rhythm and blues, armonizzata dalla consueta produzione di Larry Klein, da Larry Goldings all'Hammond e dagli arrangiamenti di Vince Mendoza. E la voce della Peyroux, a tratti leggermente mono-tono, se non vince l'ardua sfida, comunque ne esce a testa alta. (Danilo Di Termini)

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OMAR SOSA - Eggun

Nel pantheon degli Orisha, le divinità della santeria cubana, la religione sincretica fondata a Cuba dagli schiavi africani e ancora oggi praticata, composta di antiche reminescenze Yoruba ed elementi della religione cattolica, gli Eggun sembrano essere gli spiriti della morte, ma anche per comprensione gli spiriti degli antenati o di coloro che ci hanno preceduto, facendoci in qualche modo da guida. È in questo universo culturale che da sempre si muove il pianista cubano Omar Sosa, con il suo straordinario pianismo afro-impressionista, che da una parte prende le mosse dalla grande lezione armonica di Bill Evans, e dall'altra dall'afro cuban jazz di pianisti come Chucho Valdes o Arturo Sandoval, ma non solo ovviamente (anche Chopin e Satie, per esempio, sono tra i grandi mentori di Sosa, e l'elenco delle sue influenze musicali potrebbe davvero non finire). Ed è proprio per ringraziare molti dei musicisti che con la loro musica hanno illuminato la vita di Sosa, gli Eggun (appunto), come lui stesso dichiara in poche note di copertina, che nasce e trova fondamento quest'ultimo lavoro, al quale partecipa un nutrito numero di musicisti, per un progetto corale dall'ampio respiro orchestrale e culturale. L'album fa rivivere di continuo, quasi in forma di leggiadra preghiera, e come in un prismatico e fantasmatico gioco di specchi, la musica e il suono di grandi maestri del passato, quali Miles Davis (proprio su tutti), John Coltrane, Bill Evans, Thelonious Monk, Machito (probabilmente il primo all'inizio degli anni '40 a New York a letteralmente inventare l'afro cuban jazz, poi portato al successo, nella sua definitiva trasformazione americana, da Dizzy Gillespie e Chano Pozo), Andrew Hill, Don Cherry, Fela Kuti e molti altri, tutti menzionati dallo stesso Sosa nelle già citate brevi note di presentazione del disco. Per avere un'idea di questo sia induttivo che deduttivo processo musicale, in cui, grazie a preziosi arrangiamenti, forme, melodie, familiari timbri, appaiono e scompaiono come dal nulla, basti ascoltare i sei interludi disseminati qua e là lungo il percorso, nei quali è la melodia di "Blue in Green" a rivelarsi ogni volta in una meravigliosa, ammaliante nuova veste, o la strabiliante "Rumba Connection", tutta costruita attorno alla linea melodica di "Sketches Of Spain", che, inutile dirlo, come "Blue in Green", rappresenta un fondamentale tassello dell'epocale e davisiano "Kind of Blue". Attorniano Sosa, lo dicevamo, una serie di valentissimi musicisti, tra i quali, oltre a un'agguerrita pattuglia di percussionisti, il sorprendente trombettista davisiano Joo Kraus, l'ottimo tenor sassofonista coltraniano Peter Apfelbaum, e l'eccezionale chitarrista Lionel Loueke, strumentista popular, sperimentale, al contempo perfettamente inscritto nella storia del jazz, e però come sempre uscito dall'Orchestra congolese Baobab, con il suo fulminante, ritmico, staccato stile. Un simbolo Loueke (potremmo dire) del raro, profondo, moderno equilibrio tra acustica, elettricità ed elettronica, che caratterizza intelligentemente l'intero album. Un illuminante e colto esempio di etno jazz orchestrale (ne sarebbero contenti sia Don Cherry che Gil Evans), chiuso da una finale e rabbrividente invocazione agli spiriti, che sembrano davvero aleggiare nell'aria, grazie a discreti e sapienti effetti elettronici, con i quali Sosa si diverte spesso e volentieri. Altamente suggestivo. (Marco Maiocco)

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BEN SIDRAN - Don't Cry For No Hipster

Ben Sidran è un nome non molto conosciuto qui da noi. Eppure ha più di 30 album all'attivo, collaborazioni con Steve Miller e Boz Scaggs (erano insieme all'Università), con Rolling Stones, Peter Frampton ed Eric Clapton. Sarà il genere musicale (una sorta di soul-jazz-rap, all'epoca e forse anche oggi, troppo fuori dagli schemi), saranno le sue molteplici attività (ha un dottorato in filosofia, è stato a lungo conduttore radiofonico per la NPR). Fatto sta che nemmeno l'album del 2009 dedicato alla rilettura di brani di Dylan lo ha fatto uscire dal limbo; chissà se ci riusciranno questi quattordici brani, dodici originali e due cover ("Reflections" di Monk e "Sixteen Tons" di Merle Travis). Insieme al piano acustico ed elettrico di Sidran un settetto che non lesina certo groove e ironia. (Danilo Di Termini)

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