Jazz

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IBRAHIM MAALOUF - Illusions

Scherzo (abbastanza) innocente: fate ascoltare la prima traccia di questo cd all'amico superesperto di post rock e indie in varie declinazioni, e raccontategli che è un estratto da una nuova, inedita colonna sonora curata dai Mogway o dai Godspeed. Ci cadrà. Bisogna oltrepassare gli stupefacenti otto minuti iniziali di Illusions (per l'appunto) per cominciare a raccapezzarsi in questo palpitante labirinto che vi mette in conto schegge rock, sinuosi e lascivi quarti di tono mediorientali affrontati da una tromba da brividi, jazz come forse avrebbe potuto pensarlo l'ultimo Davis, tra pieni e vuoti improvvisi che lasciano sbalorditi. Sia come sia, per il compositore e trombettista libanese Ibrahim Maalouf, da diverso tempo con quasi ovvia base a Parigi un altro centro, alla faccia di chi crede che l'eccellenza sia solo nei propri registri stilistici. (Guido Festinese)

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PAOLO FRESU - Vinodentro

In attesa del disco che festeggerà il trentennale del gruppo di Fresu, e dopo la gran messe di registrazioni riunite nel progetto che festeggiava i suoi cinquant'anni, ecco un altro lavoro "trasversale" dell'amatissimo trombettista di Berchidda. Vinodentro è la colonna sonora dell'omonimo film noir di Ferdinando Vicentini Orgnani, film a sua volta tratto dal libro di Fabio Marcotto. Orgnani ha già più volte collaborato con Fresu, ed evidentemente la coppia creativa funziona: qui trovate una tromba di eleganza lunare e malinconica davisiana e bakeriana assieme, appoggiata con dolcezza su un fondale d'archi assicurato dai Virtuosi Italiani, e tocchi preziosi dal bandoneon di Daniele Di Bonaventura e dalle percussioni di Michele Rabbia. Non mancano citazioni mozartiane dirette. Gran bel lavoro, ma non è che dal Nostro, da molti anni, ci si possa attendere qualcosa che sia men che eccellente. (Guido Festinese)

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LOUIS & MICHEL PETRUCCIANI - Flashback

Ogni volta che esce qualcosa di nuovo per Michel Petrucciani il piccolissimo uomo dalle ossa fragili come il vetro, e titanico pianista, invece, di statura immensa, c'è sempre da augurarsi che non siano gli ultimi ritrovamenti. Perché notoriamente Petrucciani suonava ogni volta come se fosse l'ultima: invece di misurare i minuti che lo separavano da una fine inevitabile nella cupezza, beveva dal bicchiere della vita e della musica con un gusto che la maggior parte di noi non saprebbe neppure intuire. Questi sono nastri del 1989 e del '90, Michel è in duo con il fratello bassista Louis. Nulla è dato di sapere su luoghi e date più precise, studi e palchi: poco importa, perché quel conta è lasciarsi trasportare dall'onda calda e avvolgente di una tastiera sontuosa che sapeva ritrovare la gioia di un Oscar Peterson, mai altresì smarrendosi nel tecnicismo fine a se stesso. (Guido Festinese)

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KEITH JARRETT - No End

Nell’anno in cui il pianista di Allentown ha pubblicato un disco con il suo classico trio (“Somewhere”), riesumato un concerto giapponese del 1979 del quartetto con Jan Garbarek (“Sleeper”), aggiunto al solo di Bregenz del 1981 altri due cd inediti della data di Monaco di qualche giorno dopo, ritrovato l’amato Bach nelle “Six Sonatas for Violin and Piano”, la concomitante apparizione di “No End” diventa il sesto mistero gaudioso. Registrato in casa (si sente) nel 1986 in questo doppio album Jarrett suona chitarra elettrica, basso, batteria e percussioni varie, in forma d’improvvisazioni grezze e fastidiose nella loro orientaleggiante ripetitività. A Natale si attende con ansia la pubblicazione dei dialoghi tra Jarrett e la sua domestica, con foto e note inedite. Peggio non potranno essere. (Danilo Di Termini)

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TOM HARRELL - Colors Of A Dream

Con una discografia alle spalle che sta avvicinandosi ai trecento titoli, il trombettista Tom Harrell, che molti ricorderanno anche per le belle pagine scritte assieme al "nostro" Dado Moroni è di sicuro un signor musicista. Qui spariglia un po' le carte dei suoi gruppi consueti, e propone un gruppo con tre fiati ( la sua tromba, contralto e tenore), batteria e doppio contrabbasso. Uno dei due grandi legni è imbracciato dall'altro nascente del jazz in rosa, Esperanza Spalding, che come di consueto usa anche, con splendida originalità, la bella voce aggraziata che si ritrova, impiegata come un vero strumento. Il gruppo, racconta Harrell nelle note, è una via di mezzo tra organico allargato e combo, con una flessibilità e una potenza che prendono da un lato e dall'altro. Bei temi, molti aromi latin, ed esiti notevoli, soprattutto quando Harrell evita le trappole neoboppistiche. (Guido Festinese)

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THELONIOUS MONK - Paris, 1969

Dietro il magico mistero di Thelonious Monk, che a soli cinquantaquattro anni si sarebbe ritirato dalle scene, smarrito nelle pieghe dei suoi silenzi, c'è anche la sconvolgente grandezza di suonare allo stesso modo dall'inizio alla fine della sua carriera. Dalle prime registrazioni del 1941 con Charlie Christian, alle "London Collection" trent'anni dopo, il pianismo angolare e spigoloso di "Sphere" non ha mai mutato peculiarità. Non fa eccezione il concerto alla Salle Pleyel del 15 dicembre 1969, ad oggi inedito, con il fido Charlie Rouse al tenore (splendido il suo assolo "Ruby My Dear") e due giovanotti di (non) belle speranze, il bassista Nate Hygelund e il batterista Paris Wright. L'ennesimo riascolto di classici come "I Mean You", "Straight No Chaser" o "Blue Monk" suona inedito, come i tre brani in piano solo; oltre a una sfolgorante versione di "Nutty" in cui Philly Joe Jones prende le bacchette e fa sentire di cosa è capace. Monumentale. (Danilo Di Termini)

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