Rock

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MADNESS – Oui Oui Si Si Ja Ja Da Da

Che il nuovo LP dei Madness fosse una affare meno impegnativo del precedente The Liberty Of Norton Folgate lo si poteva intuire già dal titolo; difficile, d'altra parte, dare un seguito a un disco di tale spessore, che in un momento inaspettato e incerto della loro carriera li aveva riportati alla ribalta come una delle band che meglio hanno interpretato e interpretano l'Inghilterra. Oui Oui è essenzialmente un disco leggero, che pesca a piene mani dallo ska-pop malinconico che  la band ha interpretato negli ultimi trent'anni, e forse non è una mossa sbagliata. Al loro meglio, i Madness sono divertenti come pochi altri: La Luna, Kitchen Floor, Circus Freaks sono qui a testimoniarlo. E con Never Knew Your Name, cronaca di un breve incontro casuale, infilano un nuovo, piccolo classico nel loro già ricco repertorio. (Marina Montesano)

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BAT FOR LASHES – The Haunted Man

The Haunted Man è il terzo album della cantante, compositrice e polistrumentista inglese Natasha Khan, che incide con il nome di Bat For Lashes: nonché, decisamente, il suo migliore. Se le atmosfere del precedente Two Suns rimangono intatte, è la qualità delle composizioni a essere cresciuta, soprattutto perché qui non ci si appoggia solo sui singoli, ma è l'intero LP a convincere. Rispetto al passato, Natasha sembra anche meno timorosa di abbracciare in pieno la vena pop che le è congeniale, distaccandosi così da progetti almeno in parte simili come Fever Ray e Zola Jesus, e avvicinandosi piuttosto a una Kate Bush. Si tratta di un pop raffinato e coinvolgente, ricco di arrangiamenti intelligenti; e dove gli arrangiamenti quasi spariscono, come nella pianistica Laura, il suo talento emerge con ancor maggiore evidenza. (Marina Montesano)

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CRYSTAL CASTLES – III

La formula inventata dal produttore/tastierista  Ethan Kath e dalla cantante Alice Glass – elettronica claustrofobica e voce sommersa dai suoni – si era fatta conoscere per la prima volta nel 2006 grazie al singolo Alice Practise e a molti concerti devastanti: in realtà, la canzone era un soundcheck improvvisato per Alice, come indica il titolo, e registrato segretamente da Ethan. Il brano fu poi incluso nel LP d'esordio del 2008, dove rappresentava il lato hardcore che faceva da controcanto al tormentone electro Crimewave. Niente sul secondo disco, uscito nel 2010, raggiungeva quei livelli, e ora i CC ci riprovano apportando diversi cambiamenti: sull'onda di una moda corrente, (III) utilizza sintetizzatori analogici, ma anche una produzione maggiormente curata e un suono nel complesso più potente e uniforme, a tratti persino melodico. Plague e Wrath Of God sono gli episodi più riusciti, ma è nel suo insieme che (III) si apprezza pienamente. (Marina Montesano)

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MIKE NOGA - The Balladeer Hunter

Dice Mike Noga della sua musica: ‘ Voglio che ci sia  verità, che si senta la passione nei brani che vi offro col mio piccolo gruppo…’. Noga è, per la maggior parte del tempo, il batterista dei  Drones, però ogni tanto si rintana in un piccolo studio e raccoglie le sue scarne canzoni con grande umiltà e onestà. Nel 2005 aveva stupito il suo’ Folk Songs’, piccolo esordio che rispecchiava già nel titolo il proprio contenuto: ballate su personaggi bizzarri e intimamente australiani, arrangiamenti asciutti ma efficaci e la capacità indubbia nel raccontare storie e vite. Le canzoni sono state registrate in pochi giorni e spesso i brani sono il risultato della prima o seconda ‘take’;  ma anche se a tratti vi sono echi di ‘Nebraska’ , oppure è il violino di Jen Anderson che riporta a Warren Ellis, quindi al conterraneo Nick Cave, nell’insieme il disco è personale e disarmante per la  sua integrità artistica. (Fausto Meirana)

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THE POGUES - Live In Paris 2012 - 30th Anniversary Concert
Gli schizzinosi, i precisini, le malelingue, gli invidiosi, modernisti, filologi, esegeti diranno che questa è un'uscita di cassetta. Diranno che un disco sostanzialmente identico (anche se meno curato, nel suono, nella performance) i Pogues lo avevano già pubblicato, come bonus di uno dei molteplici best of. Diranno: che i Pogues, da oltre 10 anni, a Natale o giù di lì, fanno un giro di birra e nostalgia senza aggiungere nulla alla loro passata gloria (questo è il disco, un live celebrativo). Diranno così e magari hanno pure la fredda ragione della scienza. Ma non dicono che queste canzoni, questo pubblico, queste urla sopra e sotto il palco sono tra le espressioni migliori e più vive di quella cosa chiamata musica. Il tempo passa per tutto e tutti, salvo per le belle canzoni. Celebrarle ancora e ancora non è un errore. È un dovere. Pogue Mahone. (Marco Sideri)
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SUONDGARDEN - King Animal

"I've been away for to long": una dichiarazione d'intenti. A sedici anni da Down on the Upside il motore dei Soundgarden ruggisce ancora. Ne avevamo avuto un assaggio quest'estate, e si erano risvegliate le aspettative intorno a un gruppo finalmente compatto: le tre canzoni "storiche" estratte da questo concerto e incluse nella versione deluxe del disco suonano come il rafforzamento di una promessa. È stata una parentesi di silenzio punteggiata dai discussi dischi solisti di Chris Cornell – a volte onestamente pessimi – e l'esperienza con gli Audioslave, e lo spessore di questo bagaglio musicale riverbera chiaramente in King Animal. In questo periodo, Kim Thayil ha suonato con Jello Biafra; Ben Sheperd ha collaborato con Mark Lanegan e ha chiuso il secondo album dei suoi Hater; Cameron è entrato stabilmente nei Pearl Jam. E, in effetti, nei nuovi pezzi c'è lo zampino del producer Adam Kasper e di Mike McCready, che ha partecipato alle registrazione di Eyelid's Mouth –il primo brano composto dopo l'incontro dell'autunno 2010. Alcuni hanno malignato che questa sia una delle ennesime reunion di convenienza, e potrebbe anche essere vero. Ma la magia è tornata: forse c'è meno rabbia nella voce altissima del cantante, ma è la stessa potente alchimia di metal, attitudine indie e radici blues che animava la scena grunge degli anni Novanta, già nata da un sincretismo stilistico difficilmente definibile che oggi sembra essere confluito nello stoner del deserto di Joshua Tree. Fin dall'inizio, ci si sente risucchiati dalla macchina del tempo dei pesanti riff zepelliniani del chitarrista e da una sezione ritmica che toglie il fiato. A bordo di una vera giostra schiacciasassi che ricorda le atmosfere claustrofobiche dello storico EP Screaming Life, si sale fino alle vette liriche di ballate poetiche e introspettive, alla Doors, e si ridiscende in abissi più cupi: i Melvins più lineari e melodici. (Elena Colombo)

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