Radio Disco Club 65

Free Fall di Danilo Di Termini

Ciao a tutti, nuova settimana per Free Fall, la trasmissione dedicata al jazz di Danilo Di Termini. Poche ciance, tanta musica: in questa puntata ascolteremo brani di Charles Pillow, Stan Getz, Brad Mehldau, Mark Guiliana, Nos_It Marianne Faithfull.

Può darsi che il nome Charles Pillow non vi dica niente; cinque dischi all'attivo, l'ultimo Electric Miles del 2018, un omaggio alla fase elettrica di Davis in compagnia di gente come Tim Hagans, Clay Jenkins e David Liebman. Se siete appassionati di jazz magari vi ricorderete il suo nome tra i fiati dell'orchestra di Maria Schneider o nell'ultimo Brad Mehldau. Molto probabilmente, lo avrete ascoltato, forse senza saperlo, in So Beautiful Or So What di Paul Simon o in Western Stars di Bruce Springsteen. Insomma il sassofonista di Baton Rouge vanta un credito di tutto rispetto che prova a esigere con questo nuovo progetto di jazz da camera che stupisce all'ascolto per chiarezza e musicalità: sentiamo un breve estratto dal disco, dal brano Charlotte ed Evan, composizione dedicata ai suoi due figli

Purtroppo on line si trovano solo brani parziali: questo che abbiamo ascoltato dura oltre 9 minuti in originale e anche il prossimo, una bellissima versione di Don't Explain di Billie Holiday in originale ne conta quasi 8. Ma la splendida chitarra di Vic Juris – scomparso purtroppo nel frattempo il 31 dicembre dello scorso anno – ci regala comunque attimi di grande emotività

Chiudiamo con Pee Wee, un brano scritto dallo straordinario batterista Tony Williams e immortalato dal quintetto di Miles Davis in Sorcerer

Ascoltare questo disco mi ha fatto tornare alla mente uno dei tanti capolavori che ci ha regalato Stan Getz e cioè Focus, disco del 1961 frutto della collaborazione con Eddie Sauter. La Penguin Guide to Jazz ha selezionato questo album tra quelli da avere assolutamente (e siamo d'accordo), suggerendo che nessuno ha mai organizzato una sessione per Getz come questa, le cui partiture luminose e scintillanti continuano a incantare. Insieme a The Sound, l'orchestra condotta da Sauter e un quintetto d'archi ci sono anche Steve Kuhn, piano, John Neves al contrabbasso e Roy Haynes alla batteria. Il brano scelto è Her

Facciamo un passo indietro e torniamo a Charles Pillow. Vi abbiamo detto che ha suonato con Brad Mehldau; in particolare lo si può ascoltare in Finding Gabriel, disco del 2019 che ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, l'inesauribile voglia di sperimentare del pianista ormai cinquantenne. Insieme a lui ci sono Ambrose Akinmusire, tromba, Michael Thomas, flauto e alto sax, Charles Pillow appunto, sax soprano Joel Frahm, sax tenore, Chris Cheek, sax baritono e Mark Guiliana, batteria. The Prophet Is a Fool

Rimaniamo ancora con Brad Mehldau e la sua voglia di sperimentare: dal disco del 2013 Taming the Dragon in duo con Mark Guiliana ascoltiamo questa lunga e trascinante performance dal vivo di Just Call Me Nige

Per finire una cantante che volevo mettere da tempo, ma che per una sorta di insensata scaramanzia ho sempre rimandato fino a oggi. Dopo tre settimane di cure in un ospedale di Londra Marianne Faithfull è finalmente tornata a casa. L'artista, 73 anni, era stata ricoverata tre settimane fa dopo essere stata trovata positiva al Corona virus. Si tratta di un'artista che amo molto, una voce da sempre accostata al rock, ma che in realtà ha molti punti di contatto con il jazz. Ne volete una prova? Guardate e ascoltate come interpreta questo blues accompagnata da un gruppo che prevede Barry Reynolds alla chitarra, Fernando Saunders al basso, Courtney Williams alla batteria, Daniel Mintseris alle tastiere e il grande Lew Soloff (già con i Blood Sweat and Tears) alla tromba.

Prima di lasciarvi vi diamo l'appuntamento a giovedì con Free Fall e Danilo Di Termini, ricordandovi che potrete ritrovare tutta la trasmissione sul sito di Disco club,

Marianne Faithfull, dal vivo a Los Angeles nel 2005: Trouble In Mind seguita da Falling From Grace. Ciao

 

Blue Morning di Dario Gaggero

Buongiorno a tutti!
Bentornati a una nuova puntata di Blue Monday, viaggio di andata e ritorno nel cuore pulsante
della musica afroamericana e delle sue mille varianti in compagnia del vostro ospite, Dario Gaggero.

Oggi partiamo con una stranezza: lo zydeco 'rivisitato' di Beau Jocque. Ovviamente nativo della Louisiana rivitalizzò
il genere negli anni '90 modernizzandolo con l'inserimento di ritmi funky, sample e batterie rock.
Pronti a ballare?
Questo è il 'Beau Jocque Boogie'!

Parliamo ora di uno dei bluesman più eclettici del periodo prebellico, Lonnie Johnson. Dotato di uno stile fluido
e preciso che lo portò ad accompagnare con la stessa efficacia artisti molto diversi come Texas Alexander e Duke Ellington, Johnson è stato insieme a Eddie Lang uno dei pionieri della chitarra jazz e un valido e fortunato interprete di blues. Qui lo vediamo esibirsi in una data dell'American Folk Blues Festival, di ritorno sulle scene dopo un decennio di pausa o quasi.

Come abbiamo avuto modo di vedere nelle puntate precedenti Muddy Waters è considerato la quintessenza del Chicago Blues, campione indiscusso di un'ortodossia che lui stesso ha reso popolare.
Alla fine degli anni '60 però ha inciso un paio di album abbastanza bizzarri, nei quali la sua caratteristica voce si univa ad arrangiamenti mutuati dal rock bianco che era nel frattempo esploso commercialmente.
Il risultato? Giudicate voi: questa è una 'nuova' versione di 'I just wanna make love to you' tratta dall'album 'Electric Mud'

Nel nostro viaggio abbiamo già incontrato Albert King, uno dei veri giganti (anche in senso letterale) del blues.
E' bene fare un piccolo ripasso: qui è dal vivo in Svezia nel 1980 in una emozionante versione di 'The Sky Is crying', presa
dal repertorio di Elmore James.

Blind Blake è stato senza dubbio uno dei bluesman più popolari degli anni '20, arrivando a incidere una ottantina di brani in poco meno di sei anni. Virtuoso della chitarra e pioniere dello stile ragtime applicato allo strumento, della sua biografia ignoriamo quasi tutto (nativo della Florida o forse della Virginia, presumibilmente si chiamava Arthur Blake...) ma la sua musica basta e avanza.
Oggi sentiamo una delle sue prime incisioni, 'West Coast Blues' del 1926.

Assunto come corista alla Motown agli albori degli anni '60 per diventarne col tempo artista di punta, produttore, arrangiatore e - infine - vicepresidente. Parliamo ovviamente di Smokey Robinson! Dotato di una vocalità suadente e raffinata (parzialmente debitrice del suo 'modello' Clyde McPhatter) lo sentiamo oggi accompagnato dai fidi Miracles in uno dei suoi primi successi, 'I second that emotion'.

Emerso sulle scene del blues internazionale nel 1979 come 'rimpiazzo' di Carey Bell nella band di Willie Dixon, Billy Branch
ha guidato diverse versioni dei Sons of Blues in una carriera tutta votata al rispetto della tradizione di Chicago.
Questa sua 'Last Night' è tratta dal suo ultimo 'Roots and Branches', un tributo al genio di Little Walter.

Johnny Dollar è un veterano di mille battaglie: partito come accompagnatore di Magic Sam nei tardi anni '60 ha 'congelato' la sua carriera musicale sino ai primi anni '80, collezionando ferite di varia natura - pistola, coltello... - nel frattempo (cause: guerra del Vietnam, risse nei bar, una breve carriera come agente di polizia).
Qui lo sentiamo in un curioso ibrido blues/funky/disco, appropriatamente chiamato J.D.'s Blues.

Per lo spazio dedicato al blues italiano vi parlerò oggi di Umberto Porcaro. Chitarrista palermitano titolare di una carriera di tutto rispetto nonostate la giovane età (numerose collaborazioni con grandi nomi nazionali e internazionali blues e diverse tournée in Europa e negli States). E' passato recentemente anche da Genova!

Lo sentiamo nella sua 'Poppa Blue', tratta dall'album 'Burn the day away'

Nell'ultima puntata abbiamo tributato un giusto omaggio alla regina del soul, Aretha Franklin.
Oggi buttiamo un occhio sulla concorrenza: sentiamo 'I'd rather go blind' di Etta James (dal vivo al festival di Montreux nel 1975)

Chiudiamo la puntata con un brano del 'solito' Mississippi John Hurt, segnalatomi dal sempre vigile Stefano Espinoza.
Alla prossima!
Dario.

 

Coverlandia di Gian


Domani è il 1° Maggio. Anche la nostra rubrica, in genere frivola, si adegua alla ricorrenza di una giornata in ricordo di tutte le lotte per i diritti dei lavoratori. Oggi parliamo di musica di protesta o quantomeno impegnata. I pezzi sono tanti e quindi il programma si dividerà in due parti, una oggi e l'altra domani Primo Maggio alle 13:00.
Negli anni sessanta problemi non ce ne sono a trovare questo genere di musica in particolare negli Stati Uniti e il principale protagonista non può essere che Bob Dylan. Partiamo con la sua canzone manifesto di quel periodo "Blowin' in the Wind". Sentiamo prima la versione italiana di Jonathan & Michelle, duo italo/francese con una Michelle vera e un Jonahtan che in realtà si chiamava Maurizio Pracchia.
Ecco la loro "La risposta".



«Quante strade deve percorrere un uomo prima di essere chiamato uomo?», così cantava Dylan nel 1962 (giovanissimo, 21 anni). La canzone verrà poi pubblicata l'anno successivo in "Freewheelin'".



Il contraltare inglese di Dylan era Donovan, sicuramente meno impegnato politicamente, più menestrello. La sua Mellow Yellow è stata fatta in italiano col titolo di "Cielo giallo" da Caterina Caselli, tanto abile nella scelta dei pezzi da coverizzare, quanto nel distruggerli.



Mellow Yellow è contenuto nel lp omonimo, secondo disco di Donovan (dopo Sunshine Superman), e si distacca dal folk delle incisioni precedenti per avvicinarsi a sonorità psichedeliche.



Torniamo oltreoceano, "Ode to Billy Joe" mantiene quasi uguale il titolo nella versione italiana "Ode per Billy Joe", molto casereccia, questo un pezzo del testo "Quel ragazzo che ogni tanto/viene qui da noi/si è buttato giù dal ponte/e l'han trovato/che era morto ormai.../mio padre con la bocca/piena di piselli disse: "No!". A cantarla Paola Musiani, originaria di Vignola, inizia a cantare nelle balere della sua zona e nel 1967 (a solo 18 anni, come uscivano giovani allora i cantanti) incide questo pezzo in 45giri.



L'originale è di Bobby Gentry, nome d'arte di Roberta Lee Streeter , cantante statunitense di origini portoghesi. Incide la canzone nel 1967, quindi lei aveva già 23 anni!



Tony (Cucchiara) e Nelly (Fioramonti), coppia anche nella vita, incidono nel 1966 "Ma sto pagando" con una versione in italiano che cambia completamente il senso del testo originale (sei anni dopo Maria Monti inciderà il brano con un testo che cerca di rimanere più legato al senso originale).



Sì, ma non vi ho ancora detto chi era il cantante e il titolo originale: Phil Ochs "There But For Fortune". Philip David Ochs nato a El Paso, 19 dicembre 1940, è stato un cantautore di protesta statunitense; preferiva però definirsi un topical singer. "Scrissi questa canzone (1963) pensando a un vecchio modo di dire, 'There but for the Grace of God' (siamo qui solo per grazia di Dio). Ma la grazia di Dio non esiste. La scrissi mentre andavo verso Lincoln, Nebraska. E' uno dei pochi casi in cui ho scritto prima la musica, che avevo già pronta. Le parole mi sono venute in dieci minuti mentre guidavo. Il testo primitivo è stato poi migliorato grazie ai commenti di Jean Ray del gruppo Jim and Jean." (Phil Ochs).



Aldo Caponi, in arte Don Backy, nel 1965 incide "Mister Tamburino". Sì, è la traduzione letterale del titolo, ma in italiano fa un po' ridere...



Ovviamente "Mr. Tambourin Man" è di Bob Dylan che la incise nel 1965 (inclusa in "Bringing It All Back Home"), anche se la versione che all'epoca vendette di più fu quella dei Byrds.



Rieccoci in Scozia. Tocca di nuovo a Donovan e a una sua canzone coverizzata dai Corvi nel 1966, "I colori". I Corvi sono tra gli specialisti di cover. I primi passi li hanno mossi proprio in Liguria, infatti all'inizio del 1966 si iscrivono al 1º Torneo nazionale Rapallo Davoli, superando le selezioni e classificandosi al secondo posto.



Lo scozzese Donovan Phillips Leitch, di cinque anni più giovane di Dylan, scrive "Colours" nel 1965 (ancora più giovane, 19 anni), esce in 45giri e a fine anno viene inserito nel lp "Fairytale".



"Soldato universale" è una canzone contro la guerra (così come l'originale), cantata in italiano dai Claus (proprio non me li ricordavo) con testo del grande Herbert Pagani.



L'originale non è di Donovan, che ne fece la versione più famosa, ma di Buffy Sainte-Marie, cantautrice canadese nata in una riserva di indiani Piapot, adottata dai coniugi Albert e Winifred Sainte-Marie. Autodidatta, come molti cantanti dell'epoca, con le sue canzoni di protesta (incentrate spesso sulla tematica dei diritti degli indiani nativi) riscuote subito considerevoli riscontri in ambito studentesco e in breve la sua fama la porta a esibirsi nelle riserve indiane, nei teatri e nei festival del Canada e degli Stati Uniti.


Pete Seeger è uno dei massimi autori della folk music e della canzone di protesta degli anni cinquanta e sessanta, in questa puntata lo vedrete spesso o come autore o come partecipante al video live. Questa canzone in italiano ha perso la sua matrice politica, del resto la cantava nel 1964 Rita Pavone: "Datemi un martello".



Scritta nel 1949 ma depositata con copyright solo nel 1958, è una canzone folk che può essere suonata a ritmo di surf rock o country rock, ma ha una valenza prettamente politica essendo stata composta a sostegno del movimento progressista d'America.

Si tratta di una delle prime canzoni di protesta della stagione del pacifismo e della contestazione contro la discriminazione razziale. Venne infatti eseguita collettivamente nel 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà che si tenne a Washington D.C., la stessa in cui il reverendo Martin Luther King pronunciò la storica allocuzione: I Have a Dream. "If I Had a Hammer" figura fra i dischi singoli più venduti al mondo. Ve la proponiamo nella versione di Peter, Paul and Mary. Per questa sera è finita, ci risentiamo domani alle 13:00.



Ricky Gianco, pseudonimo di Riccardo Sanna, definito dall'Enciclopedia del rock italiano come il "Pete Seeger" italiano (?!?), infatti si esibisce in una cover di Bob Dylan: "Come una donna".



"Just Like A Woman", traduzione letterale. Compare nel doppio album del 1966 Blonde on Blonde, da cui fu estratta come singolo negli Stati Uniti. La rivista musicale Rolling Stone l'ha annoverata tra le 500 migliori canzoni di tutti i tempi.



I Satelliti, primo gruppo di Gian Pieretti, si lanciarono in questa cover "La vita è come un giorno", effettivamente la loro vita musicale non durò molto di più.



Ben più lunga la vita musicale di Donovan, dura ancora adesso. "Catch the Wind" fu il singolo di debutto di Donovan. Raggiunse la posizione numero 4 nel Regno Unito e la numero 23 negli Stati Uniti. La versione del singolo ha la voce di Donovan trattata con l'effetto eco e una sezione d'archi. Il brano venne ri-registrato per il primo album di Donovan, "What's Bin Did and What's Bin Hid", senza eco ed archi e con l'aggiunta di un assolo di armonica a bocca.



Avete già sentito dei Corvi "Datemi un biglietto d'aereo" (cover di "The Letter"), il retro era "Questo è giusto" con un testo angosciante: "Vedo un uomo nella notte / Solo - Vedo un uomo nella notte / Piange - Con un cane sta parlando / Piano - Con un cane sfoga il suo / Dolore - Lui mio figlio per la fame / Dice - Lui soffriva per la fame / Sai - Io vagavo per le strade / Solo - Del lavoro io cercavo / Niente - E mio figlio io l'ho rubato – Ieri - Ora mi condanneranno / Sai - Forse in cella dovrò andare / Oh oh - Ciò che ho fatto era da fare - Questo è giusto".



Questa canzone folk-rock post-apocalittica è stata scritta dalla cantante canadese Bonnie Dobson mentre stava con un'amica a Los Angeles. Ha ricordato alla rivista Uncut nell'agosto 2014: "È stata la prima canzone che ho scritto! Era il '61, la guerra fredda stava imperversando. Una notte, i miei amici ebbero una conversazione molto cupa al riguardo. Ero a casa di un amico a West Hollywood e quando sono andata a letto mi sono seduta lì e ho pensato a quel film, On The Beach, che parlava delle conseguenze di una grande guerra atomica, e le parole mi sono venute in mente ". La sua versione, l'originale, rimane la meno famosa anche perché guardate chi l'ha fatta: Fred Neil, Tim Rose, Grateful Dead, Lulu, Robert Plant.



I Dik Dik senza le cover non avrebbero avuto molto successo, invece così sono entrati spesso nella hit parade, tra gli altri anche con "Se io fossi un falegname".


"If I Were a Carpenter" è un brano musicale composto da Tim Hardin, incluso nel suo album Tim Hardin 2 del 1967. Fu una delle due canzoni tratte dal disco (l'altra era Misty Roses) eseguite da Hardin al Festival di Woodstock del 1969. Nel corso degli anni, la canzone è stata ripresa da numerosi artisti, la versione più famosa è quella di Johnny Cash con la moglie June Carter. Sentiamo l'originale.


"Eve of Destruction" ebbe diverse cover italiane la più famosa quella di Gino Santercole, il "nipotino" di Celentano. Questa invece ha avuto meno successo: "L'America dei Nixon, degli Agnew e McNamara dalle Pantere Nere una lezione impara:/la civiltà del napalm ai popoli non piace, finché ci son padroni non ci sarà mai pace;/la pace dei padroni fa comodo ai padroni, la coesistenza è truffa per farci stare buoni./E quindi: cosa vuoi di più, compagno, per capire/che è suonata l'ora del fucile?" Chi cantava questa versione rivoluzionaria di "Eve of Destruction"? Pino Masi che apparteneva al gruppo extra-parlamentare Lotta Continua, per il quale aveva anche scritto l'inno ufficiale "Lotta di lunga durata", ispirato agli insegnamenti del presidente cinese Mao Zedong.



Ogni volta che si cita la canzone di Santercole si dice "è la cover del pezzo di Barry McGuire". In realtà non è così, anche la sua è una cover. L'autore è P.F.Sloan



Riki Maiocchi è stato il fondatore di due gruppi storici degli anni 60/70. Prima i Camaleonti, che abbandona perché non interessato alla svolta melodica del gruppo, poi i "Trip"; trasferitosi in Inghilterra Maiocchi insieme a Ian Broad, primo batterista della band, Arvid 'Wegg' Anderson al basso, Billy Gray alla chitarra (che già aveva collaborato con Eric Clapton) e il giovane Ritche Blackmore (poi Deep Purple ...) fondò il gruppo che, tornato in Italia, divenne uno dei più famosi del prog nostrano. Anche lì durò poco. Come solista già nel 1964 aveva inciso questo 45giri: "Non dite a mia madre".



Come tutti i brani di musica tradizionale, anche per "The House of the Rising Sun" l'autore è sconosciuto. Si dice che fosse conosciuta dai minatori nel 1905. La più antica versione fu quella pubblicata da Robert Winslow Gordon nel 1925, in una colonna "Old Songs That Men Have Sung". La più antica registrazione nota con il titolo "Rising Sun Blues", è dei musicisti appalachi Clarence "Tom" Ashley e Gwen Foster, che la registrarono il 6 settembre 1933 per la Vocalion. La versione più famosa resta quella degli Animals di Eric Burdon.



Anche la storia della canzone di cui parliamo adesso parte da lontano. Deriva forse da una canzone gospel, probabilmente del 1903, del Rev. Charles Tindley di Filadelfia, che conteneva il verso ripetuto più volte "I'll overcome some day", ma più verosimilmente da una canzone gospel successiva che conteneva i versi "Deep in my heart, I do believe / I'll overcome some day.". A Charleston (Carolina del Sud) nel 1946, i dipendenti dell'American Tobacco Company in sciopero, per lo più donne afro-americane, stavano cantando degli inni durante un cordone per un picchetto. Una donna di nome Lucille Simmons cantò una versione della canzone cambiando il testo in "We'll Overcome". Zilphia Horton, una donna bianca e moglie del cofondatore della Highlander Folk School la imparò da lei. L'anno dopo la insegnò a Pete Seeger e da lì partì il successo che dura ancora adesso. In Italia nel 1967 la presentarono i torinesi Phantoms insieme all'attore d'avanguardia Eligio Irato.



Joan Baez nel 1963 fu la prima che trasformò questa canzone in un vero e proprio inno delle sollevazioni popolari più importanti e lei la cantò in numerose marce per i diritti civili.



Gli Apostoli fecero la cover in italiano ma con testo totalmente cambiato del classico di Pete Seeger "Where Have All the Flowers Gone?" Rimane solo la formula a domanda e risposta (ma solo con le domande) per una storia però tutta privata. L'originale invece era il prototipo per le future canzoni di protesta.
Nel 1965 il gruppo romano cantava così: "Ohhm sha la la la/che sarà del nostro amor?/chi mai può dir?/che sarà del nostro amor?/ chi mai lo sa?/ Come un fiore morirà/ chissà se durerà/ nessuno mai saprà/ nessuno mai saprà".



Effettivamente anche noi pensiamo che nessuno mai saprà a chi venne in mente di fare una cosa del genere, speriamo che Seeger non l'abbia mai sentita.
Pete Seeger, non poteva essere altro che lui a concludere questa puntata "politicizzata" di Coverlandia (anche se spesso le cover italiane di politico avevano poco o nulla), come era stato Bob Dylan a iniziarla.


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