Rock
Andy Cabic è un giovane e prolifico cantautore originario della Virginia, che verso la fine degli anni ’90, dopo gli studi a Greensboro in North Carolina, si trasferisce a San Francisco, dove in breve tempo diventa una delle figure di riferimento della scena musicale locale. Con il chitarrista Sanders Trippe, il bassista Brent Dunn e un manipolo di altri sodali costruisce nei primi anni ’00 il suo progetto più affascinante, i Vetiver, formazione sorniona tra le più interessanti dell’acid o psych-folk contemporaneo e dalla spiccata propensione a compiere viaggi a ritroso nel tempo. D’altronde il Vetiver è pianta erbacea di origine subtropicale presente in tutti i continenti con radici molto profonde, filamentose e resistenti, utili per compattare terreni friabili e dissestati. Come a dire che lo sforzo di Cabic e compagni consiste nel riacciuffare e districare gli imbrigliati e sepolti fili della memoria per riportare alla luce mappe e percorsi perduti. Dopo l’omonimo e suggestivo album d’esordio datato 2004 con gli interventi speciali di Devendra Banhart e Joanna Newsom, l’ottimo “To Find Me Gone” (2006) e il successivo e convincente “Things Of The Past” (2008), interamente centrato sulla riproposizione di polverosi e dimenticati classici del folk statunitense di fine anni ’60 inizio ‘70, ecco il quarto emozionante capitolo discografico della band. Un lavoro decisamente brillante in cui tornano protagoniste le composizioni di Cabic, il suo notevole gusto melodico, la sua voce strascicata, l’incedere indolente, disincantato e trasognante tipico del gruppo e il modo sempre elegante di porgere l’idea musicale.
Ex-Libertines ed ex-Babyshambles, forse a un passo dalla reunion con Carl Barât, Peter (non più Pete) Doherty trova la sua vena migliore nel debutto da solista. Non è un disco perfetto, Grace/Wastelands, e probabilmente la ricerca della perfezione non è nelle corde di Doherty: non tutti i brani sono alla medesima altezza, e in almeno un caso (Sweet By And By) si potrebbe passare subito al successivo. Nonostante questo, siamo di fronte a un disco di alta qualità, che affascina già dal primo ascolto. L'influenza dei Clash, periodo Sandinista, è forte nell'ottimo singolo The Last Of The English Roses e in Broken Love Song, uno tra i pezzi migliori; echi anche dei Blur, via Graham Coxon, che collabora al disco, e dei Gorillaz. Soprendono gli arrangiamenti orchestrali di sapore '60s di alcuni brani, fra i quali il migliore della raccolta, A Little Death Around The Eyes, rinvia (anche nel testo) a Serge Gainsbourg. (Marina Montesano)
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