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ALINA ORLOVA - Laukinis Šuo Dingo

Vatti a immaginare che un bel disco, un disco “di livello internazionale”, come dicono nei programmi televisivi, possa arrivare dalla piccola Lituania, repubblica baltica sempre confusa con le due assonanti vicine (si racconta di un leggendario Lestonia creato dall’ex calciatore Franco Causio) e fin qui nota quasi solo per i suoi cestisti anni ’70. Se è arrivata a farsi apprezzare in mezza Europa con un disco intitolato Laukinis Šuo Dingo, c’è da immaginare che Alina Orlova sia proprio brava e in effetti lo è (i francesi, sempre attenti allo charme intellettual-esotico, già la adorano).

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ELI

Se ti capita di essere un soul man (o brother) non è che tu ci possa fare molto. Anche se nasci con 50 anni buoni di ritardo; se quello che suoni e canti pare una ristampa anche se è nuovo di zecca; se, inevitabilmente, i nomi a cui chiunque paragonerà le tue canzoni sono quelli di giganti storicizzati e inarrivabili (Sam, Marvin, Otis & C). Se ti capita di essere un soul man (o brother) devi cantare il soul. E questo fa Eli P Reed. “Come and Get It” è il suo terzo disco. E come per il precedente “Roll…”, accantonata la spinosa questione dell’autenticità. Rimangono canzoni scritte con un piglio ammirevole: ritornelli da mandare a memoria, giochi di parole, un paio di ballatone per chiudere il cerchio. Un disco, se passate l’espressione, puramente impuro. E migliore, persino più sincero, di molte commistioni (new) soul che, magari, vanno per la maggiore. (Marco Sideri)

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THE BOOKS - The Way Out

Piccolo riassunto delle puntate precedenti. I Books, qui al quarto disco, sono un duo (i signori Zammuto e de Jong) di rimescolatori (folk) analogdigitali. Una definizione tanto chiara non necessita altro ma, in ogni caso, è utile aggiungere che i due avevano finora navigato in acque ibride: tra le suggestioni folk di violoncello e chitarra e un uso discreto dell’elettronica e di campionamenti vari. Con risultati buoni, a tratti ottimi. Dopo 5 anni d’attesa, The Way Out inverte l’ordine degli ingredienti: sono i campioni e la loro isteria a fare da padroni di casa, con i suoni che seguono e il pedale del ritmo schiacciato a fondo. Tra le note s’incontrano urla di bambini, pistolotti new age, taglia & cuci vari mentre la musica muta scenari e atmosfere. Vicino a certe esplorazioni marca Matmos, The Way Out farà contenti gli ascoltatori elettronici più esigenti. (Marco Sideri)

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JAILL - That's How We Burn

Se avete superato i trent'anni da un pezzo e ascoltate ancora il pop obliquo e nervoso di quando ne avevate venti “That’s How We Burn” è il disco perfetto da ascoltare mentre vi recate al lavoro in una calda mattina di agosto e avete bisogno di una raccolta di chicche indiepop per affrontare la giornata. In trentadue minuti e undici tracce il quartetto di Milwaukee (Wisconsin) riesce a condensare il meglio del pop indipendente americano degli ultimi due decenni fino a disorientarvi e farvi sentire come se foste alla fine anni ’90 o durante la proiezione di un film di qualche giovane regista al Sundance Festival. Tre canzoni in evidenza sono “Thank Us Later”, psychopop alla Shins, “The Stroller”, con reminescenze new wave, e “That’s How We Burn”, tutto ritmo e melodia sbilenca. (Francesco Fossa)
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JOHN ZORN - Dictée/Liber Novus

Bisogna avvicinarsi alla musica di questo disco (due composizioni dedicate all’artista concettuale Theresa Hak-Kyung Cha la prima e al “Libro rosso” di Carl Jung - reso pubblico nel 2009 - la seconda) con la mente completamente libera da pre-concetti e, forse, anche aspettative. Circondato da un gruppo di fidati collaboratori (Sylvie Courvoisier al piano, Okkyung Lee al violoncello, John Medeski all’organo, Ned Rothenberg ai fiati, David Slusser agli effetti sonori, Kenny Wollesen al vibrafono e percussioni) Zorn si limita a manipolare sonorità (oltre che a narrare le parti in tedesco dell’opera, lasciando agli altri quelle in francese e coreano) dirigendo l’ensemble tra momenti di sereno lirismo poetico e furiose, apparentemente caotiche, improvvisazioni. Ovviamente per adepti e sperimentatori. (Danilo Di Termini)

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