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La sensazione è che ci abbia lasciato un genio. Sostantivo spesso abusato, ma non in questo caso, in congiunzione, quasi un abbraccio mortale, con la sregolatezza. Ma trattasi di argomento privato e io Jannacci non l'ho conosciuto (per i ricordi privati e autentici rimando al blog della mia amica Marina Viola, una delle figlie di Beppe, il giornalista sportivo che tanta strada condivise con Enzo: per dire, "Vincenzina e la fabbrica" l'aveva scritta lui: http://pensierieparola.blogspot.com/). L'altro aggettivo al quale si avvinghia il genio è incompreso. Non in questo caso, apparentemente: Jannacci conobbe uno straordinario successo fin dagli inizi ("Vengo anch'io" fu una vera e propria hit da classifica); con la musica, in televisione, addirittura al cinema (con Ferreri, protagonista in "L'udienza"). jannacci-e-violaE poi, quasi un po' snob, anche nella sua professione (quella che lui considerava autentica?) di cardiochirurgo. Lo speciale di Fazio a lui dedicato arrivò in tempi non sospetti, anche se la malattia gli permise di partecipare solo telefonicamente. Il risultato invero fu un po' zoppicante, facendo presagire che Jannacci "in absentia" finisse per perdere molto del suo significato più profondo (un po' come voler fare Charlot senza Chaplin insomma). Perché lui ai suoi personaggi voleva bene davvero e quando li cantava si capiva subito: l'Armando, il palo della banda dell'Ortica (che faceva solo il suo mestiere, predestinato, come tanti, a non migliorare nemmeno di un gradino la sua posizione sociale) e quell'altro, che già portava le scarpe da tennis prima che diventassero una moda; lui li accarezzava mentre li raccontava con le sue parole (e con una musica quella sì, sottovalutata), cercava di alleviargli le asprezze della vita – e noi con loro – lasciando presagire che forse non sarebbe andata sempre così. Perché lui "Quelli che", con tutto ciò che ne consegue, li amava davvero. Eppure incompreso lo era: io ad esempio lo conobbi da piccolo, grazie a un 45 giri da juke-box: da un lato la celeberrima "Vengo anch'io", dall'altro l'inquietante Piripiripiri...Piripiripiri... di "Giovanni Telegrafista". Dire che capissi quelle canzoni sarebbe mentire sapendo di mentire: mi piacevano, perché trasmettevano allegria (o sgomento, ma da piccoli è affascinante anche quello). Ma la visione distopica di "un bel mondo sol con l'odio ma senza l'amore" l'ho compresa appieno solo dopo aver letto "1984" di Orwell e aver pensato che lui era riuscito a dire quella cosa lì, facendocela cantare come una filastrocca. Insomma ci mancherà e non so se basterà sentirlo reinterpretare dai mille che lo faranno per rendergli omaggio: ho la sensazione che le sue canzoni, al contrario di altri, senza quello sguardo perennemente lunare, senza quella apparente sgangheratezza, senza il suo sorriso triste, non saranno più la stessa cosa. Piripiripiri...Piripiripiri....

 

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