Rock

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ImagePer noi non può che essere una buona notizia il ritorno di Ed Harcourt: cantautore di razza con quattro dischi e mezzo all’attivo. Fin da quando si è presentato sulle scene, sembrava un Tom Waits inglese in erba, Ed ha mostrato un talento vorace e eclettico. Centinaia di canzoni già nel cassetto; una voce versatile incline tanto al falsetto che al baritono; un senso dell’arrangiamento classico e navigato, eppure mai banale.
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ImageI Mojave 3 ci avevano abituato a ballate da sogno e ritmi suadenti, colonne sonore di malinconici tramonti in riva al mare. Adesso con Puzzles like you, Neil Halstead e soci si svegliano di buon mattino decisi a godersi la spensieratezza e la felicità di una giornata di sole in Cornovaglia. Messi da parte i ritmi e i toni più marcatamente melanconici, il gruppo si presenta con un arsenale di ballate ritmate e solari come mai era successo prima d’ora (Ghost ship waiting).
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ImageIl disco di cover sembra essere diventato una tappa obbligata, tanto in ambito pop che in parrocchie decisamente più defilate e indipendenti. Negli ultimi anni un numero sempre crescente di musicisti ha intrapreso questa strada, spesso accidentata: rileggere pezzi di repertorio altrui per, nella migliore delle ipotesi, far emergere la propria personalità in maniera ancora più marcata.
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ImageDirlo suona abbastanza crudele, però gli Elf Power (di Athens, come i REM) sono sempre stati un gruppo di seconda schiera. Dopo sette titoli all’insegna di un’aurea mediocrità (o di un dignitoso artigianato, se si vuole essere benevoli), con “Back To The Web” Jason Rieger e i suoi compagni azzeccano infine  l’album migliore della loro carriera.
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ImageIl nuovo folk, che imperversa sulla stampa specializzata e nelle orecchie degli appassionati da più di un anno, è oramai abbastanza stratificato e multiforme da essere analizzato nelle sue mille pieghe. I Vetiver, buoni esordienti dodici mesi fa, si inseriscono a buon titolo nel filone con le loro melodie “cosmiche” che devono molto al cantautorato folk anni ’60 e ’70.
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ImageLa macabra ironia dei  Paper Chase  possiede connotati quasi etici. Si prenda la copertina di  “Now You Are One Of Us” che mostra  un corpo penzolante in una stanza dove l’unico oggetto è un televisore. E’ un’immagine capace di togliere ogni fosco glamour al suicidio. Anche stavolta il gruppo texano si muove lungo uno stretto crinale.

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