Rock

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ImageAd ogni uscita del cantautore canadese è come ritrovare un vecchio amico, rispecchiarsi nei suoi cambiamenti, trovare conferme nella comune visione dell’attualità. Inoltre c’è sempre qualche piccolo cambiamento che allontana la noia. Al contrario del precedente disco qui Cockburn imbraccia quasi esclusivamente la chitarra acustica, con la quale guida due dei tre brani strumentali, mentre il terzo, posto in chiusura, tenta nuove sonorità azzardando un po’ troppo.

I testi delle canzoni, come sempre, sono incentrati sull’osservazione critica dell’umanità; le meschinità del potere e gli orrori della guerra in “This Is Baghdad”, le meraviglie della natura e dell’amore in “Beautiful Creatures”, l’eterno interrogarsi sull’infinito in “Mystery”. Un altro tassello in un percorso artistico ineccepibile. (Fausto Meirana)

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ImageRicordate Sufjan Stevens? Uno dei nomi nuovi più in vista della stagione musicale in corso, capace di riportare sulla cartina della musica contemporanea il cantautorato pop, colorandolo di arrangiamenti fantasiosi e irregolari. Con uno stile non dissimile da un altro guru d’oggi (il barbuto Devendra Banhart), Sufjan riunisce intorno a sé una squadra di amici e collaboratori variegata e talentuosa.

Tra questi, John Ringhofer, trombonista nel gruppo di Stevens e, nel privato, Half-Handed Cloud. Questo suo esordio è una pillola sbilenca e coloratissima di pop svelto e acustico; canzoni di due minuti circa, allegre e spensierate, ideali per un pomeriggio estivo dove fa troppo caldo anche solo per muovere un muscolo. Una ventata d’aria fresca in mezzo a suoni sempre più oscuri e complessi. (Marco Sideri)

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ImageNei film c’è spesso un personaggio che agisce nell’ombra, con umiltà e competenza; crea qualcosa di enorme, con la sola forza dell’entusiasmo, salvo poi vedere qualcun altro che raccoglie i frutti in vece sua. Quest’identikit calza a pennello ai Delgados di Glasgow, responsabili in prima persona per la rinascita musicale della città (ricordate il 1997? I Mogwai? I Belle & Sebastian?) ma incapaci di ottenere per se e le proprie canzoni un posto in prima fila.

E dire che la musicale di melodie pop e aggressività marca Pixies l’avrebbe meritato eccome. Invece, dopo aver fondato la Chemikal Underground e inciso quattro dischi lunghi, i Delgados si sono sciolti in silenzio. Lasciando dietro di se questa raccolta d’incisioni radiofoniche, magnifico testamento di un gruppo sfortunato. (Marco Sideri)

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ImageSembra un giochino numerico di quelli da spiaggia d’agosto: Sebadoh III, terzo album dei Sebadoh, segna il passaggio del gruppo da quartetto a trio e, per giunta, chiude la messe di ristampe della sacra triade del rock indipendente americano. Prima è toccato ai Pavement, il mese scorso ai Dinosaur Jr, oggi alla combriccola di Lou Barlow e soci. I Sebadoh (Barlow, Jason Loewenstein e Eric Gaffney) rappresentano senza dubbio il gruppo-bandiera di quello che un tempo si chiamava lo-fi: rock a bassa fedeltà.

Suoni sporchi e immediati, esplosioni elettriche figlie cerebrali del punk, ballate intimiste dal cuore tenero a fare da contraltare. In aggiunta, la ristampa comprende un secondo CD di brani da singoli e compilation tra cui l’inno Gimme Indie Rock. Insieme un, ottimo, disco e il manifesto di un’epoca. (Marco Sideri)

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ImageBrett e Rennie Sparks sono davvero la coppia più bella del mondo country ‘alternativo’. Lui scrive le musiche, canta con suggestiva voce profonda e suona quasi tutti gli stumenti, lei scrive testi  capaci di essere allo stesso tempo visivi e visionari. Anche  “Last Days Of Wonder” (settimo album del duo) vive del curioso accostamento fra musiche che si muovono tra folk arcano (“Beautiful William”), ortodossie nashvilliane e parole che tracciano ritratti umani sempre al limite della follia (“After We Shot The Grizzly”).

Unica controindicazione per un disco ancora una volta notevole è, in alcuni  momenti, l’eccessiva rilassatezza dei suoni. Vale comunque la pena di entrare nello strano mondo fra incanto e incubo dei coniugi Sparks, magari cominciando da “Through The Trees” (1998) o “Twilight” (2001). (Antonio Vivaldi)

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ImageSufjan Stevens, per chi si fosse perso le puntate precedenti, è un giovane cantautore indie folk che, all’alba del quarto album (Greetings From Lake Michigan) si è messo in testa di scrivere un disco per ogni stato dell’Unione.

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