Rock
A tutti quelli che pensano che il blues sia la musica degli oppressi-neri-buoni e il country quella di oppressori-bianchi-cattivi, andrebbe fatta conoscere la tragigloriosa figura di Jeffrey Lee Pierce. Parliamo di un artista che fra i due ‘generi’ non è mai riuscito a distinguere e che, con i Gun Club, seppe raccogliere il succo doloroso e deviante di entrambi miscelandoli in beverone sonico-voodoo ancor oggi straordinario. Verso il 1992 un Jeffrey Lee Pierce dalla salute già declinante decise di fare un disco di solo blues o quasi insieme al chitarrista Cypress Grove. Evidentemente incapace di star lontano dall’altra sua musica preferita, in quello stesso periodo Pierce registrò alcuni demo di sue composizioni in uno stile country al solito parecchio perturbato. Il signor ‘boschetto di cipressi’ racconta di aver ritrovato molti anni dopo quella dimenticata cassetta durante una pulizia dei propri archivi, di averla riascoltata con emozione per poi decidere di trasformarla in atipico disco tributo all’amico nel frattempo scomparso. We Are Only Riders può essere visto come una parata di vecchi, e meno vecchi, dissipati rock sopravvissuti ai propri disastri e impegnati a celebrare qualcuno che a sopravvivere non è riuscito. L’album è pero anche l’affermazione della validità artistica di un mondo e di un modo d’ essere, a prescindere dalla scarsa esemplarità della vita giovanile di personaggi quali Nick Cave, Lydia Lunch o Mark Lanegan.
Sul finire dello scorso anno Neil Young pubblica questo quarto suggestivo capitolo degli Archives, la raccolta di nastri inediti del grande cantautore canadese custodita nella sua personale discoteca. Questa volta il balzo temporale è davvero ampio, perché dai convulsi anni ’70 si passa ad un famoso tour del 1992. Una serie di concerti pensata per promuovere l’uscita del celebre “Harvest Moon”, nuovo album acustico dopo i turbolenti episodi elettrici di “Ragged Glory” e “Weld”. Ma “Harvest Moon”, inciso con gli stessi musicisti del leggendario “Harvest” e a quest’ultimo associato sul piano estetico e stilistico, “per una serie di ritardi e ripensamenti nel missaggio” (cfr. Marco Grompi “Neil Young, 1963 - 2003: 40 anni di rock imbizzarrito”) esce solo a fine ottobre del ’92. Per tre mesi, quindi, Young presenta al pubblico, in perfetta solitudine, l’intera scaletta di un “Harvest Moon” ancora chiuso nei cassetti con solo qualche variazione nella successione dei brani che poi apparirà sul cd. Il risultato è emozionante e ben documentato in questo “Dreamin’ Man Live”, in cui fa capolino il miglior Neil Young acustico, solitario ballad man nel pieno di una mai doma e profonda ispirazione. Il rocker di Toronto, impegnato alla chitarra, al banjo, al pianoforte e all’armonica, sgrana con naturalezza quella preziosa manciata di canzoni che è l’ossatura di “Harvest Moon”: da “From Hank to Hendrix”, vero e proprio manifesto musicale, a “One of These Days”, da “You and Me”, tanto simile alla vecchia e cara “Old Man”, a “Natural Beauty”, forse il momento più alto dell’intero live, fino alla semplicità della sempre commovente “Harvest Moon”. Una registrazione intima e rilassata con alcuni momenti di luminoso lirismo. Per chi non smette di sognare. (Marco Maiocco)
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