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Sulla piattaforma Change.org (all'indirizzo http://ow.ly/pNA2U) è iniziata una raccolta di firme per sostenere la produzione musicale italiana. Promossa dal Mei, il Meeting delle etichette indipendenti (che domenica 24 novembre organizza un convegno sul tema), il testo chiede che nel nuovo contratto di servizio tra lo Stato e la RAI, sia inserito un vincolo che preveda una quota pari al 40% di musica italiana prodotta in Italia, all'interno dei programmi Radio e Tv, con un'ulteriore quota destinata alla promozione dei giovani talenti pari al 20% come in Francia, estendendo tale rapporto anche nel settore dei grandi network privati. In altri parole si richiede che per ogni ora di musica trasmessa in radio (o in TV, ma qui la quota è già ampiamente assolta come chiunque può accorgersi scanalando fra i mesti palinsesti) più della metà sia riservata ad esecutori italiani. radio liberaNon è chiaro, ma probabilmente se ne discuterà più avanti, chi dovrebbe decidere quali gruppi o cantanti programmare - se la stessa emittente o un'autorità esterna – e se Bocelli varrà esattamente quanto i Bachi da Pietra o Marcella Bella. Ma di là da questo resta il fatto che ancora una volta la risposta a una crisi (drammatica, per molti versi 'esterna' al sistema italiano, Ë l'intero universo musicale che sta faticosamente cercando una sua riconfigurazione), si traduce in una richiesta d'intervento statale e non in senso semplificatorio (come ad esempio i due emendamenti approvati recentemente, il Tax Credit e l'Act Live; entrambi ironicamente hanno 'titoli' inglesi), ma in senso protezionistico. Senza voler essere liberisti a tutti i costi non si capisce proprio come un intervento di questo tipo potrebbe moltiplicare "i posti di lavoro immediatamente in un settore a forte tasso di occupazione giovanile, attirando anche investimenti in coproduzioni e altre attività meritorie per la crescita e lo sviluppo del settore". Quando apparvero le radio libere non fu per una decisione eterodiretta, ma per un'urgenza comunicativa; cosÏ per la prima volta un'intera generazione potè ascoltare una musica che i polverosi canali RAI destinavano a un paio di programmi nascosti a tarda ora nella notte (così com'era accaduto negli anni '60 con l'avvento dei juke-box, dove si potevano scoprire ad esempio Gino Paoli e Luigi Tenco, altrimenti banditi da ogni passaggio radiofonico). Insomma, invece di richiedere interventi dall'alto, di cui si faticano a individuare concretamente le ricadute (anche tenendo conto della crisi che sta attraversando il settore radio televisivo, in continuo calo di ascolti e sempre meno seguito dalle nuove generazioni), bisognerebbe provare a migliorare il prodotto, magari anche rinunciando a qualche titolo del tutto inutile (sono centinaia i dischi di artisti italiani che vengono lanciati sul mercato – sottostante chioserebbero Cochi e Renato – senza alcun motivo, se non per il fatto che i sè-dicenti artisti pagano per farsi pubblicare e promuovere). E poi se una radio è libera, ma libera veramente, vedrete che qualcuno suonerà la vostra canzone.

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