Artisti italiani
Ci sono dischi che vanno assaporati con lentezza, perché la fretta radiante di questi tempi in cui pochi secondi di un orecchio distratto e irretito dalle false sirene di un “hook” melodico è davvero cattiva consigliera. Se poi il disco in questione è un’altra tappa di un percorso che va avanti da tempo, elaborazione progressiva di un nucleo consistente di verità poetica, bisogna andarci ancora più cauti, e predisporsi all'ascolto con tutta la calma che dovremmo avere, in un angolo riservato della mente, per ascolti veri. La premessa per dire che The Belle of Amherstdi Anaïs non è un fulmine improvviso, non si consuma come merce degradabile all’ascolto, un primo entusiasmo, magari, e poi l'indifferenza. È un disco da ascoltare e riascoltate, perché il fascino sottile ci avvolge in una trina di arpeggi, tintinnii, gentilezze ospitali che celano uno spessore ragguardevole. Al fondo ci sono le liriche imprendibili e sempre dolcemente perturbanti di Emily Dickinson, la poetessa che fece dei propri fremiti interiori e di tutte le efflorescenze vitali che ci consolano una disamina così precisa e attenta da sembrare un'autoanalisi del mondo, del sé e delle possibilità che abbiamo noi umani di provare emozioni, quando evitiamo l'indifferenza beota verso noi stessi. Che tutto questo ci ritorni da una voce fatata, quella di Francesca Pongiluppi (o Vera Vittoria Rossa) appoggiata su una trina di arpeggi, su piccole luminescenze melodiche che sembrano, per paradosso, nate assieme alle parole di una donna vissuta nel cuore dell'Ottocento è qualcosa di quasi stupefacente. Un piccolo miracolo di quell'indie folk rock che non ha maschere, non ha verità urlate, non rimpannuccia il niente con il nulla: qui è tutta sostanza. Poetica. (Guido Festinese)
Secondo capitolo della saga del gruppo ligure, dedito ad un ottimo punk, oscuro e gotico, con dodici nuovi brani: tutti belli tirati e terrosi nel sound. Questo nuovo lavoro del quartetto genovese è molto più cupo e cattivo del predecessore, sostenuto da una sezione ritmica tellurica, da una voce possente e da una chitarra affilata quanto metallica. L'ispirazione è, ancora una volta, cinematografica: molti gli omaggi – a partire dalla bellissima title-track, intitolata al nome della band, come noto la prima versione de La Mosca, con Vincent Price – alla fantascienza anni Cinquanta ed ai B-Movies horror dei tempi andati (Rosso sangue, su tutti), come evidenziato, inoltre, dagli azzeccatissimi inserti ed intermezzi tra alcuni brani. Uno dei migliori in assoluto è l'omaggio a Poe di Berenice, ma anche le altre canzoni non sono certo da meno: si ascoltino 47, Adesso devo ucciderti, Il cerchio rosso, Loro lo sanno e Zombi. Occhi bianchi sul pianeta Terra è, chiaramente, un altro riuscitissimo omaggio al film di Boris Sagal, con Charlton Heston, del 1971 (uno dei vari adattamenti di Io sono leggenda, di Richard Matheson). Questo CD ci offre venti minuti, freschi ed evocativi, essenziali e suggestivi, di eccellente dark punk alla Misfits, graffiante e contagioso per melodia e potenza. Secondo chi scrive, il gruppo è pronto per un concept a tema SCI-FI orrorifico. Intanto, bentornati ed assolutamente da seguire, anche dal vivo, per la carica che sprigionano: rock eterno che non muore mai.
Davide Arecco
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