Forse Eric Clapton ne ha fatta una giusta o per lo meno ha fornito a noi l'occasione di rifare (per quello che possiamo) un minimo di "storia". Non ci ricordiamo, infatti, un suo disco degno di nota, o comunque superiore alla sufficienza, dal (potremmo dire) monumentale "From The Craddle" di (purtroppo) una ventina d'anni fa ormai, che succedeva al già notevolissimo "Unplugged". E lì Clapton avrebbe potuto anche ritirarsi, tutto quello che si poteva dire (a quel punto) era stato detto. Un po' come Dylan dopo "Time Out Of Mind", chiuso da quel fluviale blues testamento che è stato "Highlands". Ma con il senno di poi meno male che "mr. tamburino" non si è fermato in quel momento, e poi questo è davvero un altro discorso. Quanto a Clapton, salvo un paio di più interessanti collaborazioni (B.B. King, Wynton Marsalis, e JJ Cale, appunto), qualche riuscita (anche se troppo patinata) cover di Robert Johnson, non ci pare abbia lasciato particolari impronte nelle ultime due decadi.
Ma questa volta l'ex chitarrista dei Cream si è prodotto in un sentito, convincente e (diremmo) ossequioso ricordo di quel JJ Cale (scomparso in California nel luglio 2013 all'età di 74 anni), che tanto ha contribuito alla sua fortuna solista, fungendo in qualche modo da padre artistico, se non spirituale. E in effetti, anche secondo le dichiarazioni dello stesso Clapton, quel consumato e decadente boogie shuffle, segno caratteristico della musica di Cale, è stato stilema distintivo e fondamentale anche nei lavori di Clapton, amalgamandosi alla sua più pura vena rock blues, almeno a partire dalla celebre cover claptoniana di "After Midnight", datata 1970. JJ Cale è stato un rocker e folk singer atipico nel panorama della roots music americana. Figura sofferta, passato alla storia per la sua "Cocaine", che Clapton ha trasformato in un vero e proprio "standard", originario dell'Oklahoma, un'okie (avrebbe raccontato John Steinbeck) come Woodie Guthrie, Cale è stato il singolare esponente di una personalissima fusione tra blues, jazz e folk, sofisticata e al contempo minimale, profonda eppure come "superficiale". Da ricordare certamente alcuni suoi album ("Naturally", "Really", "Okie", "Troubadour"), che negli anni '70, pur non facendo scuola, hanno tracciato un solco, indicato un'ulteriore via espressiva, certo non trascurabile, soprattutto per la sensibilità di musicisti come Clapton, ma anche come Mark Knopfler (per esempio). E d'altronde fu proprio la stima del più blasonato Clapton (in realtà) a valere a JJ Cale quel maggiore riconoscimento che senz'altro aveva dimostrato di meritare. In questo "The Breeze", il soprannome di Cale per il soffio leggero attraverso il quale si esprimeva, Clapton, che qui "scompare", quasi diventandone una sorta di fantasmatico alter ego, ha chiamato a raccolta una manciata di amici (da Tom Petty a Mark Knopfler, giust'appunto; da Wilie Nelson a Dereck Trucks; da John Mayer, giovane e talentuoso chitarrista fulminato sulla via di Damasco dal'iperbolico solismo di Steve Ray Vaughan, al vocalist dell'Oklahoma Don White) proprio per riproporre una serie di classici del leggendario songwriter di Tulsa, sorta di trovatore tra il midwest e la California, dove si era trasferito fin dai primi anni '60. Passano così in rassegna, in modo elegante e secondo un rigoroso rispetto filologico (forse eccessivo, sembra di ascoltare JJ Cale in persona), brani come "They Call Me The Breeze", "Lies", "Cajun Moon", "Magnolia", "I Got The Same Old Blues", cavallo di battaglia dei Lynyrd Skynyrd, e diversi altri, anche meno noti. Solo Mark Knopfler, sontuoso nei suoi due interventi ("Someday" e "Train To Nowhere"), e probabilmente lo stesso Willie Nelson, obiettivamente appartenente ad altre atmosfere sonore, riescono a "graffiare", a distinguersi più degli altri, grazie ai tratti inconfondibili delle loro personalità musicali. Piacevole e interessante. (Marco Maiocco)







