Si va facendo copiosa la discografia del bandleader e tastierista Riccardo Fassi, un nome spesso trascurato (ingiustamente) in quella “generazione di mezzo” di jazzisti italiani che hanno avuto la fortuna (o il discredito assicurato, per i puristi) di crescere ascoltando il meglio del jazz moderno, di aver ben meditato la lezione del jazz classico preboppistico, senza per questo aver escluso dal proprio soundscape quanto di meglio si muoveva in ambito popular. Fassi ad esempio ha un amore dichiarato, Frank Zappa, ma giustamente ama far collidere le intuizioni del “Duca delle prugne” con Jelly Roll Morton, con Eric dolphy, con i suoi brani guizzanti. Questo disco raccoglie prove di studio e lacerti dal vivo recenti che è un piacere siano stati salvati dall’oblio del tempo.
Gli ospiti sono molti, e non tutti dichiarati in copertina, per la sua piccola “big band”: Enrico Rava (magnifico in “Anfibi”, dalla penna del leader), Dave Binney, Andy Gravish, Achille Succi, Riccardo Luppi, il funambolico chitarrista David Fiuczynski, non a caso ospite in due sezioni “zappiane” che forse nulla aggiungono all’universo sghembo del signore della musica di Baltimora, ma molto ci dicono su quanto sia”aperto” il concetto di repertorio contemporaneo: tant’è che nella conclusiva versione di Uncle Meat spunta il fantasma sornione di Monk, ed è una gioia per le orecchie. A volte c’è come l’impressione che Fassi farebbe bene a comprimere i tempi, a concentrare in più secchi tempi epitomici una gran mole di materiale: magari rischiando qualche misura in più per l’improvvisazione. Sono peccati veniali, comunque: i “sette pezzi per formazione allargata” si ascoltano con gran piacere, alla fine. (Guido Festinese)
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