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Il Times ha scritto senza mezzi termini "The Fonz promises happy days for Italy"; il Guardian ha ripreso una vecchia copertina di Chi (il settimanale diretto da Alfonso Signorini, il vero spin-doctor di Berlusconi) in cui la foto di Henry Winkler col giubbotto di pelle è affiancata da una del Matteo rottamatore, in analogo abbigliamento. Il messaggio è lampante, accreditato dagli stessi Renzi Boys: Matteo come Arthur, uno scapigliato, ma dal cuore d'oro, uno che vive fuori dalle regole (della politica), un ribelle si sarebbe detto negli anni '50, che però nutre un profondo rispetto per i valori fondamentali della società, la famigliaRenzi-Fonzie-Pd (in particolare quella Cunningham, anche se con qualche attenzione di troppo verso mamma Marion), il lavoro (lui ce l'ha, ma come piacerebbe ad Alain Elkann, se l'è trovato sbattendosi in giro, mica rimanendo a casa ad aspettarlo), l'amicizia. Potenza della lingua anglo-sassone e del nostalgico rimpianto di un'epoca in cui eravamo comunque tutti più giovani: per l'Italia si preparano "Happy Days", anche se la serie andata in onda giusto quarant'anni fa negli States (e approdata tre anni più tardi sugli schermi italiani), era una sorta di spin-off di American Graffiti, il tentativo televisivo di cristallizzare quello che era per il regista Lucas l''istante prima del baratro del Vietnam, della fine del sogno americano. La colonna sonora al nuovo miracolo italiano (in tv assicurata dai rock'n'roll anni '50 e '60 anestetizzati della loro carica eversiva originaria), la fornirà l'imminente Sanremo, coi suoi buchi di bilancio segnalati dalla Corte di Conti (ma in Italia chi è mai stato a sentire quello che raccomanda la Corte?): ironia della sorte, gli Happy Days in italiano diventano Giorni Felici, un dramma di Beckett in cui Winnie, la protagonista, è sepolta in un cumulo di sabbia e suo marito Willie vive in una cavità del cumulo di sabbia alle spalle della moglie. Se lo spettatore non potesse vedere le condizioni dei due, non sentirebbe altro che una normale conversazione di una coppia piccolo borghese, impegnata in discorsi di circostanza. Analogamente tutto quello cui stiamo assistendo ha una colonna sonora apparentemente normale; a guardar bene niente è come sembra: il rock'n'roll comincia a distorcere, a trasformarsi in un rumore di fondo, che altera i contorni rassicuranti degli happy days sfumandoli in quelli dell'incubo del Truman show (guarda caso di Peter Weir, lo stesso regista dell'Attimo fuggente, il film citato da Renzi il giorno dell'autoinvestitura). Saranno Giorni Felici?

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