Rock
Fare quello che fanno i Black Mountain, e uscire vincitori, è tutt’altro che semplice. Il collettivo (collettivo veramente, con tanto di tendenze nuovo-hippie) canadese riavvolge il nastro su trent’anni di rock (come in Led Zeppelin, per dire un nome) e lo aggiorna, un pochino, al gusto per la contaminazione che caratterizza gli anni 2000. Dentro “In The Future”, disco numero due, trovate chitarre elettriche acide e aggressive, melodie folk acustiche e delicate, voci che si incrociano, batterie che pestano, atmosfera bucolica e tempeste di rumore. Il tutto, e qui sta il segreto, amalgamato e perfettamente coerente con se stesso. Il disco si crogiola in un misto di melodia (ottima scrittura) e arrangiamento (i suoni sono curati e personali). Un buon inizio anno, guardando sia indietro che avanti. (Marco Sideri)
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La meritoria persistenza della leggenda di Gram Parsons fa sì che vengano pubblicate in bella confezione queste registrazioni dal vivo utili per gli archivisti, emozionanti per i fan, prescindibili per tutti gli altri. Aprile 1969: Gram ha da pochissimo pubblicato con i Flying Burrito Brothers un disco decisivo non solo per il country-rock ma per il rock tutto come The Gilded Palace of Sin a cui pochi hanno però in quel momento fatto caso. Il gruppo è quindi pressoché sconosciuto quando si esibisce all’Avalon Ballroom di San Francisco per alcuni concerti come spalla ai Grateful Dead (il doppio cd riproduce quelli del 4 e 6 aprile e questo spiega la presenza in doppia versioen di diversi brani). I deadheads in platea ascoltano con scarso interesse senza immaginare che di lì a poco anche il loro idolo Jerry Garcia s’invaghirà di quei suoni in teoria retrogradi. Gram Parsons e i suoi compagni non sembrano troppo compatti (si ascolti la We’ve Got To Get Ourselves Together - un'autoesortazione? - del secondo cd) e anche i brani che sull’album suonano impagabili (Sin City, le due Hot Burrito) qui risultano ancora incerti.
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Nato in Giamaica nel 1949, arrivato a Londra a 13 anni e cresciuto mentre esplodeva la moda del Northern soul (una ‘mera espressione geografica’ che identifica il luogo d’ascolto, il nord dell’Inghilterra appunto e non un preciso genere musicale), Roy Young dopo aver girovagato i locali di mezza Europa e sfiorato il debutto nel 1980, arriva finalmente al suo primo disco. Il titolo, esplicito omaggio alla patria del blues rurale, di Elvis, ma soprattutto della Stax, non lascia dubbi: un disco di buon vecchio soul, meno riuscito negli episodi più veloci come “The Age Of Sadness “Lamplighter” e “Half Past July” (un brano che sembra uscito da un disco del tardo Al Green) e più convincente nella rauca preghiera di “Everybody hurts” o nel canto dolente di “Don’t call it love”. (Danilo Di Termini)