John Renbourn se n'è andato in punta di piedi sei anni fa. Troppo presto. Il mondo ha conosciuto, conosce e conoscerà decine di chitarristi virtuosi e tecnicamente inarrivabili, ma per ora non si intravede l'erede di un suono “folk” che sappia anche misurarsi con l'improvvisazione jazz, che evochi tinte d'Oriente e antichi racconti rinascimentali e barocchi. Lui lo faceva con modestia ed efficacia, creando un mondo sonoro incantato e alternativo in cui convivevano tutte le note. Senza l'ansia di dimostrare di essere il migliore. Quando la splendida avventura Pentangle finì, Renbourn ci riprovò qualche anno dopo con il suo John Renbourn Group, dove peraltro accanto aveva nuovamente la voce incantata di Jacqui McShee, e un bizzarro ma perfettamente plausibile assortimento di altri timbri con flauto e oboe di Tony Roberts, tablas di Keshaw Sather, il violoncello una tantum della grande Sandy Spencer. Lo spirito dei Pentangle ri-materializzato in altri corpi. Registrazione tecnicamente perfetta, da gustarsi con un bicchiere di quello buono in mano, senza fretta. (Guido Festinese)





