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Jazz Recensioni CHARLES LLOYD/JASON MORAN - Hagar’s Song
 

CHARLES LLOYD/JASON MORAN - Hagar’s Song CHARLES LLOYD/JASON MORAN - Hagar’s Song Hot

CHARLES LLOYD/JASON MORAN - Hagar’s Song

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Titolo
Hagar’s Song
Anno
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La collaborazione, a partire dall'ottimo "Rabo De Nube" (ECM, 2008), con l'imprevedibile genialità pianistica (classica e al contempo sperimentale) del "giovane" Jason Moran sembra avere rinfrescato profondamente le idee di Charles Lloyd, che pare come tornato all'epoca della frizzante intesa in quartetto con l'allora esordiente Keith Jarrett, occorsa intorno alla metà degli anni '60 del secolo scorso, poco prima che lo stesso Jarrett arrivasse ad innervare lo stroboscopico mondo del jazz rock davisiano. Non che Lloyd, decano del jazz moderno e contemporaneo, asceta degli strumenti a fiato, tra i pochi sassofonisti post-coltraniani (potremmo dire) ad aver elaborato un proprio stile nel pieno della stessa vicenda artistica coltraniana, abbia mai smesso di distillare dai suoi fiati pillole di musicale saggezza, ma è certo che lo spirito, l'inventiva, la preparazione, l'espressività, il sound di Moran sulla tastiera, abbiano fornito nuova linfa alla sua musica e progettualità. Ne costituisce una splendida conferma questo intenso e cameristico "Hagar's Song", registrato in duo nell'aprile dello scorso anno, con Lloyd impegnato al sassofono alto e tenore, e all'alto e basso flauto. Un lavoro che, dopo una prima parte dedicata sostanzialmente alla colta, rispettosa, nel senso di non scontata, rivisitazione di alcuni celebri standard, come l'ellingtoniana "Mood Indigo" e la gershwiniana "Bess, You Is My Woman Now", trova momenti di assoluto lirismo nell'emozionante "Hagar Suite", densa e articolata composizione di Lloyd, sospesa tra la commovente riflessione coltraniana (si ascolti in proposito la straziante "Dreams of White Bluff", secondo capitolo di questa intelligente concatenazione in musica, quasi una nuova "Alabama", lamento disperato per un'irreparabile perdita) e certo etno jazz di ricerca, anche se più evocato che effettivamente realizzato. A completare il disco, a rappresentarne in qualche modo la sua terza parte, e quasi a segnare definitivamente una sorta di continuità tra la storia del jazz (in tutte le sue varie fasi: dal periodo classico alle avanguardie storiche) e le punte d'eccellenza della popular music, che con essa hanno condiviso il medesimo carattere rivoluzionario, tre famosissimi brani, curiosamente accostati l'uno all'altro: una scanzonata riproposizione di "Rosetta", opera di un mito del jazz classico come Earl Hines; una nuova versione della sognante e al contempo malinconica "I Shall Be Released" di Bob Dylan, con tutto il suo innato carico di disillusione e mai vinta speranza, e la celebre e più conciliante "God Only Knows" di Brian Wilson, entrambe rivissute, come un riaffiorato ricordo, con la semplice e quasi sussurrata riesposizione del tema. Il tutto interpretato con perizia e autentico trasporto, attraverso l'elaborazione di un ambiente sonoro singolarmente diafano, etereo, e nello stesso tempo materico. D'altronde, come sosteneva l'antropologo Levi Strauss, la musica, alla stregua del mito, è in grado di fermare il tempo, regalando la sensazione dell'infinito, grazie alla trasposizione della narrazione in un paradigmatico assoluto, costantemente in bilico (aggiungiamo noi) tra immanenza e trascendenza. Decisamente ispirati. (Marco Maiocco)

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